PADRE LIVIO FANZAGA.
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I DIECI COMANDAMENTI.
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2013. SUGARCO EDIZIONI, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Santo B. Carminati.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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In copertina: GUSTAVE DOR (1832-1883) - Mos discende dal monte Sinai con le tavole della legge.
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Presentazione.
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SE VUOI ENTRARE NELLA VITA OSSERVA I COMANDAMENTI.
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I dieci comandamenti schiudono davanti a noi l'unico futuro autenticamente umano e questo perch non sono l'arbitraria imposizione di un Dio tirannico. Jahve li ha scritti nella pietra, ma li ha incisi soprattutto in ogni cuore umano quale universale legge morale valida e attuale in ogni luogo e in ogni tempo.
Questa legge impedisce che l'egoismo e l'odio, la menzogna e il disprezzo distruggano la persona umana. I dieci comandamenti, con il loro costante richiamo alla divina alleanza, pongono in luce che il Signore  l'unico nostro Dio e che ogni altra divinit  falsa e finisce per ridurre in schiavit l'essere umano, portandolo a degradare la propria umana dignit (Giovanni Paolo II).

L'Autore.
Padre Livio Fanzaga nasce a Dalmine (Bergamo) nel 1940. Entra nell'ordine religioso dei Padri Scolopi conseguendo il dottorato in Teologia presso la Pontificia Universit Gregoriana (1966) e in Filosofia presso l'Universit Cattolica (1969). Svolge il ministero sacerdotale nella parrocchia San Giuseppe Calasanzio di Milano, impegnandosi soprattutto nella pastorale giovanile. Nel 1987 assume la direzione dei programmi di Radio Maria, allora piccola emittente parrocchiale. Attualmente  direttore della medesima, ormai divenuta l'emittente cattolica pi diffusa nel mondo.
TRA LE SUE OPERE RICORDIAMO: Magnificat. Il poema di Maria; - Dies irae: I giorni dell'Anticristo; - Sguardo sull'eternit. Morte, giudizio, inferno, paradiso; - Perch credo a Medjugorje; - Il falsario: La lotta quotidiana contro satana; - Sui passi di Bernadette; - I doni dello Spirito Santo; - La Donna e il drago; - I vizi capitali e le contrapposte virt; - Il discernimento spirituale; - L'avvenimento del secolo: La Madonna si  fermata a Medjugorje; - Lotte e tentazioni dei Padri del deserto; - Quelli che non si vergognano di Ges Cristo; - Pellegrino a quattroruote sulle strade d'Europa; - Satana nei messaggi di Medjugorje; - Desiderio di Dio: Le tre tappe del cammino spirituale; - Non praevalebunt: Manuale di resistenza cristiana; - Profezie sull'Anticristo: Verr nella potenza di satana; - La confessione: Dove il cuore trova pace; - L'uomo e il suo destino eterno; - La firma di Maria (con Saverio Gaeta); - Medjugorje ultimo appello (con Saverio Gaeta); - Il tempo di Maria (con Saverio Gaeta); - La Divina Misericordia (con Saverio Gaeta); - Il cristianesimo non  facile, ma  felice (con Saverio Gaeta); - La fame di Dio; - La fede insegnata ai figli; - Senza preghiera non puoi vivere.

A Giovanni Paolo II
Infaticabile costruttore
Della civilt dell'amore.

Sommario.
Presentazione.
Introduzione. - LA LUCE UNIVERSALE DELLA MORALIT.
Capitolo 1. - Primo comandamento: NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME.
Capitolo 2. - Secondo comandamento: NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO.
Capitolo 3. - Terzo comandamento: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE.
Capitolo 4. - Quarto comandamento: ONORA IL PADRE E LA MADRE.
Capitolo 5. - Quinto comandamento: NON UCCIDERE.
Capitolo 6. - Sesto comandamento: NON COMMETTERE ATTI IMPURI.
Capitolo 7. - Settimo comandamento: NON RUBARE.
Capitolo 8. - Ottavo comandamento: NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA.
Capitolo 9. - Nono comandamento: NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI.
Capitolo 10. - Decimo comandamento: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI.
Capitolo 11. - LA LEGGE NUOVA DI GES CRISTO.

PRESENTAZIONE.

Due cose riempiono l'animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove e crescenti, quanto pi spesso e pi a lungo il pensiero vi si sofferma: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me (Kant).
Siamo capaci di questo stupore, che nasce dalla scoperta dell'infinito e dell'armonia dentro e fuori di noi!
Di fronte alla cecit orgogliosa di chi pretende che l'uomo possa stabilire da s i criteri del bene e del male; di fronte all'opportunismo e alla licenza di chi considera i propri comodi fine esclusivo del suo agire; di fronte allo smarrimento di tanti che non riescono pi ad orientarsi secondo un sicuro sistema di valori (le nostre stesse esperienze ci hanno scoraggiati e confusi, le nostre certezze sono minate da una miriade di sollecitazioni contraddittorie), il libro di Padre Livio espone in modo chiaro e completo la legge morale dei dieci comandamenti, e in particolare si sofferma sul rapporto che intercorre tra la sua origine divina e la sua universale validit.
Questa legge, che si rivela con evidenza incontestabile come un elemento costitutivo dell'essere umano,  un dono dell'amore di Dio e ci rende capaci di libert e di amore. Essa  la base irrinunciabile dell'umana convivenza; ma i primi tre comandamenti  cos alti, cos nobili, cos irriducibili ad ogni connotazione utilitaria sono il fondamento e il fine di tutta la vita. Sono la garanzia del suo destino e il sigillo della sua bellezza: sono il cielo stellato che ci affascina e ci chiama. (M.L.C.).


Introduzione. - LA LUCE UNIVERSALE DELLA MORALIT.

La notte etica del mondo contemporaneo.

Nell'epoca della globalizzazione, in quella fase cio della storia in cui il mondo si unifica a tutti i livelli e gli uomini si sperimentano sempre di pi come una sola famiglia,  possibile trovare una base morale comune a tutti, la quale ispiri i comportamenti dei singoli e dei gruppi e sulla quale costruire le leggi che governano la societ? In parole pi semplici,  possibile stabilire su basi certe e inoppugnabili ci che  bene e ci che  male?
La Chiesa ne  convinta e da sempre fa riferimento a una legge morale naturale, che Dio creatore ha scolpito nel cuore di ogni uomo. Esiste dunque una luce universale della moralit che brilla nell'anima spirituale, creata a immagine e somiglianza di Dio. In base ad essa, tutti gli uomini sono in grado di percepire quei principi fondamentali della moralit che consentono di stabilire con sicurezza ci che  bene e ci che  male.
Non tutti per la pensano in questo modo. Alcuni ritengono che non esista una morale universale, valida per tutti gli uomini. Parlano di un pluralismo etico, nel senso che possono esistere morali fra loro diverse, a seconda dei tempi, dei popoli, delle culture e delle forme di pensiero. L'omosessualit, ad esempio, se per un dato orientamento morale  un male, per un altro potrebbe invece essere considerata un bene. La stessa cosa si potrebbe dire dell'eutanasia, dell'aborto, del divorzio, dell'adulterio e cos via.
Sotto l'etichetta di pluralismo etico in realt vi  una impostazione di pensiero ben precisa. Si fa dell'uomo la fonte stessa della morale, come se fosse lui, a suo insindacabile giudizio, a stabilire ci che  bene e ci che  male. In questa prospettiva quello che in un dato periodo storico era ritenuto un male, oggi potrebbe essere ritenuto un bene. Non vi sarebbe quindi una legge assoluta, universalmente valida, che determina con certezza la moralit delle azioni, ma vi sono soltanto degli orientamenti provvisori e suscettibili di cambiamento.
Questa impostazione in realt non fa che giustificare la decadenza morale del nostro tempo. Quando l'uomo, sotto la spinta delle passioni, abbandona l'ideale della virt, ecco che chiama col nome di virt ci che in realt  vizio. Quando nella coscienza delle persone si eclissa l'ideale della giustizia, ecco che vengono ritenuti giusti dei comportamenti che tali non sono. Hai notato ad esempio come nella nostra societ si tenda a circondare di rispettabilit le persone che hanno successo, prescindendo dalla loro moralit?
Oggi viviamo un'eclissi dei valori che preoccupa coloro a cui sta a cuore il futuro dell'umanit. Coinvolge l'intera societ, ma mina nelle fondamenta in modo particolare la vita delle famiglie e dei giovani. Socrate, il grande saggio greco, passeggiava per le vie di Atene discutendo su ci che  giusto e ci che  ingiusto, su ci che  buono e ci che  cattivo. Siamo oggi appassionati a questi problemi? Ci teniamo veramente a mettere a fuoco quegli ideali della vita che elevano l'uomo al di sopra delle fiere?
Viviamo in tempi in cui si  offuscato l'ideale dell'uomo buono e virtuoso.  stato sostituito dall'immagine dell'uomo forte ed efficiente, non importa con quali mezzi e camminando su quali cadaveri. Ma cos la societ diventa sempre pi inospitale e ostile. Si  trasformata in una giungla dove regna la legge del pi forte. Ma un mondo, dove la bont, la giustizia e l'onest sono state sostituite dalla forza e dall'astuzia, non pu avere un grande futuro davanti a s. L'eclissi di Dio genera la decadenza morale.
L'uomo del nostro tempo crede nel progresso come se fosse un dogma di fede. La storia dell'umanit  vista come un passaggio dalle tenebre alla luce. La visione evolutiva del mondo rappresenta il futuro come se fosse un progresso necessario e indefinito. La realt delle cose per  molto diversa. Le civilt hanno visto i loro momenti di declino morale. L'avventura umana ha conosciuto progressi e regressi. Gli antichi hanno rappresentato concordemente la storia del mondo come un processo di decadenza inarrestabile.
L'epoca moderna ha conosciuto uno sviluppo tecnico straordinario. Possiamo dire che si  verificato altrettanto sul piano morale? In questo settore i successi non sono affatto scontati. Da due genitori buoni non nasce necessariamente un bambino buono. La moralit  una conquista che esige un impegno costante. Con ogni uomo che nasce bisogna incominciare da capo.  possibile che un'epoca progredisca sul piano materiale, economico e politico e regredisca sul piano morale. Non fu forse cos con l'impero romano?
Il nostro tempo  caratterizzato dall'esplosione della tecnica, ma anche dal crollo della moralit, sia sul piano individuale che su quello sociale. Qualcuno potrebbe obiettare che il male  sempre dilagato nel mondo e che oggi non siamo pi peccatori di ieri. Perfino in epoche di grande fervore religioso, come il Medioevo, la moralit non era migliore della nostra. Questo  vero, ma c' qualcosa che  specifico del nostro tempo e lo contrassegna in termini particolarmente negativi.
Mentre ad esempio nella societ medievale, contraddistinta da grandi santi, ma anche da non meno grandi peccatori, a tutti era ben chiaro lo spartiacque invalicabile fra il bene e il male, nella nostra societ questa divisione netta fra la luce e le tenebre vacilla e in non pochi casi crolla, mescolando acque fra loro inconciliabili. Oggi in molti ambiti del comportamento umano non si esita a chiamare bene ci che secondo la legge naturale  un male. In altre parole oggi il male viene spesso negato, giustificato, elevato a diritto e proposto come un bene. Il crollo dell'opposizione fra la luce e le tenebre, e l'affermazione che tutto  lecito purch sia utile,  uno degli aspetti caratterizzanti del nostro tempo. Alcuni parlano di nuova etica. In realt si dovrebbe parlare di tramonto dell'etica. Invece della societ dell'amore si sta costruendo la societ dell'egoismo pi sfrenato.
Forse ti stai chiedendo perch mai l'umanit stia passando attraverso un'eclissi della moralit, che ha fatto della nostra epoca una delle pi crudeli e spietate che siano mai esistite. Il motivo  semplice. I tempi moderni hanno visto la pi gigantesca negazione di Dio che la storia ricordi. Indubbiamente gli atei ci sono sempre stati, ma si trattava di circoli minoritari. Le societ del passato sono state plasmate da un forte sentimento di religiosit. L'ateismo come fenomeno di massa  specifico del nostro tempo. Non si era mai affermato prima.
Non  certo un caso che alla negazione di Dio abbia fatto seguito l'offuscamento della moralit. Anche se un ateo, sul piano personale, pu fare riferimento a dei principi morali ai quali attenersi, tuttavia la storia del nostro tempo dimostra che, a lungo andare, l'eclissi di Dio comporta anche quella della legge morale naturale. Gli uomini, una volta spenta la luce universale dell'amore che Dio accende nelle anime, si abbandonano alla legge dell'egoismo, dell'interesse e della forza che finisce per travolgere ogni valore.
Una volta negata l'esistenza di Dio e dell'anima e ridotto l'uomo a un animale, sia pure al vertice dell'evoluzione materiale, come  possibile fondare e proporre degli ideali morali da seguire? Se gli uomini non ritornano a Dio, l'umanit non uscir dalla selva oscura dei suoi egoismi e non conoscer la civilt dell'amore, che ha necessariamente come fondamento la legge morale naturale.

Dio e non l'uomo  il fondamento della moralit.

Ormai ti  chiaro, caro amico, quale sia l'interrogativo a cui dare una risposta quando si affronta il problema morale. Si tratta di sapere chi stabilisce ci che  bene e ci che  male. Nella prospettiva dell'ateismo, che  certamente quella dominante,  l'uomo a decidere i criteri in base ai quali un'azione va ritenuta buona o cattiva. Per quanto riguarda la sfera della vita privata ognuno  libero di crearsi il suo universo di valori. Nell'ambito della vita pubblica invece contano gli orientamenti della maggioranza, in base ai quali vengono formulate le leggi.
Non ti  difficile comprendere che su questa strada tutti i misfatti sono possibili. Non c'era forse una maggioranza favorevole alle leggi razziali e alla eliminazione degli ebrei? Non ci sono forse maggioranze favorevoli all'aborto? Nel corso della storia non  forse vero che intere societ si sono abbandonate a pratiche che oggi giustamente riteniamo abominevoli?
Indubbiamente nell'uomo brilla una luce di moralit. Non si pu negare che la ragione non poche volte  riuscita a indicare ideali elevati, nonostante periodi paurosi di buio e di decadenza. Si tratta per di una luce incerta e vacillante, spesso travolta dall'uragano delle passioni e della violenza. Essa si spegne facilmente, se l'uomo non fa ricorso a una luce pi certa e pi grande che brilla come un sole sopra di lui.
Nella prospettiva cristiana la fonte della moralit  Dio. Certamente l'uomo giudica il bene e il male in base alla luce naturale della ragione e della coscienza. Tuttavia essa  un riflesso della luce increata che illumina le menti e parla ai cuori. Questa luce divina si esprime in quella legge morale naturale i cui orientamenti di fondo sono indicati nei dieci comandamenti. Un'azione umana  buona se  conforme a quella moralit che  in Dio, mentre  cattiva se ne  difforme e contraria.
Quando a Ges viene chiesto se il divorzio  lecito, egli lo nega, bench Mos l'avesse ammesso nella sua legislazione, Ges spiega che Mos dovette piegarsi alla durezza del cuore del popolo. In altre parole dovette acconsentire alla debolezza della natura umana e alle sue passioni. Il punto di riferimento della moralit per, nell'insegnamento di Ges, non  la legislazione di Mos, ma la volont di Dio creatore.
L'uomo, la cui ragione  soggetta a smarrimenti e a deviazioni, deve continuamente risalire alle fonti eterne della moralit. In questo gli  di grande aiuto il magistero della Chiesa, la cui competenza si estende a tutto il campo della legge morale naturale. Se tu consideri gli straordinari insegnamenti sviluppati dalla Chiesa nel corso di questo secolo sui diritti umani fondamentali, ti rendi conto del grande servizio che essa sta facendo all'umanit, la quale, da sola, non sarebbe riuscita a fare molta strada.
Ti chiederai perch sia Dio la fonte della moralit. La ragione di fondo  la stessa natura di Dio, il quale nella sua essenza  luce di verit, pienezza di bene e irradiazione di amore. In Dio non vi  neppure l'ombra del male e del peccato. Tutto in lui  degno e puro. Dio  santo e fonte di ogni santit. Egli  la pienezza di tutte quelle perfezioni che poi irradiano nella creazione, e in particolare nell'anima dell'uomo.
In questo mondo in cui la luce si mescola all'ombra, le perfezioni alle imperfezioni e il bene al male,  di grande consolazione che l'origine e il fondamento di ogni cosa sia pienezza di verit, di giustizia e di amore. L'uomo, nel suo pellegrinaggio nel tempo, fa spesso l'esperienza del male e del peccato. La ragione ne  offuscata e il cuore inquinato. La tentazione di chiamare onesto e giusto ci che non lo  lo insidia continuamente. Questo  vero sul piano dell'umanit nel suo insieme come su quello delle singole persone. Quante volte noi siamo tentati di giustificare la nostra condotta immorale, dicendo a noi stessi che non c' nulla di male. Si tratta di un cammino che porta a una degradazione morale, tanto pi pericolosa in quanto non si chiama il male col suo nome. Soltanto fissando gli occhi a quella fonte di moralit assoluta che  in Dio l'umanit si eleva e progredisce sulla via del bene e della propria perfezione.

La moralit divina riluce nell'anima umana.

Per coloro che ritengono che l'uomo sia il risultato dell'evoluzione animale,  impossibile gettare le basi di una legge morale che imponga loro di superare gli istinti ferocemente egoistici della carne. In base a quale principio il pi forte non dovrebbe mangiare il pi debole? Non avviene forse cos in natura? Mi chiedo come sia possibile ipotizzare la civilt dell'amore in una visione della vita e della societ in cui la legge fondamentale  quella della lotta per la sopravvivenza. Se riteniamo che il comandamento di amare sia l'essenza stessa della moralit, come potremo fondarlo in una visione atea e materialistica dell'uomo?
Nella visione cristiana la fonte della moralit  la ragione umana in quanto in essa si riflettono la verit e la bont divine. Dio, creando l'anima umana a sua immagine e somiglianza, imprime in essa un orientamento insopprimibile al bene. Se non si ammette che nell'uomo vi  un'anima spirituale, creata da Dio e nella quale egli ha impresso il suo sigillo,  impossibile fondare qualsiasi moralit degna di questo nome. Quando Dio creatore trae l'anima dal nulla e, nello stesso momento del concepimento, la infonde in un corpo, imprime in essa il marchio di origine, accendendo quella luce di moralit che riflette l'infinita santit divina.  necessario comprendere in tutta la profondit di significato l'affermazione della Sacra Scrittura, secondo la quale l'uomo  stato creato a immagine e somiglianza divine. L'uomo  riflesso di Dio, in quanto il Creatore soffia nel fango della terra il suo spirito. L'anima umana  una scintilla divina, affermano i mistici, che rende l'uomo capace di Dio. Essa  di natura spirituale come Dio stesso e perci  dotata di intelligenza e di libera volont. Non solo, ma nel suo fondo la mano dell'Onnipotente ha impresso quei principi di verit e di bene che orientano l'uomo nelle sue valutazioni e decisioni.
Ges ci ha insegnato a ricondurre tutti i dettami della morale a un'unica radice, che  quella dell'amare Dio sopra ogni cosa e dell'amare il prossimo come se stessi. Non c' dubbio che su questo punto basilare anche le grandi religioni naturali convergono col cristianesimo. Ti sei mai chiesto perch ci sia un grande consenso su una moralit che abbia come base il comandamento dell'amore? La ragione  molto semplice ed  perch Dio  amore. Essendo l'uomo immagine di Dio, egli ritrova impresso nella sua anima l'orientamento all'amore.
Forse ora obietterai che non sempre  cos e che non solo uomini singoli, ma societ intere si sono mosse, e tuttora spesso si muovono, sotto la spinta dell'egoismo e della violenza. Non vi  dubbio che il cuore umano sia inquinato dal male. Chi non ne sente la spinta negativa nel cammino quotidiano della vita? La Bibbia ci spiega che il peccato di origine ha offuscato e indebolito la nostra capacit di bene. Tuttavia la luce divina che  in noi ci permette di distinguere fra il male e il bene e di combattere le tendenze negative della nostra natura ferita dal peccato.
Se tutti gli uomini seguissero la luce divina della ragione e della coscienza, non sarebbe difficile fondare una legge morale universale, valida per tutti. Purtroppo questo spesso non avviene. Chi non conosce gli smarrimenti dell'umanit nel suo lungo cammino attraverso i secoli? Quali e quanti delitti l'uomo non ha giustificato nel corso della storia e giustifica tuttora! Abbandonata a se stessa, la ragione umana spesso perde la via del bene e lascia spegnere quella luce che Dio creatore non cessa di infondere in ogni anima.
Questa esperienza forse l'hai fatta anche tu, nella tua vita personale. Non  forse vero che, distaccandoti dagli insegnamenti della Chiesa e non ascoltando la voce della tua coscienza, hai finito per percorrere strade che ti hanno portato sulla via del male e del peccato? La luce del bene era in te e ti permetteva, se tu l'avessi voluto, di giudicare rettamente sul valore delle tue azioni. Ma tu chiudevi gli occhi per non vederla e gli orecchi per non sentirla. Preferivi seguire le voci dell'egoismo, prepotenti e allettanti insieme. Quando il male prende un uomo, ne  come accecato e cos percorre la via della sua rovina, illudendosi di inseguire la felicit. Ma se per grazia apre gli occhi e ritorna in se stesso, allora la luce che si  riaccesa in lui gli permette di comprendere la situazione di degrado morale in cui era precipitato.
La sapienza di Dio creatore ha dunque voluto che nell'anima dell'uomo fosse accesa una luce di moralit che illuminasse i suoi passi sulla via della vita. L'uomo per deve vigilare perch non venga sopraffatta dalla violenza delle passioni e nel medesimo tempo deve risalire continuamente alle sorgenti eterne del bene per ristorare e fortificare la sua anima.

La voce divina della coscienza.

La stretta parentela dell'anima con Dio  la fonte della moralit. Nella sua anima spirituale e immortale l'uomo trova impressa quella luce di santit la cui origine  in Dio. La legge morale non  quindi creata dagli uomini a loro piacimento, ma essi la trovano scritta nella loro stessa anima.  una verit che anche le filosofie precristiane hanno intuito. Agisci secondo ragione era il principio fondamentale della morale stoica.
Non si tratta di affermazioni astratte, ma di realt molto concrete di cui ognuno pu fare l'esperienza. Non  forse vero che nell'uomo vi  una luce interiore in base alla quale  in grado di giudicare se un'azione  buona o  cattiva? Prendiamo ad esempio l'atto di uccidere. Qualsiasi uomo, che non si sia pervertito, avverte che uccidere  un'azione riprovevole e malvagia. La stessa cosa dicasi per il furto o per l'adulterio. Gli atti che l'uomo compie sono da lui giudicati in base a una legge di moralit che gli  intima, come fosse stata scritta a lettere indelebili nel suo spirito.
Questo non avviene negli animali, neppure fra quelli pi sviluppati. L'animale  mosso dall'istinto. Uccide e mangia se ha fame, senza che ci sia alcuna valutazione morale. Ti sei mai chiesto perch ovviamente agli animali non si attribuisce n moralit, n responsabilit? La ragione  molto semplice. L'animale non ha una dimensione spirituale, che gli permette di scegliere liberamente in base a dei criteri morali.
L'uomo invece, per ogni azione che compie, istintivamente la valuta in base a quei criteri di moralit che si trova scritti a caratteri indelebili nella sua anima. Non  forse vero che, per quanto riguarda le azioni che compi, ti chiedi se hai agito bene oppure se hai agito male? Se non riesci da solo a pervenire a un giudizio che ti soddisfi, ecco che ti rivolgi al parere di qualche altra persona, finch non hai conseguito un giudizio morale certo. L'uomo sente il bisogno di valutare il suo comportamento in base a dei principi di moralit che fanno parte del suo patrimonio spirituale.
Questa legge morale scritta nell'anima dell'uomo si chiama universalmente coscienza. Alcuni, con un'espressione molto efficace, hanno chiamato la coscienza La voce di Dio in noi. Che cosa dice questa voce al cuore dell'uomo? Innanzi tutto fa risuonare un imperativo che non ammette repliche o esitazioni: Fai il bene ed evita il male. Poi, per ogni azione che stai compiendo, questa voce interiore ti avverte se  buona o cattiva. Se ad esempio stai meditando di rubare, ecco che vieni messo sull'avviso che stai agendo in un modo riprovevole. Infine su ogni tua azione compiuta senti chiaro e netto il suo giudizio. Di approvazione se quanto hai fatto era bene. Di disapprovazione se quanto hai fatto era male (1).

[nota 1:] Per una completa trattazione del tema della coscienza vedi il mio libro Decidersi per Dio, Ed. San Paolo, pp. 43-58. [fine nota.]

La coscienza  il radar morale dell'umanit. L'uomo, dopo il peccato originale, erra non poche volte nel giudicare il bene e il male in base alla coscienza. Spesso gli egoismi e le passioni hanno accecato gli uomini che si sono costruiti una coscienza di comodo. Noi siamo degli abili ingannatori di noi stessi. Chi pu negare che l'umanit abbia vissuto, nel suo travagliato cammino, dei lunghi periodi di eclissi morale? Tuttavia anche nelle ore pi buie non sono mancati i testimoni e i profeti, che hanno preparato quelle rinascite spirituali che mai sono mancate.
Nella loro coscienza gli uomini trovano impressa a caratteri spirituali la legge eterna del bene. Se la tengono sgombra dalle tenebre delle passioni e dell'ignoranza, essi possono sentire l'approvazione o la disapprovazione di Dio su ogni azione che compiono. La legge di Dio, prima di essere scritta nei libri sacri da Mos,  stata scolpita nell'anima di ogni uomo. E racchiusa nella nostra coscienza la chiave segreta che ci consente di discernere fra il bene e il male.

La rivelazione del decalogo

Forse ti chiederai perch Dio dovette rivelare a Mos sul monte Sinai la legge suprema del bene e del male, se essa nella sua sostanza  gi impressa nell'anima dell'uomo ed  percepibile mediante la coscienza morale. Non vi  dubbio, caro amico, che la legge morale sia conoscibile mediante quella luce naturale della ragione che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Lo dimostra il fatto che i principi fondamentali della moralit si ritrovino nelle varie religioni e filosofie, anche se spesso mescolati a errori. Non farai certo fatica a trovare la condanna dell'omicidio o dell'adulterio nelle varie civilt, anche se a volte la ragione offuscata dal peccato, dai pregiudizi e dall'ignoranza ha cercato di giustificarli.
Nella visione biblica della storia all'inizio ci fu una catastrofe spirituale, chiamata peccato originale. Con esso l'uomo non solo perse il suo stato di grazia e giustizia che lo rendeva amico di Dio, ma fu colpito e indebolito nell'esercizio della sua ragione e della sua libera volont. La ragione, anche dopo il peccato, conserva certamente la capacit di pervenire alla conoscenza di Dio, mediante le creature, e di cogliere gli orientamenti fondamentali riguardanti il bene e il male. Tuttavia la sua debolezza la porta spesso su strade sbagliate. Invece di riconoscere un Dio unico, creatore del mondo e giudice dell'uomo, gli uomini cadono sovente nell'idolatria, rivolta a di inesistenti e spesso degradanti. Allo stesso modo non di rado finiscono per smarrire il senso della moralit, ammettendo e giustificando azioni riprovevoli e indegne.
Rivelando a Mos i dieci comandamenti sul santo monte, Dio aiuta l'uomo a trovare le fonti incontaminate della moralit e gli ideali eterni della giustizia e della santit. La ragione  come presa per mano e condotta verso quei traguardi dove potrebbe arrivare anche da sola, se non fosse oscurata e indebolita dalla coltre caliginosa del male. Leggendo e meditando le dieci parole di Dio, gli uomini di tutti i tempi, e non solo i credenti, trovano quei principi assoluti della moralit che Dio ha inciso in modo indelebile nelle profondit della loro anima.
Ti rendi certamente conto dell'importanza di queste riflessioni. In un mondo in cui vi  una grande diversit di religioni e di visioni della vita, i dieci comandamenti rappresentano una piattaforma morale su cui  possibile cercare e trovare il consenso dell'intera umanit. Essi, in quanto imperativi della ragione e della coscienza, e quindi non espressione di una fede particolare, possono costituire la base per una legislazione comune degli Stati e offrire alla famiglia umana quegli orientamenti etici che sono il fondamento necessario di una civilt della pace e dell'amore.
Dio, scrivendo con il suo dito la legge santa sulle due tavole di pietra, ha inteso ripresentare al mondo, mediante il popolo di Israele, quei principi eterni della moralit che egli incide in ogni anima, quando dal nulla la chiama alla vita. Potremmo dire che il decalogo fa parte del D n a  originario dell'umanit. Dio l'ha dissepolto dallo strato di polvere che lo aveva coperto lungo il corso dei secoli e l'ha riconsegnato agli uomini nel suo splendore iniziale.
Inserendo il decalogo nell'Alleanza col popolo di Israele, Dio ha voluto dare un insegnamento di grande attualit anche oggi. La legge morale non  qualcosa di astratto, ma  la risposta dell'uomo all'amore di Dio.  osservando i comandamenti che l'uomo dimostra di accettare Dio come suo creatore e di amarlo come suo padre. L'uomo che osserva i comandamenti, a qualunque religione appartenga, si comporta come un figlio che il Padre celeste protegge con un amore speciale.

Il decalogo  la base della morale naturale.

Quanto detto finora ti aiuta a capire che il decalogo non  una morale specifica del popolo di Israele, ma al contrario  un codice morale valido per tutta l'umanit. Infatti, come si  espresso Giovanni Paolo II: Jahve li ha scritti nella pietra, ma li ha incisi soprattutto in ogni cuore umano quale universale legge morale valida e attuale in ogni luogo e in ogni tempo.
Non diverso  quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: I dieci comandamenti appartengono alla Rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanit dell'uomo. Mettono in luce i doveri essenziali e quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona umana. Il decalogo contiene una espressione privilegiata della "legge naturale" (2.070).
Molto lapidaria  al riguardo l'affermazione di sant'Ireneo di Lione: Fin dalle origini, Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limit a richiamarli alla loro mente. Fu il decalogo. San Bonaventura a sua volta osserva: Una completa esposizione dei comandamenti del decalogo si rese necessaria nella condizione di peccato, perch la luce della ragione si era ottenebrata e la volont si era sviata.
Come ormai ti  chiaro, i comandamenti di Dio, che noi credenti conosciamo mediante la rivelazione che ci  proposta dalla Chiesa, possono essere percepiti, almeno nelle loro linee essenziali, da tutti gli uomini, per mezzo della voce della coscienza morale. Nel decalogo mosaico non si trova formulata tutta la legge morale naturale che Dio ha impresso nell'anima dell'uomo, ma ne sono indicati sicuramente i principi fondamentali. Dalla riflessione sui comandamenti e aiutati dal magistero universale della Chiesa, gli uomini possono illuminare con la luce della moralit situazioni nuove e impreviste ed esprimere giudizi di comportamento in base alla legge eterna del bene.
Fin dalle origini dunque, anche dopo il peccato originale, l'umanit  stata guidata dalla luce della legge di Dio, accesa nell'anima umana. La voce del Signore che rimprovera Caino, dicendo: Dov' tuo fratello Abele?,  quella voce della coscienza che rimprovera gli uomini di tutti i tempi, ogni volta che si abbandonano all'odio e alla violenza. La Provvidenza del Signore ha voluto che gli uomini, ovunque andassero, portassero con s questa lampada interiore, la quale impedisce che l'egoismo e l'odio, la menzogna e il disprezzo distruggano la persona umana, e pone in luce che il Signore  l'unico nostro Dio e che ogni altra divinit  falsa e finisce per ridurre in schiavit l'essere umano, portandolo a degradare la propria umana dignit (Giovanni Paolo II).
Possiamo dire che i comandamenti sono accettati dall'insieme dall'umanit?  un interrogativo a cui  difficile dare una risposta. La vasta negazione di Dio, che ha caratterizzato l'ultimo secolo del secondo millennio, ha portato a cancellare dal cuore di innumerevoli persone la prima tavola della legge divina, che prescrive all'uomo il rispetto, la sottomissione e l'amore filiale per il Creatore.
L'offuscamento della fede in Dio ha provocato gravi sbandamenti anche su quel versante della legge divina che riguarda i doveri di amore verso il prossimo. Tuttavia l'universale riconoscimento dei diritti umani fondamentali, che  uno degli aspetti pi positivi del nostro tempo, testimonia la perenne vitalit della legge morale naturale, che illumina l'uomo anche nei momenti pi bui e travagliati della sua storia.

Ges ha confermato e perfezionato il decalogo.

Ges ha ribadito il valore fondamentale del decalogo anche per i suoi seguaci. Egli  la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. La luce di moralit che  impressa nelle coscienze altro non  che un riflesso di quella luce vera che  Ges Cristo. Tuttavia egli non lo accoglie passivamente, cos come  proposto dagli scribi e dai farisei, che si professavano discepoli di Mos, ma lo purifica dagli adattamenti di comodo e lo riporta al suo primitivo splendore.
Al riguardo  molto istruttivo l'atteggiamento di Ges nei confronti del divorzio. Mos, nella sua legislazione, aveva attenuato il comandamento divino, permettendo il divorzio, anzi il ripudio della donna da parte dell'uomo, Ges, interrogato al riguardo, afferma che Mos ha fatto tale concessione per la durezza del cuore, ma al principio, nel progetto di Dio creatore, non era cos (cfr. Matteo 19, 3-9). Per cui chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio (Luca 16, 18).
Questa proposta del decalogo da parte di Ges come via di santit  la sostanza stessa della morale evangelica. L'uomo, fin dalla sua apparizione sulla terra, ha sempre avuto davanti a s un altissimo ideale di perfezione e ci che Ges ha indicato ai suoi seguaci  innanzi tutto quella legge morale naturale che il Creatore ha costituito come punto irrinunciabile di riferimento per gli uomini di tutti i tempi.
Al giovane che gli chiedeva che cosa dovesse fare per ottenere la vita eterna, Ges richiama innanzi tutto la necessit di riconoscere Dio come il solo buono, cio come il bene per eccellenza e la sorgente di ogni santit. Poi gli dice: Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti e indica in particolare quelli che riguardano l'amore del prossimo: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre. Poi, concludendo, Ges riassume tutte queste indicazioni in una formulazione positiva: Ama il prossimo tuo come te stesso (Matteo 19, 16-19). La radice profonda della morale naturale  dunque l'amore nella totalit e nella verit delle sue espressioni. Potremmo chiamare il decalogo un codice naturale di amore che prepara la rivelazione soprannaturale della carit di Dio che si  manifestata nella vita e nelle opere di Ges Cristo.

La morale evangelica ha come fondamento l'amore.

Ges dunque purifica i comandamenti dalle incrostazioni storiche e li ripropone nella loro forza originaria, ma questo non  tutto. Egli li riporta alla radice profonda da cui tutti scaturiscono e traggono la linfa vitale.  la radice dell'amore. Alla domanda: Qual  il pi grande comandamento della legge?, il divino Maestro risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo  il pi grande e il primo dei comandamenti. E il secondo  simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti (Matteo 22, 37-40).
Il comandamento della carit, che  duplice e unico nel medesimo tempo,  dunque la chiave di interpretazione di tutto il decalogo. Esso indica all'uomo quei comportamenti fondamentali che esprimono l'amore per Dio e per il prossimo, Ges in questo modo ci presenta la moralit umana come un impegno ad amare. San Paolo lo ribadisce con la consueta incisivit: Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare, e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge  l'amore (Romani 13, 9-10).
Vista dalla prospettiva con cui la presenta Ges, la morale naturale, cos come si esprime nei dieci comandamenti,  dunque una morale di amore. Le due tavole della legge che Dio ha dato a Mos e che gli uomini trovano scritte nel loro cuore sono dunque un invito ad amare: Dio innanzi tutto e poi i fratelli, senza escludere l'uno o gli altri. Tuttavia Ges compie un passo ulteriore, perch dopo aver confermato il decalogo e averlo ricondotto alla radice originaria dell'amore, ci svela quelle dimensioni della carit che sono accessibili soltanto alla fede. Si tratta dell'amore del Padre celeste e del Figlio suo, che egli ha inviato sulla terra. Questa  la vera novit della morale evangelica, che parte dall'amore naturale contenuto nei comandamenti per poi indicarci le dimensioni soprannaturali dell'amore trinitario.
Ges ci indica esplicitamente una misura di amore che  divina, quando ci invita a essere perfetti come  perfetto il Padre celeste. Infatti  la sua misericordia che dobbiamo imitare nei confronti del nostro prossimo. Ed  per imitare l'amore del Padre celeste che dobbiamo imparare a porgere l'altra guancia e a riporre la spada, a lasciarci derubare non solo della tunica, ma anche del mantello, a non giudicare e a non condannare, a pregare per i nemici, ad amare quelli che ci fanno del male, a perdonare le offese, a essere puri di cuore e distaccati dal denaro, a praticare l'elemosina nel segreto e ad amare l'umilt e la mitezza, conservando la gioia e la benedizione anche nelle persecuzioni.
Qui siamo oltre la morale espressa dai dieci comandamenti, perch siamo nell'ambito di quelle esigenze dell'amore soprannaturale che ci  stato rivelato con l'invio del Figlio e che  reso possibile con l'effusione dello Spirito Santo nei nostri cuori. Tuttavia i dieci comandamenti ne sono la base necessaria e senza la loro pratica non  possibile entrare nella dimensione di quella carit che  la vita stessa di Dio. Potremmo dire che la morale evangelica  un grande albero dove il decalogo rappresenta il tronco e i rami, mentre i precetti e i consigli evangelici sono i fiori e i frutti. Un albero non si pu dividere.  un unico organismo vivo che  alimentato dall'unica linfa vitale dell'amore di Dio.
Siamo di fronte a un affresco meraviglioso, a un ideale sublime di perfezione morale, che non troverai di certo in nessun'altra religione o filosofia, antica o moderna che sia. Eppure non tutto  stato ancora detto. Forse ti potrebbe sorgere il dubbio che una prospettiva morale cos elevata non sia alla portata dell'uomo e che in ultima istanza corra il rischio di essere un'utopia, senza alcuna possibilit di realizzazione concreta. Non  cos. Almeno una persona  esistita che ha vissuto il vangelo in tutte le sue esigenze, realizzando il perfetto e purissimo amore.  la persona di Ges Cristo. Egli  la santit divina fatta carne, Ges ha vissuto nella sua vita tutte le sfumature dell'amore di Dio. Nessun uomo al mondo gli pu essere avvicinato quanto a perfezione morale. Egli ha potuto dire di se stesso: Imparate da me che sono mite e umile di cuore.  la persona di Ges Cristo che gli uomini devono guardare ed  la sua vita che devono prendere come modello ed esempio.
Da quando Ges Cristo  apparso sulla terra, essi hanno davanti ai loro occhi la pienezza di quella perfezione a cui il Padre celeste li chiama. L'umanit nel corso di duemila anni di storia  passata attraverso bufere tenebrose che hanno fatto temere il trionfo dell'odio, della violenza e della perversione. Ma  proprio in questi momenti che maggiormente sono brillate quelle luci di santit degli imitatori di Ges che hanno impedito la vittoria del male sul bene. Cos sar fino alla fine dei tempi. La Luce vera della santit ha posto le sue tende in mezzo a noi e nessuno riuscir mai pi a spegnerla, perch trover sempre imitatori coraggiosi e numerosi in ogni parte del mondo.

Senza decalogo non c' n futuro n vita eterna.

L'uomo  stato creato con l'orientamento al bene. La sua vocazione  l'amore. Osservando i comandamenti l'uomo cresce
nell'amore e realizza la sua vita. Non bisogna intendere la legge morale come qualcosa di esterno all'uomo, che egli  costretto a osservare, pena la punizione divina. La verit, la bellezza, il bene e l'amore sono connaturali all'essere umano. Nell'osservanza dei comandamenti egli si nutre di queste realt e pregusta quella felicit eterna che gi ora contengono e promettono.
 un'illusione pensare che sia possibile realizzare se stessi disattendendo la via del bene e commettendo il male. Il male fa male. Il male distrugge. Frutto del male  la morte. Ognuno lo pu sperimentare sulla sua pelle, quando nel cammino della vita si allontana da Dio e dalla sua legge di amore. La vita si degrada e nel cuore entrano i fantasmi dell'inquietudine, dell'angoscia e della disperazione. Il mito del peccatore felice  l'ennesima trovata del falsario per eccellenza, il demonio.
Al giovane che gli chiede che cosa debba fare per ottenere la vita eterna, Ges risponde: Se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti. Quando l'uomo pratica la legge morale, realizza se stesso e cammina sulla via della salvezza. Il suo sbocco finale non sar la morte, ma la vita. La buona volont di praticare il bene edifica l'uomo, porta a maturazione la sua umanit, gli dischiude nel cuore la sorgente della gioia e lo rende degno della beatitudine eterna. Come il cibo materiale non pu essere considerato un obbligo, ma una necessit per crescere e per vivere, cos l'osservanza della legge divina non pu essere ritenuta una imposizione esterna, ma un bisogno intimo della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio.
In questa luce comprendi anche perch la Chiesa affermi che i comandamenti debbano essere considerati degli obblighi gravi. Questo significa che la loro violazione compromette la vita delle persone e della societ. Quale futuro potrebbe avere una societ in cui  eliminato Dio,  scardinata la famiglia e dove dilagano il furto, la violenza e la menzogna? Questa societ sarebbe la rappresentazione anticipata dell'inferno e finirebbe per sprofondarvi in breve tempo. Infatti senza il timore santo di Dio e il rispetto del prossimo gli uomini si trasformerebbero in un immenso branco di lupi che si divorano a vicenda.
Poich enunciano i doveri fondamentali dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, delle obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell'essere umano (Catechismo C. C., 2 072). Non vi  dubbio che la loro osservanza comporti la fatica della volont. La pratica del bene non  facile, perch l'uomo nasce malato, e in lui vi  una inclinazione al male, che spinge sulla via opposta a quella indicata dalla legge di Dio. Tuttavia l'esercizio della moralit e l'impegno per la virt fortificano l'uomo e lo ricolmano di gioia. A ogni uomo che desidera la vita eterna, Ges, indicando le due tavole della legge, come pure i precetti e i consigli evangelici, dice ieri, oggi e sempre: Fai questo e vivrai (Luca 10, 28).


Capitolo 1. - Primo comandamento: NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME.

Io sono il Signore, tuo Dio.

In principio ai dieci comandamenti vi  un'affermazione che ha il carattere dell'assolutezza e della grandiosit. A una persona che rivendicasse per se stessa il diritto di stabilire ci che  bene e ci che  male, la risposta, che non ammette n obiezioni, n repliche,  questa: Tu non sei Dio, ma sei soltanto una creatura. All'inizio delle tavole del decalogo viene ribadita una verit che la nostra generazione, pi di quelle precedenti, fa fatica ad accettare. Dio e non l'uomo pu dire di se stesso: Io sono. L'uomo non  l'autore della sua esistenza, ma la riceve dal Creatore. Dio solo  la fonte dell'essere e delle sue mirabili perfezioni. Anche dopo che  stato tratto dal nulla, l'uomo non potrebbe sussistere un solo momento, se Dio col suo amore non lo mantenesse in vita.
L'uomo non  Dio e perci non pu essere lui la sorgente della moralit.  duro per l'orgoglio umano accettare questa verit originaria e perci cerca di rimuoverla, negando l'esistenza di Dio e la radicale dipendenza da lui. La morale che presume di essere autonoma da Dio  basata su una menzogna iniziale sulla quale inevitabilmente frana. Pretende di porre l'uomo su un piedistallo che non gli appartiene. Quale divinit si potrebbe attribuire una creatura passeggera, fragile, che non pu allungare la sua vita di un solo istante? Quale legge morale potrebbe stabilire una umanit che ha alle sue spalle una storia impressionante di male e di peccato?
Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma il veleno satanico, che lo spinge a essere come Dio e a porsi al posto di Dio, costringe l'Onnipotente a richiamarlo ai suoi limiti di creatura. Io sono il Signore, tuo Dio. Egli ce lo ricorda con amore e con infinita umilt. Non si  forse fatto piccolo nell'umilt della carne quando  venuto fra noi per perfezionare il decalogo? Eppure gli uomini non lo hanno riconosciuto e hanno cercato di eliminarlo. La negazione di Dio e della propria dimensione di creature  quel male originario che porta inevitabilmente al rifiuto del decalogo. Quando l'uomo non accetta Dio come legislatore,  perch lui stesso vuole esserlo al posto di Dio.
Se tu vai alla radice di gran parte del pensiero moderno, coglierai questa affermazione che  comune a molti suoi esponenti: si dichiara in ultima istanza che non  stato Dio a creare l'uomo, ma l'uomo a creare Dio. In altre parole Dio non sarebbe altro che la proiezione che l'uomo fa di se stesso. E di conseguenza anche la legge divina altro non sarebbe che una creazione umana, che gli uomini possono mutare a loro insindacabile giudizio. Tutto questo  ridicolo, ma  esattamente ci che caratterizza il nostro tempo, che sta sperimentando la pi vasta negazione di Dio che la storia ricordi.
Dio non  certo un re senza truppe, che per conservare il trono deve venire a patti con i sudditi ribelli. Guida la storia umana con infinita pazienza e bont, anche quando lo ignora e lo nega.
Per non abdica mai alla sua autorit. Lascia che gli uomini facciano la parte che loro orgogliosamente rivendicano per se stessi, come il faraone d'Egitto, salvo poi far toccare loro con mano che sono delle foglie al vento. Egli li educa nel corso della storia, rovesciando i potenti dai troni ed esaltando gli umili. Mostra loro che, osservando la sua santa legge, edificano se stessi e realizzano la loro vita, mentre, percorrendo la via della superbia e della presunzione, cadono in preda ai pi grandi mali.
Io sono il Signore, tuo Dio. Con questa solenne dichiarazione Dio pone le fondamenta perenni della legge santa e immutabile del decalogo. Dio e non l'uomo  la fonte dell'essere.
Egli dunque  la fonte del bene e della moralit. Egli  la radice del diritto e della giustizia. Egli  la sorgente della pace e della felicit. Chi altri, se non Dio, ha l'autorit per legiferare con sapienza e verit? Chi, se non lui, pu pesare la vita di ogni uomo secondo le leggi eterne della santit e del bene? Chi pu alla fine giudicarlo e stabilire il suo destino eterno?
Forse qualcuno storcer il naso o scuoter il capo. Ma, caro amico, se  l'uomo a essere Dio, pensi che ti troveresti meglio? Che cosa hanno fatto e fanno gli uomini laddove pretendono di svolgere quel ruolo che spetta solo al Creatore? Da quale bont, da quale santit, da quale moralit sarebbero alimentate le loro leggi? Su quale giustizia sarebbero basati i loro giudizi? Ha ragione il salmista quando afferma che solo la legge di Dio  luce degli occhi e gioia del cuore. Nessuno pu fare Dio al posto di Dio. Nessuno pu dettare le regole della moralit al suo posto.

Accetta, o uomo, di essere una creatura.

Quel comandamento che  primo di tutti i comandamenti e che  la base dell'intera morale riguarda dunque l'accettazione di Dio nella propria vita. Se tu mi chiedessi quale fra le dieci parole del decalogo oggi  la pi disattesa, non esiterei a rispondere che  proprio il preambolo iniziale, al quale le due tavole stanno appese e senza il quale cadrebbero per terra, andando in frantumi. Riconoscere Dio come il proprio Creatore e Signore  il primo passo sulla via della salvezza, della quale ogni comandamento  come un indicatore di strada. Se la via della rovina incomincia con la negazione di Dio, quella della salvezza ha inizio col suo umile e sincero riconoscimento.
All'inizio della moralit vi  un atto di umilt. L'uomo deve reprimere dentro di s quell'appetitus excellentiae, cio quel desiderio di eccellere, che il serpente ha iniettato nelle vene dell'umanit col peccato originale. Satana fin dal principio ha illuso l'uomo che avrebbe potuto prendere il posto di Dio, decidendo da solo ci che  bene e ci che  male. Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male (Genesi 3, 5). L'ateismo, teorico o pratico che sia, come pure la pretesa di decidere da soli le regole morali della propria vita, sono il frutto amaro di quel sottile veleno satanico che si chiama superbia. L'uomo se ne libera riconoscendo con un atto di realismo e di lealt di essere soltanto una creatura.
S, dobbiamo prendere atto che c'era un tempo quando non esistevamo e che qualcuno infinitamente pi grande di noi ci ha chiamato dal nulla all'essere. Uno solo  Dio e quello non sei tu. Ben diverso  l'insegnamento di uno dei testi fondamentali dell'induismo, le Upanishad, dove il saggio, alla domanda del giovinetto su chi fosse Dio, dopo un lungo ragionamento conclude: Dio: quello sei tu. L'uomo in realt  una creatura. Egli dipende da Dio nell'essere e nell'agire. Nessun uomo pu salvarsi da solo. Anzi, lasciato a se stesso, vaga nell'oceano della vita come una barchetta senza vela e senza timone, non sapendo n da dove viene, n verso quale direzione conviene andare. Se non guarda in alto, da dove gli giunge la luce, la sua navigazione  destinata a un sicuro naufragio.
La salvezza viene dall'umilt. Questa virt  il terreno su cui poggia tutto l'edificio della moralit. L'umilt, nella sua essenza,  un atto di verit. Si tratta di riconoscere a Dio la divinit e a noi stessi la creaturalit. Da questo atteggiamento prende origine tutta la grandezza della vita morale. L'uomo non  mai cos grande e cos nobile come quando si inginocchia davanti all'Onnipotente e lo riconosce come il proprio Signore e il proprio Dio. Al contrario splende di luce falsa ogni gloria che attribuisce a se stesso, carpendola a colui che l'ha creato. L'umilt a sua volta genera l'adorazione.  molto impressionante la preghiera che l'angelo della pace ha insegnato ai tre pastorelli di Fatima, prima delle sei apparizioni della Madonna: Mio Dio, io credo, adoro, spero e ti amo e ti chiedo perdono per quelli che non adorano, non credono, non sperano e non ti amano.  una preghiera insegnata a dei bambini per riparare il grande peccato dell'umanit, che contraddistingue il nostro tempo.  il rifiuto di credere, di adorare, di aver fiducia e di amare il proprio Creatore.
L'adorazione a sua volta genera l'ubbidienza. Non si tratta evidentemente di quel tipo di ubbidienza che vige fra gli uomini, basata sul binomio potere e paura. L'atteggiamento di ubbidienza che sta alla base dell'accettazione del decalogo  motivato dalla infinita sapienza, santit e bont di Dio. La legge divina rinfranca l'anima dell'uomo e sazia il suo cuore. Nell'osservanza della legge l'uomo sperimenta una gioia che non troverebbe altrove. La sottomissione alla legge di Dio  la via alla libert.  adorando e ubbidendo che l'uomo si realizza. Dio infatti ci d i suoi comandamenti per il nostro bene. Essi ci indicano la via della vita e della felicit. Non si tratta dunque della sottomissione del servo al padrone e neppure di un'ubbidienza cieca e immotivata, ma piuttosto del riconoscimento da parte dell'uomo di Colui che  l'origine e lo sbocco della sua vita.
Dall'ubbidienza poi nasce lo spirito di servizio.  quella visione della propria esistenza in cui ci si adopera per realizzare la missione che Dio affida ad ogni uomo e per la quale egli ci ha creato. Potremmo chiamarla la concezione mariana della vita, formulata nella risposta di Maria all'angelo: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (Luca 1, 38). La prospettiva di vita che nasce da questo atteggiamento non  l'attuazione di propri progetti, ma di quei disegni che Dio coltiva su ognuna delle sue creature. Uno non si crogiola pi nel suo animo nel domandarsi: Che cosa far nella vita?, ma, come il giovinetto Samuele, dir: Parla, Signore, perch il tuo servo ti ascolta.
Quando una creatura si abbassa, Dio la eleva. All'inizio della vita morale vi  il riconoscimento del proprio limite di esseri fragili e peccatori. Nella luce dell'umilt si riconosce a Dio l'onnipotenza e a se stessi la propria inconsistenza. L'amore prende le forme dell'adorazione, dell'ubbidienza e del servizio. Ma lungo questa strada il Creatore svela il volto del Padre, che ama l'uomo come un figlio. Quella divinit che tu hai riconosciuto a Dio, accettandolo come Signore e sottomettendoti alla sua legge, ecco che ti viene data in dono nel Figlio suo Ges Cristo. In lui scopri che la legge porta alla pienezza dell'amore trinitario e che la divinit, privilegio divino, viene data in dono alle creature, elevate alla dignit filiale.
Ricordati, o uomo, che non accettando Dio, precipiti in un abisso pauroso di perdizione senza speranza. Accogliendolo e osservando la sua legge di santit incominci un cammino che dischiuder alla tua vita un orizzonte di gioia che mai avresti sperato.

Metti Dio al primo posto.

L'accoglienza e l'adorazione di Dio, nella consapevolezza che siamo sue creature, opera delle sue mani, anzi suoi figli, circondati dal suo infinito amore, sono il terreno del cuore su cui fiorisce tutto il decalogo.  solo all'interno di questo atteggiamento umile e confidente che la volont di Dio, espressa nei comandamenti, non viene sperimentata come una imposizione, ma come un cibo che nutre e sazia l'anima affamata e assetata di assoluto. Il sentimento della maest di Dio e della piccolezza della creatura ci avvicina anche ai fedeli delle altre due religioni monoteiste, gli ebrei in primo luogo e poi anche i musulmani, che hanno fortemente radicato il senso della sottomissione all'Onnipotente. Naturalmente nel cristianesimo vi  al centro l'incarnazione e quindi Dio  sentito assai vicino alla nostra umanit, e giustamente ci rivolgiamo a lui come a un Padre, a un fratello e a un amico. Tuttavia l'amore filiale, che porta alla confidenza, deve essere sempre unito al timore santo, che contempla l'infinita grandezza e santit dell'Altissimo.
Non basta per riconoscere a Dio la maest, la gloria e l'adorazione. Per rendere efficace il primo comandamento dobbiamo riservare a Dio il primo posto nella nostra vita. Dalle statistiche risulta che non sono pochi gli uomini che affermano di credere che Dio esiste. In paesi come l'Italia coloro che dichiarano di credere in Dio sono quasi nove su dieci. Quanti per vivono come se Dio non esistesse? Il vero problema  quello di verificare quanto la fede in Dio incida sulla vita concreta delle persone. Da questo punto di vista dobbiamo constatare che Dio spesso  assente dalla visione della vita di molti di coloro che pure dicono di credere nella sua esistenza. Non si chiedono n da dove vengono, n chi sono, n dove vanno. La giornata di molti uomini  chiusa nel ciclo della finitezza, senza nessuna apertura al trascendente.
Il primo comandamento ci richiama a una radicale impostazione della vita alla luce del Creatore. La virt della religione non va sicuramente identificata con un certo numero di pratiche di devozione, che pure non sono da disprezzare. Chi  una persona veramente religiosa?  quella che ama Dio, vive per lui e lo serve.  religiosa quella persona che imposta la sua vita alla luce di Dio, per cui l'Assoluto per lei  tutto e al di sopra di tutto.Neppure gli affetti, la salute, il lavoro e qualsiasi altra cosa sono per lei cos importanti.  religiosa quella persona per la quale il Signore  la sua ragione di vivere, di impegnarsi e di morire. Forse potremmo dire pi semplicemente che  religiosa quella persona per la quale Dio  l'amore della sua vita.
Tu avverti che esiste questo tipo di uomini nei quali Dio  presente. La gente, col suo fiuto infallibile, li chiama Uomini di Dio e accorre ad ascoltare la loro parola. Non sono necessariamente dei sacerdoti o dei religiosi. Spesso sono persone semplici, che hanno dato spazio completo a Dio nella loro esistenza. Queste persone sono troppo spesso un'eccezione anche nella comunit cristiana. Invece dovrebbe essere normale che non solo la vita, ma che la stessa giornata di ogni cristiano sia permeata dalla divina presenza.
Oggi anche molti credenti sono condizionati da una visione
secolarizzata del mondo. Dio non viene nominato e possibilmente neppure scomodato. Si ipotizza una realt come se lui fosse assente o non esistente. A volte mi  capitato di sentire qualche religioso che ha parlato per ore dei problemi fondamentali dell'esistenza, senza mai fare riferimento a Dio. Evidentemente ci si illude di risolverli da soli e di salvarsi da soli. C', inutile negarlo, questa presunzione di fare a meno del Creatore, ritenuto ormai un'ipotesi inutile. Anche i credenti rischiano di essere permeati da questa mentalit che oscura volutamente Colui che  nella coscienza degli uomini. Questa visione secolarizzata porta a un ateismo pratico e all'eclissi della fede.
Il cristiano non solo mette Dio al primo posto, facendone il fine della sua esistenza, ma ne vede la presenza efficace e quotiddiana nel governo del mondo e della sua vita personale. La luce della fede sa scorgere la sua mano provvida anche nelle pi piccole vicende quotidiane. Per il credente nulla  casuale e nel tessuto della sua giornata vede dispiegarsi un amore forte e tenace che mai lo abbandona. Anche in quegli avvenimenti della cronaca e della storia, o negli sconvolgimenti della natura, che restano un enigma per la ragione, il credente scorge all'opera la divina Provvidenza che, con sapienza e bont, guida il cammino degli uomini verso la salvezza.

Abbi in Dio una fede incrollabile.

Il cristiano  tale quando Dio  il sole che illumina e riscalda ogni istante della sua vita. Egli sente tutta la forza dell'affermazione divina: Io sono il Signore, tuo Dio. Tuttavia la intende diversamente da Mos. Per il cristiano la maest divina risplende sul volto di Ges Cristo, davanti al quale si inginocchia, dicendo con l'apostolo Tommaso: Signore mio e Dio mio. E per mezzo di Cristo, con Cristo e in Cristo che sono rivolti al Padre, nello Spirito Santo, l'onore e la gloria. Quando il cristiano dice Dio, allude in primo luogo a Ges Cristo. Chi vede lui, vede il Padre e riceve lo Spirito Santo. Adorare il Verbo Incarnato, in modo particolare nell'eucarestia,  un aspetto fondamentale del primo comandamento, applicato alla vita cristiana.
Come stupendamente osserva il Catechismo Romano, citato da quello della Chiesa Cattolica, nell'affermazione iniziale, Io sono il Signore, tuo Dio,  incluso il comandamento della fede, della speranza e della carit. Se noi riconosciamo infatti che egli  Dio, e cio eterno, immutabile, sempre uguale a se stesso, affermiamo con ci anche la sua infinita veracit; ne segue quindi l'obbligo di accogliere le sue parole e di aderire ai suoi comandi con pieno riconoscimento della sua autorit. Se egli inoltre  Dio, noi ne riconosciamo l'onnipotenza, la bont, i benefici; di qui l'illimitata fiducia e la speranza. E se egli  l'infinita bont e l'infinito amore, come non offrirgli tutta la nostra dedizione e donargli tutto il nostro amore? Ecco perch nella Bibbia Dio inizia e conclude invariabilmente i suoi comandi con la formula: "Io sono il Signore" (Catechismo Romano, 3, 2, 4).
La virt teologale della fede  il fondamento della vita cristiana. Non  una virt facile, tanto  vero che Ges rimprovera spesso gli apostoli di avere poca fede. Oggi  ancora pi difficile, perch viviamo in un mondo in cui soffia il vento gelido del dubbio, dell'apostasia e dell'incredulit. Il grande papa Paolo VI alla fine del suo pontificato si chiedeva se non fosse giunto il tempo in cui si stesse avverando l'interrogativo posto da Ges: Il Figlio dell'uomo, quando verr, trover la fede sulla terra? (Luca 18, 8).
La sollecitudine per l'integrit della propria fede in ci che Dio ci ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone nel suo magistero, oggi  pi che mai necessaria. Una visione atea e materialistica della vita ha investito il modo di pensare anche di molti credenti. Essa  stata favorita anche da correnti teologiche che non solo hanno diffuso errori, ma hanno a volte sgretolato le stesse fondamenta del soprannaturale. Spesso la predicazione si sofferma sui problemi umani e sociali, mentre ignora le verit fondamentali che Dio ci ha rivelato. Il dissolvimento della fede autentica e il dilagare dei falsi maestri  uno dei fenomeni pi preoccupanti del nostro tempo.
Consapevole di questo grande pericolo, presente anche all'interno della Chiesa, Giovanni Paolo II ha fatto preparare il Catechismo della Chiesa Cattolica, che rappresenta il frutto pi duraturo del Concilio e forse l'atto pi importante del suo pontificato. L il cristiano trova mirabilmente esposto il Depositum fidei, cio tutto il complesso delle verit che Dio ci ha rivelato e che un cristiano deve accogliere incondizionatamente nel suo cuore e poi incarnare nella sua vita.
 incredibile l'ignoranza religiosa dei battezzati, resa ancora pi grave dal fatto che oggi la scolarizzazione  assai cresciuta rispetto al passato. La famiglia non insegna pi le verit di fede e neppure quelle preghiere che le alimentano. La parrocchia non riesce a esprimere una catechesi che rimanga poi un bagaglio per la vita. I mass media cattolici, che interessano peraltro un numero assai ristretto di persone, raramente sono usati come mezzi di evangelizzazione. La conclusione  che  sempre pi difficile trovare dei cristiani che conoscano adeguatamente la dottrina della fede e gli insegnamenti della morale.
La situazione drammatica della fede in questo passaggio storico non pu essere sottovalutata e lasciata degenerare. Occorre che la Chiesa intera faccia propria la preoccupazione del papa e dell'episcopato universale per quanto riguarda l'insegnamento della sana dottrina, in modo sistematico, efficace e rivolto a tutte le et della vita. I cristiani devono essere messi nella condizione di conoscere a fondo il loro credo, in modo tale da poterlo vivere e testimoniare. Nel medesimo tempo, proprio in forza del primo comandamento, ogni singolo cristiano deve aver cura della propria formazione religiosa, approfondendo la fede, in particolare sui testi sacri e sui catechismi, avendo la sollecitudine che sia pienamente conforme al modo di sentire e di credere della Chiesa.
Tutto questo per rischierebbe di essere uno sforzo sterile, se la virt della fede non fosse alimentata dalla preghiera e da una fiducia assoluta in Dio. La fede che sposta le montagne, la fede che non vacilla nei momenti della prova, la fede che esce vittoriosa dalle battaglie e dalle persecuzioni,  opera della grazia che sollecita il cuore ad affidarsi a Dio, senza esitazioni e senza paure, perch egli  fedele e non ci abbandona mai. Dio  Dio e non un uomo. Di lui ci si pu fidare senza timore, perch solo Dio non tradisce mai.
Il primo comandamento, caro amico, ci impegna dunque a nutrire, a custodire la fede con prudenza e vigilanza e a respingere tutto ci che le  contrario. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci avverte che ci sono diversi modi di peccare contro la fede: 
Il dubbio volontario, che trascura o rifiuta di ritenere per vero ci che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere. Il dubbio involontario, che indica la esitazione a credere, la difficolt nel superare le obiezioni legate alla fede, oppure l'ansia causata dalla sua oscurit. Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio pu condurre all'accecamento dello spirito (2088).
incredulit, che  la noncuranza della verit rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso. L'eresia, che  l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verit che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato; l'apostasia, che  il ripudio totale della fede cristiana; lo scisma, che  il rifiuto della sottomissione al sommo pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetta (2089).

Non dubitare della divina misericordia.

Nell'affermazione divina Io sono il Signore, tuo Dio  incluso anche il comandamento della speranza. Dio infatti non  un padrone secondo i modelli umani, ma un padre, la cui paternit e maternit sono infinitamente pi grandi e pi nobili di qualsiasi rappresentazione umana. Infatti, se anche il padre e la madre umani ci abbandonassero, egli tuttavia non ci abbandona.
La fedelt di Dio, anche quando il suo popolo  infedele,  una delle tematiche pi commoventi della Sacra Scrittura. Dio, insegna Ges,  il Padre celeste che provvede con infinito amore agli uccelli del cielo e ai gigli del campo. Quanto pi dunque provveder per i bisogni dei suoi figli? Anche i capelli del nostro capo sono tutti contati.
La provvidenza divina, che  sollecita per il nostro pane quotidiano, lo  ancora di pi per la nostra anima, alla quale offre ogni aiuto, perch si fortifichi, si santifichi e raggiunga il fine per il quale  stata creata. La salvezza eterna delle anime  la grande sollecitudine del Padre celeste, il quale non ha esitato a inviare il proprio Figlio nel mondo per salvare tutto ci che era perduto. Quando si contempla l'amore trinitario che si dispiega nell'opera della redenzione, si rimane stupefatti per le infinite grazie di cui Dio circonda ogni anima. Ognuno riceve grazie sovrabbondanti, ben al di l di qualsiasi merito, sul cammino della vita, al fine di pervenire alla meta finale della beatitudine del cielo. Possiamo ben dire che Dio non lascia nulla di intentato perch ogni anima si salvi e sia eternamente felice.
Dalla contemplazione dell'infinita bont di Dio per ogni uomo nasce la fiducia che egli non ci negher mai il perdono dei peccati se gli presentiamo un cuore pentito e che non ci far mancare le grazie necessarie sul cammino della salvezza. Nessun peccato  pi grande della divina misericordia. Anche il tradimento di Giuda sarebbe stato perdonato, se l'infelice apostolo avesse avuto fiducia nel cuore misericordioso di colui che, proprio nel momento del grande delitto, l'aveva chiamato amico.
La disperazione  un grave peccato contro il primo comandamento. Dio infatti  amore infinito e da lui la creatura deve attendersi benevolenza, benedizione, provvidenza e perdono. Spesso si sente dire: Dio non mi pu perdonare!. Sappi che in quel momento trafiggi il suo cuore di padre. Quando satana riesce a offuscare il volto della divina misericordia, ottiene la sua vittoria pi grande. Infatti l'uomo si perde quando cessa di sperare da Dio la propria salvezza personale, gli aiuti per conseguirla o il perdono dei propri peccati. Proprio per combattere la disperazione Ges ha raccontato le sue parabole pi belle: quelle del figliol prodigo, della pecorella smarrita e della moneta perduta e ci ha ricordato la grande festa che si fa in cielo per ogni peccatore pentito.
La fiducia nella divina misericordia  il pi sicuro lasciapassare per la vita eterna. Ci salviamo infatti non per nostro merito, ma per i meriti di Ges Cristo, con i quali egli ricopre la nostra povert e la nostra indegnit. Le rivelazioni private sull'amore misericordioso del cuore di Cristo a Margherita Maria Alacoque e a suor Faustina Kowalska ci ricordano l'aspetto fondamentale del vangelo, che  l'amore infinito e fedele di Dio per questo mondo immerso nelle tenebre e nell'ombra di morte. Chi si affida alla bont di Dio non perir in eterno, fosse pure il pi grande dei peccatori.
Tuttavia, caro amico, non cadere nel peccato di presunzione. Non illuderti di salvarti con le tue sole forze. Oggi abbondano le filosofie e le religioni dell'autosalvezza, come se l'uomo potesse trovare da solo una via di uscita dalla situazione esistenziale di sofferenza, di peccato e di morte in cui si trova. N la scienza, n la politica, n le varie tecniche spirituali elaborate dall'uomo possono salvarlo. Siamo salvati per grazia dall'amore misericordioso di Dio e qualsiasi tentativo di uscire da soli dall'abisso  condannato al fallimento.
Nel medesimo tempo non presumere di salvarti senza passare per la via stretta, sperando di ottenere il perdono di Dio senza conversione e la gloria eterna senza il tuo impegno. Alcuni prendono a pretesto la divina misericordia per continuare a peccare: Tanto Dio  misericordioso, affermano stoltamente. Si tratta di un inganno diabolico fra i pi sottili e i pi pericolosi. Il perdono  dato a tutti, ma purch ci sia il pentimento. La presunzione di salvarsi senza merito porta alla soglia dell'impenitenza finale e della perdizione eterna.

Ama Dio con tutto il cuore.

La fede e la fiducia in Dio sono coronati dall'amore. Per quanto sia infinita la distanza fra il Creatore e le sue creature, tuttavia la divina sapienza ha stabilito che il loro rapporto fosse improntato all'amore. Il comandamento dell'amore di Dio  l'anima della religione. Senza di esso la religione finirebbe per degradare e per diventare un fattore negativo della vita umana. Infatti laddove non si  scoperto il volto divino dell'amore, lo stesso concetto di Dio ha finito per essere frainteso e deturpato.
L'uomo nel corso della storia ha attribuito a Dio i suoi limiti, le sue passioni, le sue paure e i suoi terrori. Le religioni umane hanno spesso deformato l'autentica immagine di Dio e un processo di purificazione non sar mai del tutto sufficiente. Anche sul piano personale  necessario un lungo cammino di crescita spirituale per avere di Dio una concezione accettabile, ma pur sempre assai lontana dalla verit.
Nella Bibbia  visibile lo sforzo di Dio di liberare la mente umana da incrostazioni e da pregiudizi di ogni genere, per portarla ad essere uno specchio autentico della divinit. Gi nell'Antico Testamento risplende la maest piena di sapienza, di bellezza e di amore dell'Onnipotente, davanti al quale la creatura  chiamata non solo alla sottomissione, ma anche e soprattutto all'amore. Dio  il Signore, ma anche lo sposo e l'amico dell'uomo. Ma  Ges che ci svela il volto del Padre celeste e ci invita ad avere con lui un rapporto di figli, improntato alla totale fiducia e confidenza.
Dio  amore. Questa  la sua essenza. Il nostro rapporto con lui quindi non potr che percorrere le vie dell'amore nelle sue espressioni pi impegnative e perfette, Ges non ha esitato a riassumere tutti gli obblighi dell'uomo verso Dio in queste parole: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Matteo 22, 37). Il comandamento dell'amore non pu tuttavia suonare come una imposizione. Dio infatti  sommamente amabile. In lui vi  tutto ci che di pi bello e di pi grande il cuore umano desidera. Amare Dio ed essere da lui amati  il culmine della felicit. In nessuna creatura l'uomo potrebbe trovare quell'acqua viva dell'amore di cui la sua anima  assetata.
Vivere con Dio un autentico rapporto di amore non  facile. I sensi di colpa e le oppressioni del male ci scoraggiano e ci impediscono di avvicinarci a lui senza remore e senza paure. L'uomo deve saper evitare i pericoli opposti della facile confidenza e della falsa indegnit. Dio non lo possiamo prendere in giro; Egli  un fuoco divoratore, afferma Paolo (Ebrei 12, 29). Ma nel medesimo tempo non dobbiamo stare lontano dalla sua presenza perch siamo peccatori. Avviciniamoci a lui con coraggio, come al medico delle nostre anime, ed egli ci curer, ci rialzer e ci abbraccer. Stabilire con Dio un'autentica amicizia, resistente a qualsiasi bufera,  il grande obiettivo della vita.
Si pu peccare in diversi modi contro l'amore di Dio: l'indifferenza, che  incurante della carit divina o rifiuta di prenderla in considerazione; ne misconosce l'iniziativa e ne nega la forza. L'ingratitudine, che tralascia o rifiuta di riconoscere la carit divina e di ricambiare a Dio amore per amore. La tiepidezza, che  una esitazione o una negligenza nel rispondere all'amore divino; pu implicare il rifiuto di abbandonarsi al dinamismo della carit. L'accidia o pigrizia spirituale, che giunge a rifiutare la gioia che viene da Dio e a provare repulsione per il bene divino. L'odio di Dio, che nasce dall'orgoglio. Si oppone all'amore di Dio, del quale nega la bont e che ardisce maledire come colui che proibisce i peccati e infligge i castighi (Catechismo C. C., 2094).
Da questa esposizione comprendi, caro amico, che Dio  il fine della vita. Egli ci ha creato, afferma il sempre valido Catechismo di san Pio X, per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo per sempre nell'altra in paradiso. L'amore  lo scopo della creazione. Dio infatti ci ha tratti dal nulla all'essere per diffondere il suo amore e per renderci partecipi della sua gioia. L'opera della creazione e della redenzione testimoniano all'uomo la bont sconfinata di Dio. L'amore  nello stesso tempo il fine della vita umana. L'uomo esiste, lotta e vince per la forza che gli viene da questa radice misteriosa. La sua vita nel tempo e nell'eternit  orientata all'amore. Se entri in questa prospettiva, comprenderai per esperienza personale che non vi  nulla di pi grande al mondo che dedicare a Dio la propria vita.

Dedica a Dio il tempo per la preghiera.

Le esigenze di fede, di adorazione, di fiducia e di amore che sgorgano dal primo comandamento si realizzano in modo eminente nella preghiera. Quanto Dio sia importante per una persona lo si vede in primo luogo dal tempo che essa dedica alla preghiera. Se una persona prega poco, significa che Dio  al margine della sua vita. Questo  vero anche nelle relazioni umane. Agli estranei dedichiamo poco tempo, mentre assai di pi ne riserviamo a coloro che amiamo. Misura dunque il posto che Dio ha nel tuo cuore dal desiderio che hai di pregare.
La giornata  fatta di ventiquattro ore. In essa noi troviamo il tempo per il cibo, per il lavoro, per il riposo, per la famiglia, per gli amici, parenti e conoscenti e anche per lo svago. La maggioranza degli uomini consuma il tempo della sua vita in questo orizzonte ben delimitato. E Dio? Dio  il grande assente. Per lui non c' mai il tempo. Solo quando si scatenano le bufere della vita e la nostra barchetta rischia il naufragio ci ricordiamo di lui. Ma poi, quando il pericolo  passato, Dio viene di nuovo sepolto sotto la coltre dell'indifferenza e della dimenticanza.
Comprendi, caro amico, che una simile impostazione della propria vita  improntata a un vero e proprio ateismo, certamente praticato, anche se non apertamente professato. Per uscirne fuori occorre che nella giornata ci sia il tempo dedicato a Dio. In questo modo il cerchio della finitezza si spezza e lo spirito si apre alle dimensioni della trascendenza. Nei momenti che riservi alla preghiera, in modo particolare all'inizio e al termine della giornata, Dio entra nella tua vita e diventa il tuo compagno di viaggio.  grazie a questi spazi che l'eternit irrompe nel tempo e tu comprendi il senso del tuo vivere, del tuo faticare, del tuo amare e del tuo morire.
Nella preghiera autentica si sciolgono i sentimenti pi nobili del cuore umano che  pieno di riconoscenza e di ammirazione per la bellezza, la grandezza e la bont del suo Creatore. Quando preghi, ringrazia per gli immensi benefici ricevuti nell'opera della creazione e della redenzione, loda e benedici il tuo Signore per la sua gloria immensa di cui ha voluto farci partecipi, e infine non esitare a chiedere, con fiducia filiale, qualsiasi cosa di cui avessi bisogno, sia sul piano spirituale che su quello materiale. La preghiera  un tu per tu con Dio,  un dialogo fra Padre e figli,  uno scambio di amicizia,  un colloquio di amore.
Nella preghiera giornaliera l'anima si rigenera e ricostruisce tutto ci che il mondo inquina e distrugge. Nella preghiera la fede si rafforza, l'amore si riaccende, la volont si rinvigorisce e il cristiano  cos preparato per il combattimento spirituale che ogni giorno l'attende. Nella preghiera Dio stesso diventa il nutrimento, la luce e la forza dell'uomo pellegrino sulle strade faticose e piene di pericoli del mondo. Nella preghiera Dio e l'uomo divengono una cosa sola.
La preghiera  certamente un comandamento, ma  soprattutto una necessit e una gioia. La sua importanza  cos grande che Ges non esita a invitarci a pregare incessantemente. Quando la divina presenza zampilla nel cuore dell'uomo, allora ogni sua opera, anche la pi insignificante, diviene preghiera. Per il cristiano il cuore della preghiera  la santa Messa e il giorno speciale dedicato alla preghiera  la domenica, come verr esposto nel terzo comandamento. Il primo comandamento pone la preghiera al centro della vita e della giornata di ogni uomo. Essa deve essere la sua occupazione e il suo impegno pi importante. Riguarda lui personalmente, ma anche la sua famiglia e le persone che gli sono legate. L'uomo che prega  una benedizione per il mondo. Le famiglie e le comunit che pregano proteggono l'umanit. Se la preghiera cessasse, sul mondo graverebbero il gelo e la tenebra di una interminabile notte invernale.

Fai della tua vita un sacrifcio a Dio.

Unitamente alla preghiera, il sacrificio  ci che di pi grande l'uomo possa offrire a Dio come segno di adorazione e di riconoscenza, di implorazione e di comunione (Catechismo C. C., 2099). Forse ti chiederai perch la preghiera e il sacrificio siano cos importanti nei rapporti dell'uomo con Dio. Tale valore  stato ribadito in modo particolare nelle apparizioni mariane moderne, dove la Madonna  venuta a chiedere preghiere e sacrifici, come nostro indispensabile contributo alla conversione dei cuori e alla pace del mondo.
Per comprendere il valore profondo di queste due realt occorre porsi nella logica dell'amore. Quando si ama una persona, essa  in cima ai nostri pensieri e alle nostre preoccupazioni e per lei siamo pronti a fare qualsiasi sacrificio. Se il nostro rapporto con Dio  autentico e improntato all'amore, la nostra mente si eleva a lui costantemente nella preghiera e, pur nella nostra pochezza, siamo pronti a offrirgli le nostre fatiche e le nostre sofferenze quotidiane. Il valore incommensurabile del sacrificio  quello di essere un segno insostituibile dell'amore.  attraverso i sacrifici che ci rendiamo conto di quanto una persona sia capace di amare.
Questo ci appare chiaro nell'amore umano. Quanto una madre o un padre amino i loro figli lo si vede dai sacrifici che ogni giorno sono capaci di compiere per loro. Non di rado dei genitori non esitano a sacrificare l'intera loro vita per i propri figli.  una testimonianza d'amore straordinaria, anche se a volte i figli non la vedono e non la apprezzano in tutto il suo valore. Il sacrificio sia sul piano naturale come su quello soprannaturale  la prova certa e incontrovertibile dell'amore.
Come possiamo conoscere quanto Dio ci ha amati se non attraverso il sacrificio della croce? Indubbiamente possiamo scoprire l'amore di Dio attraverso l'opera mirabile della creazione e la sollecitudine con la quale in ogni istante provvede alle sue creature. Ma il segno insuperabile dell'infinito amore di Dio resta la sua passione. In essa si rivela l'amore del Padre, che per strapparci dal maligno ci invia il Figlio, e si manifesta l'amore del Figlio che per la nostra salvezza non esita a sacrificare la sua vita. Senza la passione di Cristo noi non avremmo conosciuto quanto fosse grande l'amore di Dio per noi.
Nella vita spirituale del cristiano il sacrificio  fondamentale.  attraverso di esso che dimostra a Dio di amarlo con i fatti e non a parole. Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrer nel regno dei cieli, ma colui che fa la volont del Padre mio che  nei cieli (Matteo 7, 21). Nella sua essenza il sacrificio riguarda la volont umana. Essa viene offerta come atto di amore alla volont divina. Ogni azione compiuta per Dio  un autentico sacrifcio perch nasce da un sentimento di amore. In questa prospettiva ogni istante della nostra vita pu diventare un segno di amore per Dio, se lo viviamo nella prospettiva dell'impegno e del dono. Il lavoro, le piccole rinunce, le fatiche del combattimento spirituale, le malattie e le contrariet della vita, tutto pu essere trasformato in un sacrificio, se accolto e offerto al Signore.
Dimostra dunque a Dio che lo ami con tutto il cuore con i piccoli sacrifici della vita quotidiana. A volte sarai tu a sceglierli, ma pi spesso sar Dio a chiederteli. Non perdere questi appuntamenti molto concreti per dare al Signore quella prova della tua fedelt e del tuo attaccamento che si evidenzia nei sacrifici e nelle mortificazioni. In questa prospettiva l'intera tua vita diventer un sacrificio offerto a Dio, in quanto non la vivrai pi per te stesso e per i tuoi obiettivi, ma per lui, al suo servizio e per suo amore. In questo modo ti unirai sempre pi alla vita di Ges Cristo, vivendo anche tu nella dimensione del dono costante di tutto te stesso al Padre celeste e ai fratelli che ti ha dato di amare.

Porta Dio a coloro che non lo conoscono.

I doveri verso Dio comprendono anche quello di stimare la propria religione, di difenderla dagli attacchi esterni e interni e di diffonderla nella societ, nel dovuto rispetto delle religioni altrui. A questo riguardo si sono diffusi qua e l fra i cattolici degli atteggiamenti che suscitano perplessit e preoccupazione. Alcuni pensano, erroneamente, che le varie religioni siano sostanzialmente uguali e che tutte, sia pure per vie diverse, portino alla salvezza. Di qui la rinuncia alla diffusione della propria fede, come se tale sforzo di testimonianza fosse inutile. Altri, partendo dallo stesso presupposto, mettono la propria religione sullo stesso piano delle altre, operando selezioni e miscugli arbitrari fra le varie credenze, creandosi infine una religione soggettiva, costruita a propria immagine e somiglianza.
In rapporto a questa problematica va innanzi tutto riaffermato che l'insegnamento costante della Chiesa, ribadito dal Concilio Vaticano II,  che esiste un'unica vera religione, che sussiste nella Chiesa cattolica ed apostolica (Dignitatis humanae, 1). Questa consapevolezza che Cristo  la Via, la Verit e la Vita e che la Chiesa da lui fondata  necessaria alla salvezza non si contrappone a un sincero rispetto per le diverse religioni, le quali non raramente riflettono un raggio di quella verit che illumina tutti gli uomini (Concilio Vaticano II, Nostra aetate, 2), e neppure alle esigenze della carit, che spinge i cristiani a trattare con amore, prudenza e pazienza gli uomini che sono nell'errore, nell'ignoranza circa la fede (Dignitatis humanae, 14).
La consapevolezza di dimorare, per grazia, nella Verit deve spingere il cristiano a tenere in grande considerazione la propria fede, custodendola nella sua integrit e purezza, e nel medesimo tempo a testimoniarla agli altri, secondo il comando di Cristo di essere il sale della terra e la luce del mondo e di predicare il vangelo a ogni creatura. Lo slancio missionario non  volont di conquista, ma parte da una esigenza di verit e di amore. Si tratta di portare ai fratelli quella pienezza di luce e di vita di cui si  fatta esperienza in prima persona. La fede in Dio  un dono di grazia che riempie la vita ed  naturale che, quando lo si vive in questo modo, si senta l'esigenza di comunicarlo agli altri. Dio  una ricchezza sconfinata che va donata ai fratelli.
A questo riguardo va anche sottolineato il fatto che la religione non pu essere relegata alla sfera della coscienza, come se fosse qualcosa di intimo e di assolutamente privato. Le religioni hanno sempre permeato la societ e le sue leggi. Esse hanno inciso profondamente nella mentalit, nei costumi e nelle strutture dei popoli.  alle religioni che si deve il fiorire delle varie civilt. In particolare la civilt occidentale  stata plasmata nel corso di due millenni dal cristianesimo, che sta alla radice della cultura, delle arti, della scienza, degli ordinamenti civili e delle varie forme di promozione sociale.  dovere dei cristiani, anche laddove sono minoranza, dare il loro contributo per plasmare la societ, facendo fermentare ovunque possibile il lievito evangelico. Essi devono essere presenti nel vivo della vita sociale, affinch l'umanit non ceda alla tentazione di costruire un mondo senza Dio, che rischierebbe di essere la tomba dell'uomo.
Oggi i cristiani si lasciano talvolta influenzare da una mentalit secolarizzata, secondo la quale sarebbe normale che in pubblico venga professato l'agnosticismo o l'ateismo, mentre la fede in Dio e la morale sarebbero un fatto puramente personale, da coltivare nel segreto della coscienza. Questa forma di auto-emarginazione va superata. Non si possono attribuire all'errore pi diritti di quanto non competano alla verit. I cristiani hanno il dovere sociale di rispettare e di risvegliare in ogni uomo l'amore del vero e del bene e di far conoscere il culto dell'unica vera religione e della legge morale naturale. In questo modo la Chiesa manifesta la regalit di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle societ umane (Catechismo C. C., 2105).

La tua religione sia pura e senza macchia.

Vivono il primo comandamento nella sua grandezza e maest quelle persone che hanno il senso di Dio. Non  cos frequente incontrarle, perch l'uomo tende a rinchiudere Dio nei suoi angusti schemi mentali, anzich aprirsi al suo mistero infinito. Tuttavia, quando ti trovi di fronte a una di queste persone, ti rendi conto di quanto meschino e miserabile sia il nostro modo abituale di vivere la religione. Non  cosa di un giorno pervenire ad adorare il Padre celeste in spirito e verit (Giovanni 4, 24), come richiede Ges.  un obiettivo che esige un cammino spirituale quotidiano di purificazione e di elevazione. La tentazione di vivere la religione in modo carnale incombe anche su coloro che hanno avuto il dono della fede. Le deformazioni e le deviazioni al riguardo sono frequenti.
La superstizione  una degradazione piuttosto diffusa del sentimento religioso. Nella nostra societ secolarizzata si propaga negli strati sociali pi diversi, persino fra le persone che hanno un buon livello culturale. Alla radice della superstizione vi  sempre una dose notevole di ignoranza religiosa e un modo piuttosto superficiale ed esteriore di vivere la fede. Alcuni la definiscono un eccesso perverso della religione. La persona superstiziosa infatti attribuisce valore religioso (sarebbe pi appropriato dire magico) a pratiche, oggetti e fenomeni che in realt sono irrilevanti. Che significato infatti potrebbe avere mettere un ferro di cavallo davanti alla porta d'ingresso, oppure appendere un paio di cornetti sullo specchietto dell'automobile o ancora incrociare le dita, come ormai sono soliti fare gli uomini illustri non diversamente dalla gente della strada?
La superstizione si annida anche all'interno del culto che attribuiamo al vero Dio, quando viviamo i riti, le preghiere e le pratiche della religione, che peraltro sono legittime e necessarie, in un modo esteriore e quasi magico. Le preghiere, i sacramenti e i sacramentali della Chiesa presuppongono sempre degli atteggiamenti interni di fede e di amore. Senza lo Spirito che vivifica rischiano di diventare lettera morta. Non serve a molto recitare formule, portare medagliette o gettare acqua santa se manca l'autentica devozione interiore. Attribuire alla sola materialit delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono,  cadere nella superstizione (Catechismo C. C., 2111). Quando alla radice della pratica religiosa non vi  il senso di Dio, si corre il rischio di trasformare in superstizione anche gli aspetti pi nobili della religione.
L'idolatra non  certo un fenomeno che riguarda soltanto i falsi culti del paganesimo precristiano o postcristiano. L'adorazione delle creature in luogo del Creatore  una tentazione permanente dell'uomo e questo pu avvenire anche in coloro che, almeno esteriormente, aderiscono alla vera fede. Nella sua radice profonda l'idolatria consiste nel divinizzare ci che non  Dio. C' idolatria quando l'uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli di o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro ecc. (Catechismo C. C., 2113).
Ognuno deve esaminare se stesso per verificare se sull'altare del suo cuore non troneggino gli idoli che soddisfano le sue passioni, anzich il Dio vivente. Quando il Creatore non ha il primato nella nostra vita, significa che qualche creatura ne ha preso il posto. Alcuni vivono per guadagnare e accumulare, altri per i piaceri della carne, altri per primeggiare e dominare. Anche se queste persone hanno una parvenza di pratica religiosa, in realt al centro della loro vita vi  qualcosa che non  Dio. In ultima analisi vi  l'io con le sue fami, che ha spodestato l'unico Signore.
L'assolutizzazione della creature  una malattia del cuore, sulla quale occorre vigilare. A volte persino gli affetti pi cari corrono questo rischio. Lo sposo o la sposa, i figli o la famiglia, per quanto siano importanti, non sono Dio. Se essi sono amati fuori di Dio, diventano degli idoli, ma poi, se ci mancano, cadiamo nella disperazione. Le creature, anche le pi care, vanno sempre amate in Dio. Solo allora conservano il loro valore e i giusti limiti. Se amata in Dio, nessuna creatura viene perduta, ma ognuna viene ritrovata nel suo amore.
La divinazione  il tentativo di conoscere il futuro e le cose occulte. Nasce dall'angoscia dell'uomo di fronte agli incerti della vita e pi ancora da una malsana curiosit. Alla radice vi  una mancanza di fiducia in Dio, che veglia sull'avvenire dell'uomo. Quando non ci si abbandona totalmente nelle mani della Provvidenza, ecco che nasce il desiderio di sapere in anticipo ci che accadr, ricorrendo a pratiche illusorie e ingannatrici ed esponendosi a pericoli e a raggiri.
Al riguardo va ribadito con chiarezza che solo Dio conosce il futuro. Tutte le cose infatti, come osserva san Tommaso d'Aquino, sia quelle passate come quelle future, stanno davanti a lui nell'istante presente. Dio naturalmente pu rivelare l'avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Ma, al di fuori di questo ambito di rivelazione soprannaturale, nessuno pu conoscere con assoluta certezza il futuro. L'uomo pu solamente formulare ipotesi, secondo il rapporto di causa ed effetto.
Ne consegue che tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che svelino l'avvenire. La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia (lettura delle mani), l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volont di dominio sul tempo, sulla storia e infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo (Catechismo C. C., 2116).
Tieni presente che queste forme di falsa conoscenza delle cose future non  mai tale da tranquillizzare gli animi. Si passa da un indovino all'altro per chiedere conferme. Si vive in una agitazione passiva e inconcludente, finch una salutare delusione non apra finalmente gli occhi. Solo la fiducia dei figli nel Padre celeste rasserena l'animo e rende operosa la vita, nella consapevolezza che il futuro si costruisce giorno per giorno, compiendo la volont di Dio, cos come si manifesta nello svolgimento della vita quotidiana.
La magia e la stregonera sono pratiche con le quali si pretende di ottenere il favore delle potenze occulte o di sottometterle, per porle al proprio servizio e ottenere un potere soprannaturale sul prossimo, fosse anche per procurargli la salute. Non di rado maghi e stregoni si circondano di immagini sacre e attribuiscono il loro potere agli angeli o ai santi (ad esempio Padre Pio), riuscendo cos a ingannare meglio i fedeli creduloni. Tali pratiche sono ancor pi da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all'intervento dei demoni (Catechismo C. C., 2117).
A volte si distingue la magia bianca (che si proporrebbe fini benefici) dalla magia nera (il cui fine  quello di nuocere con malefici, fatture ecc.). In realt tutte le forme di magia e di stregoneria sono gravemente contrarie alla virt della religione... Anche portare gli amuleti  biasimevole (Catechismo C. C., 2117).
Gli insegnamenti del primo comandamento su questo tema urtano contro una realt che in Italia lascia sgomenti. Si calcola infatti che circa quindici milioni di italiani frequentino i circa cinquantamila maghi che sono in attivit (il doppio dei sacerdoti). Eppure si tratta di frequentazioni dai costi elevati e dai risultati inconsistenti. Come spiegare un fenomeno di questo genere, che a volte coinvolge perfino dei praticanti? La ragione di fondo  un latente paganesimo che perdura e resiste sotto le apparenze della pratica cristiana. Per molti battezzati la fede  ben lontana dall'essere divenuta la luce e il sale della vita.
Lo spiritismo  anch'esso un fenomeno in espansione che coinvolge, il pi delle volte per malsana curiosit, perfino gruppi di giovanissimi. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie, con le quali si cerca di entrare in contatto con le anime dei defunti, nell'illusione di conoscere cose occulte o il futuro. A questo riguardo la Chiesa afferma con chiarezza che l'evocazione dei morti va respinta (Catechismo C. C., 2116), in qualunque forma essa venga perseguita. La legge mosaica al riguardo era di un rigore impressionante: Se uomo o donna, in mezzo a voi, eserciteranno la necromanzia o la divinazione, dovranno essere messi a morte; saranno lapidati e il loro sangue ricadr su di essi (Levitico 20, 27). Non si pu escludere che nello spiritismo, dove le pratiche divinatorie si intrecciano con quelle magiche, possa insinuarsi la presenza malefica del demonio, con gravi danni per l'anima e la psiche delle persone. A questo riguardo conserva tutto il suo valore quanto scritto nel Catechismo Maggiore promulgato da san Pio X. Alla domanda:  lecito interrogare le tavole cosiddette parlanti e scriventi, o consultare in qualunque modo le anime dei trapassati mediante lo spiritismo?, viene data questa risposta: Tutte le pratiche dello spiritismo sono illecite, perch superstiziose, e spesso non immuni da intervento diabolico, e perci furono dalla Chiesa giustamente proibite.
Le pratiche mediche cosiddette tradizionali non si debbono certo condannare in blocco. Il loro valore va dimostrato su un piano strettamente scientifico. Esse vanno respinte qualora fossero accompagnate dall'invocazione di potenze cattive o fossero inserite in contesti dove  presente la magia e la stregoneria. Non di rado in questo ambito vi  lo sfruttamento della credulit altrui. Nella malattia il cristiano impari a rivolgersi a Dio con fiducia, chiedendo alla sua benevolenza di Padre quello che la medicina non sempre pu dare. Quando si cerca la salute a tutti i costi, ci si espone a delusioni e a inganni. In una visione soprannaturale anche la malattia pu diventare una grazia.

Guardati dal disprezzare e dall'utilizzare la religione.

Il primo comandamento condanna anche i principali peccati di irreligione. Si tratta di atti che denotano strumentalizzazione, contrariet e disprezzo verso la religione. Fra i pi significativi ricordiamo l'azione di tentare Dio, il sacrilegio e la simonia.
Tentare Dio significa metterlo alla prova. Generalmente  Dio che mette alla prova. Egli, mediante le prove che manda o che permette, vuole fare emergere ci che vi  nel fondo del nostro cuore. Dio lo conosce gi, ma in questo modo lo rende noto anche a noi. Quando l'Onnipotente vuol farci passare come oro in mezzo al fuoco, lo fa per il nostro bene. Egli agisce da buon pedagogo, che purifica, plasma e fortifica. Colui che  la bont, mediante le prove ci rende pi buoni e pi simili a s. Ben diversa invece  la pretesa dell'uomo di tentare Dio. Si tratta da parte della creatura di un atteggiamento pieno di orgoglio e di arroganza, come se l'Altissimo dovesse ubbidire ai nostri ordini e dimostrarci di essere buono e provvidente, quasi non lo fosse. Satana tenta Ges proprio su questo punto, invitandolo a gettarsi gi dal pinnacolo del Tempio, obbligando Dio in tal modo ad intervenire. Ma la risposta di Ges al riguardo  perentoria e non ammette repliche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Deuteronomio 6, 16). Comprendi bene, caro amico, che in questi comportamenti vi  qualcosa di malsano, che nulla ha a che fare con l'atteggiamento filiale di chi ha scoperto in Dio il volto rassicurante del Padre: La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza (Catechismo C. C., 2119).
Il sacrilegio fra i peccati contro la religione  quello che pi degli altri esprime disistima e disprezzo. Esso consiste nel profanare o nel trattare indegnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio. Il sacrilegio  un peccato grave soprattutto quando  commesso contro l'eucarestia, poich, in questo sacramento, ci  reso presente sostanzialmente il Corpo stesso di Cristo (Catechismo C. C, 2120).
Per comprendere la gravit del sacrilegio occorre partire dal concetto di consacrazione a Dio. Quando una realt o una persona appartengono a Dio e lo rappresentano in modo speciale, ogni azione che, con parole o con fatti, cerchi di colpirle o di mancare di rispetto, assume il significato inequivocabile di profanazione. Qualora questo avvenisse trattando realt soprannaturali come i sacramenti (ad esempio ricevendo l'eucarestia in stato di peccato mortale)  lo stesso mistero della divina presenza ad essere profanato. Ma anche gli oltraggi, le offese, le ingiurie o atti di violenza rivolti alle persone consacrate, come sacerdoti, religiosi e religiose, assumono davanti a Dio una particolare gravit. Allo stesso modo rivestono il significato di profanazione gli atti vandalici contro le cose sacre, in particolare le chiese, gli oggetti del culto e le immagini.
L'irrisione, il dispregio e il vilipendio della religione, specie quando si tratta di quella cattolica, vengono oggi sfacciatamente presentati come espressioni di libert di pensiero e di comportamento. Il cristiano deve essere consapevole della gravit che tutto questo ha davanti a Dio e nello stesso tempo esigere, come cittadino, che il rispetto della religione (cattolica e non) sia tutelato dalla legge.
La simonia, fra i peccati contro la religione,  uno fra i pi odiosi e deleteri. Essa, nel suo significato pi ampio, consiste nell'usare della religione per proprio vantaggio. Invece di servire Dio nella pratica religiosa, ci si serve di lui per averne un utile. In un senso pi specifico la simonia consiste nell'acquisto o nella vendita delle realt spirituali( Catechismo C. C., 2121). Il nome deriva da Simone il mago, che voleva acquistare il potere spirituale che vedeva all'opera negli apostoli. Ma Pietro gli risponde con parole molto dure: Il tuo denaro vada con te in perdizione, perch hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio (Atti degli apostoli8, 20).
Il cristiano deve innanzi tutto guardarsi da atteggiamenti utilitaristici nel suo servizio religioso, a qualsiasi livello esso avvenga. La sua opera nella Chiesa deve essere motivata dall'amore per Dio e per i fratelli. Se cerca vantaggi umani di qualsiasi genere, ha gi ricevuto la sua ricompensa. Doni e carismi sono per l'edificazione della comunit e non per propria utilit. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Matteo 10, 8), raccomanda Ges. In particolare il ministro del culto, oltre alle offerte determinate dalla competente autorit, per l'amministrazione dei sacramenti non domandi nulla, evitando sempre che i pi bisognosi siano privati dell'aiuto dei sacramenti a motivo della povert (Codice di diritto canonico, 848). I fedeli, da parte loro, non devono dimenticare il dovere di concorrere al sostentamento dei ministri della Chiesa, secondo la stessa affermazione di Ges: L'operaio ha diritto al suo nutrimento (Matteo 10, 10).

Cerca Dio con sincerit di cuore.

La riflessione sul primo comandamento deve necessariamente soffermarsi su uno dei fenomeni pi impressionanti del nostro tempo, che  rappresentato dall'ateismo di massa. Il Concilio Ecumenico Vaticano II lo denunciava a chiare lettere alcuni decenni or sono, ma da allora la situazione si  forse ulteriormente aggravata, specialmente nel mondo occidentale. Molti nostri contemporanei - affermavano i padri conciliari - non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano l'intimo e vitale legame con Dio, cos che l'ateismo va annoverato fra le cose pi gravi del nostro tempo (Gaudium et spes, 19).
A questo riguardo va evidenziato che l'ateismo del mondo d'oggi, il quale si presenta come una forma di materialismo pratico, dove l'uomo  visto come l'espressione del ciclo finito della materia, senza prospettive di trascendenza,  un fatto inedito nella storia del genere umano. Le societ che ci hanno preceduto sono state sempre permeate da un forte sentimento religioso. La visione dell'uomo comprendeva due dimensioni: una terrena e temporale, l'altra spirituale e aperta all'eternit. Sia pure con deviazioni ed errori, le varie religioni dell'umanit hanno manifestato un'assoluta convinzione nell'esistenza di un Essere supremo e nella spiritualit ed immortalit dell'anima.
Teorici dell'ateismo ne sono esistiti anche in passato, ma si trattava di persone e di circoli isolati, che non hanno avuto influenza sul modo di pensare della societ. Al contrario, nel corso dell'ultimo secolo, l'ateismo teorico di alcuni  divenuto un modo di pensare e di impostare la vita di molti. Si  creduto che ci dipendesse dalla saldatura dell'ateismo con alcuni sistemi politici e sociali. Tuttavia prima il nazismo e poi il comunismo sono caduti, almeno in Europa, ma l'ateismo  rimasto pi vivo e insidioso che mai, tanto che si potrebbe dire che l'uomo moderno sta cimentandosi nel fatale tentativo di costruire un mondo senza Dio. Sarebbe una svolta cruciale nella storia dell'umanit, sul cui esito il cristiano non si fa illusioni. Un mondo senza Dio non avrebbe futuro e anticiperebbe l'inferno sulla terra.
Quali sono le cause di questa svolta nella storia dell'umanit? Il Concilio Ecumenico Vaticano II, ripreso dal Catechismo della Chiesa Cattolica, invita i cristiani ad esaminare se stessi, nel caso che in alcune occasioni il loro comportamento non sia risultato una controtestimonianza. Alla genesi e alla diffusione dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve piuttosto dire che nascondono e che non manifestano il genuino volto di Dio e della religione (Catechismo C. C., 2125). Sono parole forti, che devono stimolare i fedeli a presentare una testimonianza di fede limpida e convinta.
Tuttavia alla radice dell'ateismo vi  un mistero ben pi grande, che  quello della libert umana e dell'azione del maligno. Perch mai Adamo ed Eva si sono allontanati da Dio e hanno ascoltato la parola suadente e ingannatrice del serpente? Non fu forse perch satana promise loro di diventare simili a Dio? Spesso l'ateismo si fonda su una falsa concezione dell'autonomia umana, spinta fino al rifiuto di ogni dipendenza nei confronti di Dio (Catechismo C. C., 2126). Questo sembra essere il vento di follia che soffia nella nostra societ, dove l'uomo aspira ad essere il dio e il salvatore di se stesso.  il veleno dell'orgoglio, iniettato dal serpente, che alimenta il progetto insano di costruire un mondo nuovo senza Dio e contro Dio, scardinando alla radice la legge morale naturale e riducendo l'essere umano a una effimera manifestazione della materia.
Ben diverso invece  l'ateismo di chi cerca sinceramente Dio. Non mi cercheresti se non mi avessi gi trovato, osservava sant'Agostino. Il desiderio di Dio si fa largo nel cuore umano, se non  soffocato dalle passioni. Anche se non sempre Dio viene afferrato concettualmente, pu tuttavia essere affermato con la rettitudine della vita e l'obbedienza alla coscienza. Solo Dio sa chi sono veramente i suoi. Ma non vi  dubbio che chi desidera credere  gi nelle sue grandi braccia, anche se non lo ha ancora trovato. L'umile di cuore prima o poi incontrer Dio.  l'orgoglio che impedisce all'uomo di trovarlo.


Capitolo 2. - Secondo comandamento: NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO.

Rispetta e onora il nome dell'Altissimo.

I primi tre comandamenti sono rivolti in modo speciale a Dio. Se il primo di essi riguarda gli atteggiamenti del cuore, che devono essere di fede, di fiducia e di amore, il secondo regola il nostro uso della parola a proposito delle cose sante (Catechismo C. C., 2142). Il modo con cui il credente parla di Dio e di tutto ci che lo riguarda deve essere pieno di rispetto. Questo avviene anche nella realt umana, dove giustamente si esige il dovuto riguardo per il buon nome di tutti, in particolare di quelle persone che rappresentano le istituzioni o che hanno particolari benemerenze nei confronti della societ.
Ci che pi colpisce  quanto i nomi di Dio, di Ges Cristo, della Vergine Maria e dei santi siano pronunciati senza alcuna riverenza, banalizzati, irrisi, vilipesi e non di rado fatti oggetto di ingiurie e di bestemmie nel gergo quotidiano degli uomini, che pure osano professarsi cristiani. In questo campo sembra che non resistano nemmeno i pi elementari doveri di buona educazione, che pure dovrebbero contenere il patrimonio minimo di chi aspira a far parte del consorzio civile.
La Madonna a La Salette non ha mancato di lamentarsi del fatto che coloro che conducono i carri non sanno imprecare senza mescolarvi il nome di mio Figlio. Queste sono le due cose - ha soggiunto - che appesantiscono il braccio di mio Figlio (l'altra  il lavoro domenicale). Si tratta indubbiamente di un comandamento largamente disatteso, soprattutto da coloro che, credendo in Dio, dovrebbero manifestare nel proprio linguaggio sentimenti di onore, di ossequio e di adorazione per tutto ci che lo riguarda.
La profanazione del nome di Dio viene diffusamente e superficialmente compiuta perch manca il senso della sua santit, della sua immensa grandezza e della sua infinita maest. Il nome non  una semplice parola, ma evoca e, in un modo misterioso, rende presente una persona. Nessuno pu pronunciare il nome di colui che ama senza che il suo cuore non abbia un sussulto di amore. Quando uno pronuncia il nome di Dio invano, significa che per lui Dio  qualcosa di insignificante e di non esistente. Quando poi lo bestemmia, sia pure per cattiva abitudine, vuol dire che il suo cuore  inaridito dall'incredulit e forse corroso dal disamore e dal disprezzo.
La Sacra Scrittura ci insegna che, rivelandoci il suo nome, Dio ci introduce nel suo mistero personale. Manifestando il suo nome a Mos (cfr. Esodo 3, 14), l'Altissimo svela l'essenza inaccessibile del suo essere, straripante di bellezza e di santit. Questa rivelazione  un dono che l'uomo deve accogliere con timore e tremore, perch Dio si  aperto a lui nella confidenza e nella fiducia. Anche fra gli uomini chiamarsi per nome  un segno di familiarit e di reciproca intimit. Quando diamo del lei a una persona, le distanze vengono sottolineate. Ma quando la chiamiamo per nome, vengono di colpo cancellate. Ges chiama i suoi apostoli per nome. Come pure i peccatori (Maria di Magdala, Matteo, Zaccheo) che invita alla conversione. Il nome  il cuore di una persona. Ancora pi lo  per quanto riguarda il nome di Dio. Quando pronunciamo il suo nome, egli si fa presente col suo amore colmo di infinita sollecitudine.
Da tutto questo comprendi perch la Bibbia, dopo aver sottolineato innumerevoli volte che il nome del Signore  santo, grande, glorioso, eterno, terribile, inviti incessantemente il fedele a conoscere e a far conoscere, ad amare, benedire, lodare, invocare, glorificare e santificare il nome del Signore. Esso va custodito nella memoria, in un silenzio di adorazione piena di amore (cfr. Zaccaria 2, 17). Naturalmente questo avviene innanzi tutto nella preghiera, sia comunitaria come personale. Ma deve manifestarsi anche nel linguaggio di ogni giorno, dove i fedeli, tutte le volte che pronunciano il nome del Signore, devono far sentire tutto il rispetto, la fede e l'amore che hanno nel cuore.
In modo particolare ai cristiani sono infinitamente cari i nomi santissimi di Ges e di Maria. Il nome di Ges, che significa Salvatore,  stato posto per ordine dell'angelo al Verbo fatto carne.  il nome del Figlio di Dio, nel quale ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Ges Cristo  il Signore, a gloria di Dio Padre (Filippesi 2, 10). La sola pronuncia del nome di Ges  una invocazione e una preghiera.  una dichiarazione di fede e di amore.  rendere viva e operante la sua presenza nella nostra vita. Non vi  altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (Atti 4, 12).
Il nome dolcissimo di Maria, dopo quello di Ges,  il pi prezioso per il cuore dei credenti. La tradizione popolare lo canta come il nome che  rifugio al peccatore. Esso fiorisce sulla bocca dei bimbi prima ancora del nome dei loro genitori. Nella recita del rosario le espressioni: Ave Maria e Santa Maria diffondono in ogni angolo della terra il profumo della santit e della tenerezza materna della Madre di Dio e Madre nostra. La pronuncia con le labbra del cuore dei santissimi nomi di Ges e di Maria  la pi bella giaculatoria che il cristiano possa recitare.

Evita l'uso sconveniente del nome di Dio.

Quando si parla di Dio e della religione  necessario che il linguaggio sia appropriato alla nobilt del soggetto trattato. Si tratta di una esigenza che coinvolge tutti, anche i non credenti, la maggioranza dei quali ne  ben consapevole. Questo per riguarda soprattutto i credenti, nel cui cuore dovrebbero albergare sentimenti di rispetto, di amore e di grande venerazione per il nome santo di Dio. Al riguardo cos si esprime il cardinale J. H. Xewman: Il sentimento di timore e il sentimento del sacro sono sentimenti cristiani o no? Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensit, se avessimo la visione della Maest di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio  presente, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo,  perch non percepiamo, non crediamo che egli  presente (Sermoni parrocchiali).
 a partire dalla pienezza del cuore che il cristiano prova fastidio per qualsiasi uso del nome di Dio, di Ges Cristo, della Vergine Maria, dei santi, come per qualsiasi riferimento alle cose sacre, in contesti frivoli, banali e sconvenienti, per non dire di peggio. L'ironia, l'irrisione, la battuta, la barzelletta spesso toccano quelle realt divine che dovrebbero essere circondate dalla massima venerazione. Che dire poi quando un certo linguaggio da osteria fiorisce sulla bocca di sacerdoti e di religiosi? In chiesa con i santi, in taverna con i ghiottoni, sentenziava il nostro sommo poeta Dante Alighieri.
Guardati dunque dall'uso irriverente dei nomi e dei simboli della religione. Guardati anche dall'uso vano del nome divino, intercalandolo nei discorsi senza alcuna necessit, quasi fosse qualcosa di magico. Ancora pi grave poi  la mancanza di rispetto quando il nome di Dio, pur senza intenzione di bestemmia, viene inserito nel contesto di imprecazioni e di eccessi d'ira. Il rispetto e la stima che si hanno di una persona si vedono dal modo con cui tu parli di essa. La stessa cosa si pu dire di Dio. I tuoi sentimenti verso di lui si colgono dalle sfumature del tuo linguaggio.

La bestemmia per sua natura  un peccato grave.

Una riflessione particolare, a causa della sua odiosit, merita la bestemmia.  ben noto che in certi paesi, come ad esempio in Italia, e particolarmente in alcune regioni, la bestemmia  divenuta una triste abitudine e per questo motivo vi  la propensione a diminuirne la gravit. Tuttavia il solo fatto di aver contratto l'abitudine, e soprattutto la mancanza di impegno ad estirparla,  un segno molto negativo e preoccupante. Chi bestemmia infatti impresta la sua lingua a satana, e Dio non voglia che gli abbia dato anche il proprio cuore. Quando poi la bestemmia  consapevole e voluta, non vi  dubbio che ci troviamo di fronte ad uno degli atteggiamenti pi detestabili e spregevoli che possa assumere un essere umano.
Ma che cos' la bestemmia e in quali situazioni si configura? Al riguardo  molto esauriente la descrizione che ne fa il Catechismo della Chiesa Cattolica: La bestemmia si oppone direttamente al secondo comandamento. Consiste nel proferire contro Dio - interiormente o esteriormente - parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancare di rispetto verso di lui nei propositi, nell'abusare del nome di Dio. San Giacomo disapprova coloro che bestemmiano il bel nome di Ges che  stato invocato sopra di loro (cfr. Giacomo 2, 7). La proibizione della bestemmia si estende alle parole contro la Chiesa, i santi, le cose sacre (2148).
Vorrei farti notare che, senza arrivare alla bestemmia, assumono una certa gravit anche le mormorazioni contro Dio, specie nel momento della prova, come pure le critiche sul modo con cui l'Altissimo governa il mondo e la nostra vita, e infine anche le intime ribellioni contro la sua santa volont, la quale non di rado guida gli avvenimenti in modo a noi incomprensibile, ma sempre per il nostro bene. Questi atteggiamenti interiori di insofferenza, pur non arrivando all'imprecazione diretta e alla bestemmia, denunciano tuttavia una mancanza di sottomissione e di fiducia filiale che dispiacciono molto al Padre celeste.
Siamo dinanzi a un uso blasfemo e insopportabile del nome di Dio anche quando si ricorre ad esso per coprire la guerra, la violenza e la sete di denaro e di potere o altre finalit innominabili. Al riguardo la condanna della Chiesa  la pi severa possibile:  blasfemo anche ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre i popoli in schiavit, torturare o mettere a morte. L'abuso del nome di Dio per commettere un crimine provoca il rigetto della religione (Catechismo C. C., 2148).
Qui si inserisce una riflessione che non  secondaria. Non  sufficiente non bestemmiare. E necessario anche comportarsi in modo tale che gli altri non siano indotti, per causa nostra, a insultare il nome di Dio. Questo pu avvenire nei rapporti quotidiani in famiglia o negli ambienti di lavoro, quando il nostro comportamento incoerente ed esasperante pu provocare alla bestemmia il prossimo che non  formato spiritualmente. Ben conoscendo che siamo cristiani impegnati in un cammino spirituale, coloro che ci affiancano nella vita quotidiana si aspetterebbero da noi determinati comportamenti. Ma quando il nostro agire  ben diverso, ecco che esponiamo il nome di Dio ad essere bestemmiato.
L'apostolo Paolo  prodigo di esortazioni al riguardo. Desidera che chi  sotto il giogo della schiavit tratti con ogni rispetto il proprio padrone perch non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina ( 1 Timoteo 6, 1). Cos pure esorta le spose ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perch la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo (Tito 2, 5). La condotta dei cristiani deve essere dunque irreprensibile, in modo tale che gli uomini vedano le opere buone e glorifichino il Padre che  nei cieli (Matteo 5, 16).

Astieniti dal falso giuramento.

Un uso particolare del nome di Dio viene fatto quando gli uomini lo pronunciano nel contesto di un giuramento. Giurare significa chiamare qualcuno o qualcosa a testimonianza di ci che si afferma. Alcuni giurano sul proprio onore, altri su quello dei propri figli, altri perfino sulla tomba dei propri cari. Una particolare forma di giuramento si ha quando vengono fatte promesse solenni o si giura prendendo Dio come testimone di quanto si afferma. In questo caso viene invocata la veracit divina a garanzia della propria veracit ( Catechismo C. C., 2150).
La prima osservazione da fare al riguardo  che il ricorso a Dio nel parlare deve essere un fatto assolutamente eccezionale. Il cristiano infatti deve essere un cultore della verit. Sia il vostro parlare s, s; no, no; il di pi viene dal maligno (Matteo 5, 37).
 uando una persona diviene credibile agli occhi della gente perch nel parlare  sincera e leale non ha bisogno di avvalorare quanto dice, facendo inutili ricorsi al giuramento. Al contrario sono le persone inaffidabili e inattendibili che sentono il bisogno di chiamare in causa il nome di Dio per trovare un puntello alla loro scarsa credibilit.
Ges sull'uso del giuramento ha parole molto severe: Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto... (Matteo 5, 33-34). Qualcuno ha interpretato che Ges con queste parole intendesse vietare sempre e in ogni caso il giuramento. La Chiesa invece tiene conto anche di altri testi biblici. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, afferma: Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono pi venuto a Corinto (2 Corinzi 1, 23). Anche scrivendo ai Calati, l'apostolo chiama Dio come testimone: In ci che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco (Galati 1, 20).
In base a queste testimonianze bibliche la Tradizione della Chiesa ha inteso che la parola di Ges non si oppone al giuramento, allorch viene fatto per un motivo grave e giusto (per esempio davanti a un tribunale). Il giuramento, ossia l'invocazione del nome di Dio a testimonianza della verit, non pu essere prestato se non secondo verit, prudenza e giustizia ( Catechismo C. C., 2154).
Non si giura secondo verit quando si afferma ci che si sa o si crede sia falso e quando con giuramento si promette di fare ci che non si ha intenzione di eseguire. Non si giura secondo prudenza quando si chiama Dio a testimone senza matura considerazione e per cose di poca importanza. Non si giura secondo giustizia quando ci si appella al nome di Dio per fare una cosa che non sia giusta o lecita, come vendicarsi, rubare e cose di questo genere.
Al cristiano dunque non  sempre proibito giurare. Egli deve essere consapevole che il giuramento impegna il nome del Signore. Quando vi sia vera necessit, il giuramento  lecito, purch, come detto, sia pronunciato con verit, con prudenza e con giustizia (Codice di diritto canonico, 1369). Il giuramento per cose futili, anche quando si dice il vero,  una mancanza di riguardo al nome del Signore. Il giuramento falso invece  un peccato mortale, perch chiama Dio, verit infinita, ad essere testimone di una menzogna. Anche giurare di fare cose ingiuste o illecite  una offesa alla santit divina. In questo caso non siamo obbligati a mantenere il giuramento, ma peccheremmo facendole, perch proibite dalla legge di Dio o della Chiesa.
Quando il giuramento  esigito da autorit civili illegittime, pu essere rifiutato. Deve esserlo allorch  richiesto per fini contrari alla dignit delle persone o alla comunione ecclesiale ( Catechismo C. C., 2155).

Adempi i giuramenti e le promesse.

Da quanto detto sinora esistono circostanze particolari in cui  lecito al cristiano formulare un giuramento veridico e legittimo, che mette in rapporto la parola umana con la verit di Dio. Occorre invece evitare di giurare per cose futili, mentre giurare il falso  una mancanza grave contro il Signore.
Per completare il quadro del secondo comandamento, che regola il nostro linguaggio nei confronti di Dio e delle cose sante,  necessario fare un accenno anche alle promesse fatte ad altri in nome di Dio. In questo caso la promessa riveste un valore particolare, perch, essendo fatta in nome di Dio, impegna l'onore, la fedelt, la veracit e l'autorit divine. Esse devono essere mantenute, per giustizia. Essere infedeli a queste promesse equivale ad abusare del nome di Dio e, in qualche modo, a fare di lui un bugiardo (Catechismo C. C., 2147).
Quando una persona, sotto giuramento, fa una promessa con l'intenzione di non mantenerla, o, dopo aver promesso sotto giuramento, non vi si attiene, commette uno spergiuro. Lo spergiuro costituisce una grave mancanza di rispetto verso il Signore di ogni parola ( Catechismo C. C., 2152).
In parecchie circostanze della sua vita il cristiano  chiamato a fare delle promesse a Dio. Questo avviene quando si ricevono alcuni sacramenti (battesimo, cresima, matrimonio, ordinazione), oppure per devozione personale, quando si promette a Dio di compiere un'opera buona, di recitare una preghiera, di fare un pellegrinaggio ecc. Le promesse fatte a Dio obbligano in modo del tutto particolare, assai pi di quelle fatte agli uomini, che pure per ragioni di lealt e di credibilit personale andrebbero sempre mantenute. Adempiere le promesse fatte a Dio significa avere in grande considerazione la sua divina maest e amarlo con il timore santo dei figli, i quali sono ben consapevoli che Dio  fedele e che mantiene sempre le sue promesse verso di noi.
Una forma particolare di promessa  il voto, ossia la promessa deliberata e libera che si fa a Dio di una cosa buona, a noi possibile e migliore della cosa contraria, alla quale ci obblighiamo come se ci fosse comandata ( Catechismo Maggiore di san Pio X, 384). Il voto  un atto di devozione, con cui il cristiano offre se stesso a Dio o gli promette un'opera buona. Mantenendo i suoi voti, egli rende pertanto a Dio ci che a lui  stato promesso e consacrato (Catechismo C. C., 2102).
Uno speciale valore, sia davanti a Dio come davanti alla comunit, viene attribuito dalla Chiesa ai voti di praticare i consigli evangelici, in quanto sono un impegno di seguire Ges Cristo, povero, casto e obbediente. Innumerevoli sono i cristiani che nel corso dei secoli hanno seguito questa via, dando origine alla mirabile fioritura della vita religiosa.
I voti vanno fatti dopo adeguata ponderazione, perch quando si promette a Dio non si pu ritirare la propria parola con leggerezza. Gli Atti degli Apostoli ci presentano san Paolo preoccupato di mantenere i voti da lui fatti: Paolo - ci racconta Luca - si trattenne ancora parecchi giorni (a Corinto), poi prese congedo dai fratelli e s'imbarc diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cenere si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto (Atti 18, 18). Tuttavia in certi casi la Chiesa pu, per opportune ragioni, dispensare dai voti e dalle promesse (Catechismo C. C., 2103).

Il nome di ogni uomo  sacro.

Il nome di Dio  santo, perch richiama la divina presenza. La stessa cosa si pu dire del nome degli angeli e degli uomini. I loro nomi sono sacri, perch sono l'icona della loro persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. Per questo motivo il nome di ognuno esige rispetto, come segno della dignit di colui che lo porta (Catechismo C. C., 2158).
La Sacra Scrittura ha espressioni straordinarie sul nome che ognuno riceve per aver attraversato con la forza della fede la grande tribolazione: Al vincitore dar... una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce alrinfuori di chi lo riceve (Apocalisse 2, 17). Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo (Apocalisse 14, 1). Che cosa significa tutto questo? Vuol dire che quando il Regno sar compiuto il carattere misterioso e unico di ogni persona segnata dal nome di Dio risplender in piena luce (Catechismo C. C., 2159). Ognuno ricever un nome unico che esprimer il suo grado di somiglianza e di unione con Dio. Ogni nome che verr dato dall'Altissimo sar secondo la misura dell'amore dell'anima glorificata.
Per il valore che il nome ha in rapporto al mistero della persona, sia qui sulla terra come in cielo,  molto importante che esso venga scelto, nel giorno del battesimo, secondo lo spirito della fede e della comunione dei santi. Occorre innanzi tutto osservare che il sacramento del battesimo viene conferito nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Matteo 28, 19) e che  nella Chiesa che il bambino, divenendo cristiano, riceve il proprio nome. Per questo motivo nella scelta del nome si fa riferimento ai personaggi della storia della salvezza, oppure ai santi, che hanno vissuto una vita cristiana esemplare. Il patrocinio del santo offre un modello di carit e assicura la sua intercessione. Il nome di battesimo pu anche esprimere un mistero cristiano o una virt cristiana. I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano (Catechismo C. C., 2156).

Incomincia la tua giornata nel nome della Santissima Trinit.

Il secondo comandamento esige assai pi del rispetto del nome santo di Dio. Esso chiede che venga benedetto, lodato e invocato nella preghiera e glorificato nella propria vita. Ogni cristiano  invitato dalla Chiesa a iniziare la sua giornata, le sue preghiere e le sue azioni con il segno della croce, cio nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. In questo modo la giornata, col suo carico di lavoro, di prove, di fatiche e di sconfitte, ma anche di soddisfazioni, di conquiste e di realizzazioni, viene totalmente offerta e consacrata al Signore. La stessa cosa il cristiano  invitato a fare al termine del giorno, come pure prima e dopo i pasti e in occasione di attivit particolarmente importanti. Il segno della croce ci ottiene la benedizione di Dio, ci sostiene nelle difficolt e ci fortifica nelle tentazioni.
Nel corso della fatica quotidiana invoca frequentemente i nomi di Ges e di Maria. Se lo farai col cuore renderai viva e operante la loro presenza nella tua vita. L'invocazione dei santissimi nomi, fatta con fede e amore,  una delle preghiere pi semplici ed efficaci, che consente al cristiano di dare un senso soprannaturale alla sua giornata e all'intera sua vita.


Capitolo 3. - Terzo comandamento: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE.

La domenica, cuore del cristianesimo.

Il terzo comandamento va ben al di l di un generico obbligo morale di rendere culto a Dio che la creatura ha nei confronti del Creatore. Esso, nella religione ebraica come in quella cristiana, ha un valore tutto particolare, perch riserva un giorno della settimana completamente al Signore. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno  il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro (Esodo 20, 8-10). Togliendo all'ebraismo e al cristianesimo il sabato o la domenica, non si eliminerebbe qualcosa di accessorio o di ornamentale, ma si colpirebbero le fondamenta su cui  poggiata la stessa professione di fede.
Spesso ci si chiede, con giusto stupore e ammirazione, come abbia mai potuto l'ebraismo conservarsi intatto e vitale nel corso dei millenni, pur essendosi le varie comunit radicate nelle pi diverse parti del mondo, senza pi avere quel punto di riferimento che erano il tempio di Gerusalemme e l'autorit sacerdotale. A questo interrogativo si risponde che  stata l'osservanza del sabato l'elemento che ha consentito alla religione ebraica di navigare fra i marosi agitati della storia, senza mai perdere la sua identit originaria.
In un passaggio epocale in cui nei paesi di tradizione cristiana il tarlo della secolarizzazione arriva persino a corrodere l'impianto biblico del tempo, riducendo la domenica a un giorno come gli altri,  assolutamente necessario che i cristiani prendano coscienza dell'importanza fondamentale del giorno del Signore, come struttura portante della loro fede. Una societ che perdesse la domenica avrebbe completato l'espulsione del cristianesimo fin dalle radici e sarebbe ritornata alla forma pi radicale di paganesimo.
Il cristianesimo non  una religione naturalistica legata ai cicli, sempre identici a se stessi, del tempo cosmico, come ad esempio lo sono l'induismo o il buddismo, ma  una religione incarnata nella storia. Il tempo inizia con l'atto creatore di Dio, che trae le cose dal nulla; ha il suo centro nell'incarnazione e nella resurrezione di Cristo; infine si conclude con la sua venuta nella gloria e col compimento del Regno di Dio. In questo quadro la domenica  un momento essenziale e irrinunciabile, perch in stretta connessione col nucleo del mistero cristiano, che  la resurrezione di Ges Cristo.
La domenica infatti, il giorno del Signore (Kyrak emra; dies dominica),  la Pasqua della settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, il compimento in lui della prima creazione e l'inizio della nuova creazione.  il giorno dell'evocazione adorante e grata del primo giorno del mondo, ed insieme la prefigurazione, nella speranza operosa, dell'ultimo giorno, quando Cristo verr nella gloria e saranno fatte nuove tutte le cose (Giovanni Paolo II, Dies Domini, 1). Essendo la resurrezione di Cristo il dato originario su cui poggia la fede cristiana,  chiaro che la domenica, in quanto Pasqua settimanale, si colloca al centro del mistero del tempo e costituisce l'asse portante della storia. Per i cristiani essa non  soltanto il giorno del Signore, ma  il signore dei giorni, come afferma l'omelia di un autore del IV secolo.
In questa luce si manifesta in tutto il suo valore e la sua incomparabile bellezza l'impegno cristiano di santificare la domenica. Il cristiano non pu farsi catturare dalla mentalit di vivere il fine settimana come tempo di semplice riposo o evasione. Tanto meno poi deve lasciarsi prendere, anche in quel giorno, dagli ingranaggi del lavoro e dalla febbre degli acquisti. In questo modo finirebbe per rinchiudere il tempo della sua settimana in un orizzonte tanto ristretto che non gli consentirebbe pi di vedere il cielo (Dies Domini, 4). Egli deve prendere coscienza che la domenica  un giorno che Cristo si  riservato per s e che gli deve essere donato. La riscoperta di questo giorno  una grazia da implorare, affinch i singoli e le comunit lo santifichino con la partecipazione all'eucarestia e con un riposo ricco di gioia cristiana e di fraternit.

Il sabato ebraico, memoria della creazione.

Per comprendere tutta la ricchezza della domenica cristiana bisogna far riferimento al sabato ebraico. Potremmo dire che il sabato sta alla domenica come l'Antico Testamento sta al Nuovo. Come il Nuovo Testamento  il compimento e il superamento dell'Antico, cos la domenica  il compimento e il superamento del sabato ebraico. Quest'ultimo ne  la profezia, la quale per si  adempiuta ben al di l di ogni umano intendimento.
Qual  il significato del sabato ebraico? Per comprendere la grandezza e il fascino di questo giorno bisogna fare riferimento a Dio nell'opera della creazione. Tutto l'universo  una realizzazione divina, chiamato dal nulla all'essere dalla potenza della parola del Signore. Esso viene modellato nell'arco di sei giorni, durante i quali Dio manifesta la sua gloria, disponendo ogni cosa nell'ordine e nella bellezza. Quando Dio completa la sua opera, creando l'uomo a sua immagine e somiglianza, ecco che nel settimo giorno cessa da ogni suo lavoro. In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto  in essi, ma si  riposato il settimo giorno. Perci il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Esodo 20, 11).
Come va inteso il riposo divino? Dio certamente non ha bisogno di riposare, perch, come osserva Ges, egli opera sempre. D'altra parte i sei giorni sono un'immagine simbolica delle distese sconfinate del tempo, attraverso le quali Dio ha fatto maturare il capolavoro della sua sapienza e della sua onnipotenza. Il riposo di Dio  lo sguardo compiaciuto del Creatore sull'opera delle sue mani, e in particolare sull'uomo, che egli ha creato a sua immagine e somiglianza, come suo interlocutore, suo partner, suo amico e suo figlio, per l'eternit. Pi ancora, per esprimerci con il linguaggio e le immagini dei profeti, il sabato  il giorno in cui Dio, lo sposo, contempla con infinita tenerezza e compiacenza l'umanit, che egli si  plasmata come sua sposa (cfr. Osea 2, 16-24; Geremia 2, 2; Isaia 54, 4-8) e con la quale vuole stabilire un'alleanza eterna di amore. Siccome l'agire di Dio  il modello dell'agire umano, ecco che anche l'uomo, nel settimo giorno, si deve riposare come Dio si  riposato. Si tratta di un riposo molto particolare, perch la cessazione del lavoro  finalizzata a rivolgere lo sguardo all'opera grandiosa della creazione, al fine di riconoscere in essa la gloria del Creatore, lodandolo per le meraviglie del suo amore e a ringraziarlo per la Provvidenza con cui governa il mondo e si preoccupa per la vita di tutti gli esseri viventi. In particolare, come nel settimo giorno lo Sposo contempla la sposa e cerca il suo amore, cos la sposa, cio l'umanit, deve in quel giorno essere tutta per il suo Sposo, aprendosi a lui in un dialogo sponsale, fedele ed esclusivo.
Questo  il significato profondo del riposo sabbatico.  un tempo santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele ( Catechismo C. C., 2171). Si tratta di un riposo dall'attivit materiale, ma nel medesimo tempo di un'intensificazione dell'attivit spirituale, mediante la preghiera e il dialogo col Creatore. Proprio perch  un tempo in cui l'uomo deve dedicarsi a Dio, il sabato sospende le attivit quotidiane e concede una tregua. E un giorno di protesta contro la schiavit del lavoro e il culto del denaro (Catechismo C. C., 2172).
Tutta la ricchezza spirituale del sabato ebraico entra nella domenica cristiana. Infatti l'intera creazione  ordinata a Cristo, perch tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Il cristiano vede l'opera della creazione realizzata nell'incarnazione e nella gloriosa resurrezione di Ges Cristo. Se il popolo di Israele celebrava ogni sabato l'opera della creazione, la comunit cristiana celebra ogni domenica il miracolo della nuova creazione. Il giorno di Dio Creatore  divenuto cos il giorno di Cristo Redentore.
La celebrazione della domenica attua la prescrizione morale naturalmente iscritta nel cuore dell'uomo di rendere a Dio un culto esteriore, visibile, pubblico e regolare nel ricordo della sua benevolenza universale verso gli uomini. Il culto domenicale  il compimento del precetto morale dell'Antica Alleanza, di cui riprende il ritmo e lo spirito, celebrando ogni settimana il Creatore e il Redentore del suo popolo (Catechismo C. C., 2175).

La domenica, giorno della resurrezione.

La nascita della domenica  dovuta a un evento soprannaturale di fondamentale importanza. Se  vero che il cristianesimo  iniziato nel momento in cui il Verbo si  fatto carne nel grembo della Vergine Maria, si pu tuttavia dire che solo con la resurrezione di Ges Cristo la fede cristiana trova la sua conferma assoluta e definitiva. Dopo la morte di Ges in croce, era caduta la fede degli apostoli e si erano spente le speranze dei seguaci. Una grossa pietra, posta davanti al sepolcro, sembrava aver detto l'ultima parola su una delle avventure pi esaltanti dell'umanit.
Ma ecco che il primo giorno dopo il sabato (cfr. Marco 16, 2-9; Luca 24, 1; Giovanni 20, 1) le pie donne, che si erano recate al sepolcro con gli oli aromatici, osservano che il masso era rotolato via e che nel sepolcro, anzich il corpo di Ges, vi era un giovane vestito con una veste bianca, il quale dice loro: Non abbiate paura! Voi cercate Ges Nazareno, il crocifsso.  risorto, non  qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto (Marco 16, 6). In quello stesso giorno il Risorto  apparso a Maria Maddalena, ai due discepoli di Emmaus e agli undici apostoli riuniti insieme.
Come vedi il primo giorno dopo il sabato  ricolmo della luce e della gioia della resurrezione. Il Cristo risorto si manifesta come il vincitore del male e della morte. Un'alba nuova  spuntata sulle tenebre del mondo. Le attese di salvezza si sono finalmente realizzate. Un futuro pieno di speranza si apre davanti al cammino dell'umanit pellegrina. Otto giorni dopo i discepoli si trovavano nuovamente riuniti, quando Ges si manifest loro, facendosi riconoscere da Tommaso e mostrando i segni della sua passione. Ed  domenica, il giorno della Pentecoste, quando, con l'effusione dello Spirito Santo, ha inizio la grande avventura della Chiesa nella storia del mondo.
 dunque per l'evento della resurrezione che il primo giorno dopo il sabato  divenuto il giorno sacro per eccellenza dei cristiani.  il giorno della loro Pasqua, quando Cristo  passato dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre.  il giorno per eccellenza del Signore, intendendo con questa parola non il Dio che si  rivelato nell'Antica Alleanza, ma il Figlio che si  fatto uomo e che ha rivelato il Padre mediante la sua venuta fra noi. Questo giorno benedetto ha cos caratterizzato fin dagli inizi la vita della Chiesa, che da allora celebra la sua Pasqua settimanale santificando il giorno della resurrezione.
In quei primi tempi, in cui il mondo pagano non conosceva il ritmo settimanale dei giorni e le feste pagane non coincidevano con quelle cristiane, i credenti, pur di essere fedeli al giorno del Signore, si riunivano pieni di fervore prima del sorgere del sole, per meditare le Sacre Scritture e celebrare l'eucarestia. Toccante al riguardo  la testimonianza di san Giustino: Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, perch questo  il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, cre il mondo; sempre in questo giorno Ges Cristo, il nostro Salvatore, risuscit dai morti (Apologia, 1, 67).
Come noterai da questo testo, i primi cristiani accostavano il primo giorno della settimana a quello della settimana biblica della creazione, quando, secondo il libro della Genesi, Dio cre la luce (cfr. Genesi 1, 3-5). In questo modo essi insegnavano a comprendere la resurrezione come l'inizio di una nuova creazione, della quale il Cristo glorioso costituisce l'inizio, essendo egli generato prima di ogni creatura (Colossesi 1, 15) e il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Colossesi 1, 18). Il cristiano dunque il giorno di domenica contempla l'opera meravigliosa della creazione, cos come fa il pio ebreo, ma nel medesimo tempo la vede culminare nella gloria della resurrezione di Ges Cristo. Il suo sguardo per si spinge anche nel futuro, verso quella domenica eterna, l'ottavo giorno, ormai fuori del tempo, quando il pellegrinaggio della fede sfocer nella vita eterna.

La domenica, profezia dell'eternit.

Se il sabato  una profezia della domenica, a sua volta la domenica  una anticipazione dell'eternit. Tutti i valori contenuti nel sabato biblico sono assunti nella domenica cristiana, la quale, nella ricchezza dei suoi significati, rimanda a una pienezza che deve ancora venire e verso la quale l'uomo e la sua storia sono diretti. Infatti Cristo  il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Colossesi 1, 18) e l'evento della sua resurrezione si compir, alla fine dei tempi, in tutti coloro che si sono rappacificati col sangue della sua croce, non solo loro ma anche tutto l'universo, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli (Colossesi 1, 20).
A ben riflettere la struttura biblica della settimana  un'immagine della vita dell'uomo. I sei giorni indicano la vita nel tempo, fatta di lavoro, di fatica e di lotta. Il settimo giorno rappresenta invece lo sbocco della vita umana, il suo approdo finale, che  fuori del circolo finito del tempo, ma si apre alla trascendenza, oltre il passaggio della morte, verso il golfo di luce dell'eternit. Nel medesimo tempo  anche immagine della storia umana, la quale ha il suo inizio in Dio e procede, lungo la traiettoria del tempo, verso un traguardo finale, dove trover il suo compimento trascendente e divino.
Nelle religioni orientali, come l'induismo e il buddismo, la vita dell'uomo e la sua storia sono un cerchio intorno al quale tutto ruota senza mai fermarsi e senza che nulla di veramente nuovo accada. Nella visione biblica, al contrario, la vita e la storia procedono su una linea retta e i sei giorni, indicanti la vita nel tempo, entrano nella luce del giorno del Signore, dove il pellegrinaggio raggiunge il suo scopo e l'uomo perviene alla meta per la quale  stato creato.
La eliminazione della domenica nell'organizzazione della settimana e il tentativo, oggi in atto, di farne un giorno lavorativo come tutti gli altri avrebbero come grave conseguenza quella di presentare una visione della vita e della storia come un procedere nel tempo senza uno sbocco nell'eternit. Togliere la domenica, giorno della resurrezione, vuol dire sopprimere la prospettiva della trascendenza alla vita terrena e rinchiudere l'uomo nel ciclo finito della materia, delimitato dalla nascita alla morte.
Non ti deve sfuggire che lo svuotamento della domenica, ridotta a week-end, e la sua degradazione a un giorno feriale come gli altri sono perfettamente coerenti con una filosofa atea e materialistica, che ritiene che la morte sia l'ultima parola sulla vita e sulla storia umana. Si declassa la domenica per predicare il dissolvimento dell'uomo. Si offre una visione secolarizzata del fine settimana per negare la prospettiva del soprannaturale e spegnere la speranza nella beatitudine eterna. Senza domenica che cos' la vita se non il succedersi di giorni tutti uguali, finch l'uomo non ritorna in polvere come gli altri animali?
Per questo motivo il cristiano deve cogliere e vivere la straordinaria ricchezza del messaggio che  contenuto nel giorno del Signore. Quando entra nella luce della domenica il seguace di Cristo deve ripensare al cammino della sua vita, che  un procedere verso l'incontro finale con Ges risorto. Egli deve essere consapevole che il cielo  la meta a cui deve tendere e che l'aspetta dopo i sei lunghi giorni di pellegrinaggio qui sulla terra. Quando, nel settimo giorno, si reca alla santa Messa per ricevere l'eucarestia, il cristiano va col cuore a quell'ottavo giorno, posto nell'eternit beata, dove col Signore risorto render ogni onore e gloria al Padre in comunione con tutta la Chiesa.

L'eucarestia al centro della domenica.

Ti sarai certamente persuaso che la domenica, celebrando l'evento centrale della nostra fede, che  la resurrezione di Ges Cristo,  uno dei pilastri della religione cristiana. La Chiesa non rinuncer mai alla domenica e non cesser mai di consacrarla al Signore. In questa fedelt assoluta al giorno dedicato a Dio i pii ebrei del nostro tempo ci devono essere di esempio. Nessun altro giorno della settimana pu essere scambiato con la domenica. I primi cristiani l'hanno santificata pur in mezzo a una societ che la riteneva un giorno comune.
L'altro pilastro del cristianesimo  senza dubbio la santa Messa. Nel corso dei secoli l'eucarestia  divenuta giustamente una celebrazione frequente, anche pi volte nella medesima giornata. Il pane quotidiano che chiediamo nel Padre nostro non  soltanto il cibo materiale, ma anche e soprattutto quello spirituale. Tuttavia vi  un legame profondo fra la domenica e l'eucarestia. In nessun altro giorno la santa Messa  piena di significati come quando  celebrata nel giorno del Signore. Infatti nell'eucarestia si commemora il mistero pasquale della morte e della resurrezione di Cristo. Quando i fedeli fanno la santa comunione ricevono nel loro cuore Cristo risorto. Quale modo migliore dunque di festeggiare il giorno della resurrezione che partecipare alla santa Messa?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ha una affermazione molto significativa al riguardo: La celebrazione domenicale del giorno e dell'eucarestia del Signore sta al centro della vita della Chiesa (2177).  un richiamo rivolto ai fedeli e alle parrocchie. Il culto cristiano ha i suoi punti di forza nella celebrazione della domenica e dell'eucarestia domenicale.  in questo giorno che la Chiesa in modo tutto speciale diviene visibile e si realizza come comunit illuminata dalla luce di Cristo risorto.
Vi  qui un punto importante da sottolineare che, a causa dell'individualismo del nostro tempo, rischia di passare inosservato. Tu non puoi festeggiare la domenica privatamente, da solo o con la tua famiglia. Il giorno del Signore  anche il giorno della Chiesa. Andando alla Messa nella tua parrocchia tu non solo incontri il Signore risorto, ma anche i tuoi fratelli. Scopri di essere parte di una comunit, di cui condividi la fede e le responsabilit. Sei invitato ad aprirti agli altri e a porgere la mano al tuo fratello. Tu non puoi pregare in casa come in Chiesa, dove c' il popolo di Dio raccolto, dove il grido  elevato a Dio con un cuore solo. L c' qualcosa di pi, l'unisono degli spiriti, l'accordo delle anime, il legame della carit, le preghiere dei sacerdoti (Autore anonimo. Patrologia greca).
Il Papa a questo riguardo esorta le parrocchie  concentrare le loro energie sulla partecipazione all'eucarestia domenicale. Tra le numerose attivit che una parrocchia svolge - afferma - nessuna  tanto vitale o formativa della comunit quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua eucarestia. Poi, richiamando anche la responsabilit dei laici, soggiunge: Spetta innanzi tutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ci dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l'iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo della obbligatoriet del precetto (Dies Domini, 36).
Oggi si nota la tendenza dei vari gruppi, movimenti e associazioni a organizzare una eucarestia domenicale per conto proprio, al di fuori della parrocchia. Ma, proprio perch la domenica  il giorno della chiesa, una tale prassi (che invece  possibile nei giorni feriali) va scoraggiata. Infatti la santa Messa domenicale della parrocchia deve essere un momento di unit, nel quale tutte le realt cristiane presenti, a incominciare dalle famiglie, che sono le chiese domestiche, devono sentirsi una sola cosa.
 per questo che di domenica, giorno dell'assemblea, le Messe dei piccoli gruppi non sono da incoraggiare: non si tratta solo di evitare che le assemblee parrocchiali manchino del necessario ministero dei sacerdoti, ma anche di fare in modo che la vita e l'unit della comunit vengano pienamente salvaguardate e promosse (Dies Domini, 36).
Oggi molti cristiani vanno alla santa Messa domenicale quasi con la paura di incontrare gli altri. La partecipazione alla Messa forse li far incontrare col Signore, ma non con i fratelli. Alcuni non hanno mai parlato col sacerdote della loro parrocchia. Occorre che tutti diano il loro contributo per rompere le pareti di questo freddo individualismo. Realizzare la parrocchia come grande famiglia  uno degli obiettivi della Messa domenicale. Da' anche tu il tuo contributo, cercando di conoscere meglio la tua parrocchia e le sue attivit e mettendoti a disposizione per eventuali necessit.

Il precetto domenicale.

 impressionante la superficialit e la disinvoltura con cui oggi molti battezzati, che pure ci tengono a definirsi credenti, disertano la santa Messa domenicale. Non pochi frequentano la chiesa soltanto in occasione del Natale e della Pasqua e un numero considerevole trova facili alibi per giustificare la propria pigrizia. In realt alla radice di questa disaffezione vi  la misconoscenza del grande valore dell'eucarestia, che  il vero cuore della domenica. Come si pu pensare di santificare il giorno della resurrezione di Cristo senza incontrare il Signore risorto nell'eucarestia? Non vive cristianamente la domenica chi non partecipa alla santa Messa. Una domenica senza eucarestia  come un giorno senza sole.
All'inizio la comunit cristiana era cos profondamente consapevole dell'importanza dell'eucarestia nel giorno del Signore che non vi fu affatto bisogno di prescriverla come un precetto. L'esortazione dei pastori ha trovato lungo i secoli un'adesione convinta nel cuore dei fedeli. Non mancano esempi di cristiani che, durante le persecuzioni, essendo le loro assemblee interdette, affrontarono il martirio pur di non mancare all'eucarestia domenicale.
 il caso dei martiri di Abitine, nell'Africa proconsolare, che risposero ai loro accusatori:  senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perch non la si pu tralasciare;  la nostra legge; Noi non possiamo stare senza la cena del Signore. E una delle madri confess: S, sono andata all'assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perch sono cristiana. La storia del cristianesimo  ricca di testimonianze eroiche, date da semplici fedeli, i quali hanno affrontato difficolt, persecuzioni e persino la morte per partecipare alla Messa domenicale.  un rimprovero per il nostro cristianesimo pantofolaio, dove le comodit per soddisfare il precetto domenicale si moltiplicano, ma i risultati sono scarsi, perch manca l'amore disinteressato per Dio.
La Chiesa nel corso dei secoli non ha mai cessato, anche con numerosi decreti di concili locali, di affermare con forza l'obbligo di coscienza di santificare la domenica mediante la partecipazione alla santa Messa. Questa consuetudine universale  stata per la prima volta recepita nel Codice di diritto canonico del 1917 e successivamente ribadita nell'attuale Codice, nel quale si afferma che la domenica e le altre feste di precetto, i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla santa Messa (Can., 1248). Le altre feste di precetto, oltre alla domenica, sono cos precisate dallo stesso Codice. Ugualmente devono essere osservati i giorni del Natale del Signore nostro Ges Cristo, dell'Epifania, dell'Ascensione, del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, della Santa Madre di Dio Maria, della sua Immacolata Concezione e Assunzione, di san Giuseppe, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e infine di tutti i santi (Can., 1246, 1).
 il Catechismo della Chiesa Cattolica a ribadire la convinzione comune della Chiesa che il precetto domenicale comporta un obbligo grave. Si tratta di un insegnamento che va sottolineato nella catechesi e nella predicazione, stante la superficialit con cui oggi viene disatteso: L'eucarestia domenicale fonda e conferma tutto l'agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all'eucarestia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti) o ne siano dispensati dal loro parroco. Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono peccato grave (2181).
Per quanto l'eucarestia sia il cuore della domenica, sarebbe riduttivo limitare la preghiera alla sola partecipazione alla santa Messa. In molte parrocchie non mancano speciali iniziative di preghiera, come ad esempio la solenne celebrazione dei Vespri, oppure momenti di catechesi, a cui i fedeli sono invitati a partecipare generosamente.  da incoraggiare anche il pellegrinaggio presso i santuari, dove trascorrere qualche ora di pace e di pi intensa esperienza di fede. Anche in quella chiesa domestica che  la famiglia, la domenica  il tempo propizio per recitare insieme con pi calma le preghiere del mattino e della sera, l'Angelus e il santo rosario, vivendo cos quei momenti di comunione fra genitori e figli, spesso compromessi dal logorio degli impegni della settimana.

La domenica, giorno di riposo.

Il culto di Dio, con la partecipazione all'eucarestia,  il primo aspetto che caratterizza il giorno del Signore. L'altro  quello del riposo. Si tratta delle due note fondamentali del sabato ebraico, che sono state assunte in una prospettiva cristologica dal cristianesimo. Lo shabbat  il settimo giorno, benedetto e consacrato da Dio. In esso il Creatore cess da ogni suo lavoro (Genesi 2, 2), per ammirare e contemplare l'opera mirabile della sua onnipotenza, in particolare quella compiuta nel sesto giorno, quando cre l'uomo a sua immagine e somiglianza.
Per comprendere il riposo dell'uomo occorre cogliere nella sua profondit il riposo di Dio. Esso non  la cessazione della sua attivit, perch, come osserva Ges, il Padre mio opera sempre (Giovanni 5, 17). Nel settimo giorno il Creatore spalanca il suo cuore sull'opera delle sue mani e su di essa riversa il suo amore premuroso e provvidente. In particolare Dio si riposa per intrattenersi con l'uomo, culmine e significato di tutta la creazione, col quale cerca l'intimit passeggiando nel giardino (cfr. Genesi 3, 2).
Il riposo dell'uomo va visto in questa prospettiva. Esso non  una imposizione onerosa, ma piuttosto un aiuto e un invito a ricercare il senso della sua vita nel tempo e il valore del suo lavoro in un rapporto di dipendenza e di fiducia in Dio. L'uomo non  un animale, il quale si trova perfettamente integrato nel ciclo finito della materia. L'uomo non pu in nessun modo essere ridotto a un ingranaggio della macchina vorace e mai sazia dell'economia. L'uomo non  riducibile alle sole attivit di produttore e di consumatore, tanto care alla mentalit materialistica del nostro tempo. L'uomo supera l'uomo, affermava il grande Pascal. Il riposo domenicale libera la persona dalla schiavit del lavoro, la svincola dai ritmi implacabili del ciclo feriale e le offre la possibilit di guardare in alto, verso lo sbocco trascendente della sua vita.
Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno  il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno n tu, n tuo figlio, n tua figlia, n il tuo schiavo, n la tua schiava, n il tuo bue, n il tuo asino, n alcuna delle tue bestie, n il forestiero, che sta dentro le tue porte, perch il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di l con mano potente e braccio teso; perci il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato (Deuteronomio 5, 12-15).
Queste disposizioni divine per il popolo di Israele conservano oggi tutto il loro valore. Nel settimo giorno l'uomo deve essere emancipato dalla fatica e dalla schiavit della produzione, per potersi dedicare liberamente a Dio e a tutte quelle attivit che lo aiutano a conoscerlo e ad amarlo. Spesso Israele ha interpretato il riposo sabbatico in termini carnali, imprigionando il giorno del Signore in una gabbia di precetti minuziosi e asfissianti. Ges combatte questa mentalit, operando molte guarigioni in giorno di sabato e affermando che il sabato  fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato (Marco 2, 27). Il riposo domenicale deve dunque essere vissuto come un'esperienza di libert spirituale, nel quale l'uomo ritrova se stesso, il senso della sua vita e la sua vocazione.
Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali per le quali ci agitiamo lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell'incontro e nel dialogo pi pacato, il loro vero volto. Le stesse bellezze della natura - troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l'uomo - possono essere riscoperte e profondamente gustate. Giorno di pace dell'uomo con Dio, con se stesso e con i propri simili, la domenica diviene cos anche momento in cui l'uomo  invitato a gettare uno sguardo rigenerato sulle meraviglie della natura, lasciandosi coinvolgere in quella stupenda e misteriosa armonia che, al dire di sant'Ambrogio, per una legge inviolabile di concordia e di amore unisce i diversi elementi del cosmo in un vincolo di unione e di pace (Dies Domini, 67).
La preghiera, la meditazione, il contatto con la natura, gli affetti familiari da rinsaldare, la comunione fraterna col prossimo, le attivit di valore sociale, oltre alla distensione della mente e del corpo, rendono ricca e diversa la domenica e impediscono che il riposo, anzich arricchire spiritualmente, si risolva in vacuit e divenga fonte di noia. L'astensione dal lavoro non va certo misurata e vissuta con l'arcigna pignoleria, fine a se stessa, degli scribi e dei farisei. Essa  finalizzata a soddisfare quei bisogni profondi dell'uomo che la settimana lavorativa tende a mortificare e a distruggere.  in questa luce che va visto il riposo domenicale, il quale non  tanto una proibizione quanto una proposta.
Durante la domenica e gli altri giorni festivi di precetto, i fedeli si asterranno dal dedicarsi a lavori o attivit che impediscano il culto dovuto a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pratica delle opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo. Le necessit familiari o una grande utilit sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale. I fedeli vigileranno affinch legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute (Catechismo C. C., 2185).
Come puoi notare la Chiesa, col riposo domenicale, intende proporre un grande valore, di cui l'uomo, in modo particolare quello del nostro tempo, ha bisogno non solo per affermare il primato di Dio, ma anche quello della persona, rispetto alle esigenze della vita sociale ed economica. Tuttavia la Chiesa  ben cosciente che alcune attivit sono necessarie anche di domenica per il buon funzionamento della societ, come pure che, in particolari situazioni, hanno la precedenza i bisogni e le necessit della famiglia. Queste eccezioni per non possono divenire un alibi per rompere gli argini, come si tende a fare nella societ dei consumi, col risultato di distruggere la domenica e di ridurla a un giorno feriale qualsiasi.
La Chiesa, caro amico, ti invita a vigilare e a testimoniare, perch questo grande dono di Dio, che  il giorno del Signore, venga conservato come un fattore insostituibile di civilt. Nel rispetto della libert religiosa e del bene comune di tutti,  cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della societ umana. Se la legislazione del paese o altri motivi obbligano a lavorare la domenica, questo giorno sia tuttavia vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare a questa "adunanza festosa" e a questa "assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli" (Lettera agli Ebrei 12, 22-23) (Catechismo C. C., 2188).

L'accorato richiamo della Madonna a La Salette.

L'importanza che riveste agli occhi di Dio la santificazione della domenica  stata sottolineata dalla Madonna nell'apparizione a La Salette, nel 1846. In quest'unica sua manifestazione la santa Vergine ha maternamente richiamato il suo popolo per la violazione del secondo comandamento (la bestemmia) e soprattutto del terzo (la santificazione della domenica). Forse noi siamo inclini a sottovalutare la gravit di questo tipo di mancanze, ma non  cos da un punto di vista soprannaturale, perch esse dimostrano disinteresse e persino disprezzo per il Creatore. Il castigo di Dio per chi viola la domenica e la sua benedizione per chi invece la onora dimostrano quale importanza abbia agli occhi del Signore la santificazione di questo giorno che egli vuole dedicato a s.
La Madonna con un pianto dirotto, che lascia stupiti e addolorati i due bambini che l'ascoltano, afferma testualmente: Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservata il settimo, e non me lo si vuole concedere.  questo che appesantisce il braccio di mio Figlio. Prese alla lettera, le parole della Madonna sembrerebbero indicare che lei stessa e non Dio si  riservata il giorno di domenica, perch fosse un giorno di riposo e di santit per il suo popolo. In realt qui la santa Vergine si presenta come la Mediatrice fra noi e suo Figlio. Tutto ci che Cristo d alla Chiesa, e quindi anche il dono della domenica, ci viene per mezzo suo e tutto ci che da noi sale fino a Cristo, passa attraverso di lei.
Di straordinaria profondit  l'espressione: Mi sono riservata il settimo. La domenica  un giorno che appartiene a Dio, nel senso che il suo popolo deve consacrarlo a lui. Questo avviene mediante il culto divino, in particolare con la partecipazione alla santa Messa, e con l'astensione dal lavoro, per rivolgersi ad attivit pi importanti, che sono quelle dello spirito e le opere dell'amore. La domenica  il giorno in cui l'uomo deve essere di Dio in un modo esclusivo. Non pu essere del mondo, con tutte quelle preoccupazioni e seduzioni che distolgono il cuore dalla meta del cielo, alla quale deve incessantemente tendere.
Dei sette giorni della settimana Dio ne chiede uno che sia esclusivamente dedicato a lui, ma noi non glielo vogliamo concedere. Se cos la Madonna si esprimeva oltre un secolo e mezzo fa, che cosa dovrebbe dire oggi, quando i tentativi di cancellare la domenica dalla vita sociale sono sempre pi minacciosi ed espliciti? All'occhio premuroso e vigile della Madre nulla sfugge: A Messa non vanno che alcune donne gi anziane. Gli altri lavorano di domenica tutta l'estate e, l'inverno, quando non sanno che fare, non vanno alla Messa che per burlarsi della religione. In quaresima vanno alla macelleria come dei cani.  qui descritta la vita di quello che Paolo chiama animalis homo, l'uomo animale, che mangia e lavora come le bestie da soma, ma che non sa che farsene diDio e dei valori dello spirito. Sia pure in un contesto diverso dalla societ contadina, la nostra situazione  simile, anzi pi grave, perch assai pi ampie sono le possibilit di destinare il tempo a se stessi e alla propria anima.
Dio non tollera questa situazione in cui nel cuore delle sue creature fermenta l'oblio, l'indifferenza e il disprezzo per la sua grazia e il suo amore. Il male non passa impunito. Il male fa male: questo  quanto Dio nella sua sapienza ha stabilito. Egli nel suo amore ci castiga, perch abbiamo ad abbandonare la via che ci porta alla rovina. La punizione divina  per il nostro bene.  l'amara medicina che ci rid la salute. Non  certo un caso che la parola castigare ha la medesima radice di casto. Dio ci castiga per staccarci dal male, per renderci casti, cio puri. Quando non riesce a persuaderci a cambiare con le parole dell'amore, Dio ci richiama sul retto cammino col linguaggio del dolore.
La punizione divina arriva attraverso i fenomeni della natura, ai quali noi non facciamo caso, perch non sappiamo vedere, oltre le apparenze, il governo divino del mondo. La Madonna a La Salette ci d un saggio di come Dio vigila e osserva, scrutando in fondo a ogni cuore, e poi premia chi gli  fedele e castiga chi si ribella, dimostrando che tutto  nelle sue mani e che la nostra presunzione di fare a meno di lui ci espone al ridicolo di chi, essendo senza ali, ha la pretesa di volare.
La gente si illude che, lavorando alla domenica, crescano il guadagno e la ricchezza. Perch tenere chiuse le fabbriche, i negozi, gli uffici, le banche, i grandi centri commerciali, quando con la loro apertura si potrebbero incrementare i profitti? Satana incanta col miraggio del denaro e seduce quelli che in esso hanno posto il loro cuore. Il suo obiettivo  di strappare la domenica dalle mani di Dio e di privare gli uomini di questo inestimabile dono. Tragico errore di chi crede che questo meraviglioso banchetto imbandito che  la terra sia frutto del caso, alla merc della nostra insaziabile avidit.
Ai nostri occhi accecati la Madre di Dio mostra come in realt stanno le cose e come con Dio non si scherza: Se il raccolto va male,  soltanto per colpa vostra. Ve l'ho fatto vedere l'anno scorso con le patate; voi non ne avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate delle guaste, voi imprecavate e intercalavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest'anno a Natale non ve ne saranno pi. Dio governa il mondo con infinita sapienza e giustizia e nulla sfugge alla sua mano. Anche le catastrofi della natura sono un messaggio divino che punisce il male, richiamandoci sulla via del bene. Noi, nella nostra stoltezza, non ci asteniamo dal mormorare e dal bestemmiare quel Dio nel quale non crediamo e di cui in ogni caso non ci importa nulla.
Tuttavia la Madonna si fa premura di addolcire l'inevitabile castigo, affinch anche durante la privazione che purifica il nostro occhio possa scorgere la presenza della misericordia: Se avete del grano, non bisogna seminarlo, perch tutto quello che seminerete sar mangiato dagli insetti, e quello che verr cadr in polvere, quando lo batterete. Sopraggiunger una grande carestia, ma prima che essa venga, i bimbi al di sotto dei sette anni saranno colti da un tremore e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. I grandi faranno penitenza per la fame. Le uve marciranno e le noci diventeranno cattive.
A questo punto il lettore potrebbe porsi molte domande. Perch dovrebbero andare di mezzo i bambini a causa del peccato degli adulti? Non  forse ingiusto da parte di Dio? Dal punto di vista di Dio e degli stessi bambini  certo una grazia che essi raggiungano il fine della vita, che  la gioia del cielo, prima che abbiano a perire in questo mondo pieno di pericoli. Ma per l'uomo orgoglioso che crede di essere il padrone della vita e delle cose e s pone altezzosamente al posto di Dio, questa privazione, di fronte alla quale  impotente,  una grande medicina che gli fa aprire gli occhi sugli abissi di miseria e di disperazione in cui precipita la vita umana, quando Dio  escluso.
Come vedi, caro amico, non  una cosa da nulla la disubbidienza al terzo comandamento. All'osservanza della domenica Dio ha collegato il benessere materiale degli uomini; mentre la sua violazione provoca calamit e sciagure naturali e sociali. Abolendo la domenica in realt gli uomini vogliono eliminare Dio. Scelta sciagurata, radice di grandi mali per i singoli e la societ.
Tuttavia l'ultima parola della Madre di Dio  di speranza. Chi dedicher al Signore il giorno che egli si  riservato, sar benedetto non solo con i beni spirituali, ma anche con quelli materiali. Se si convertiranno, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate si troveranno seminate da loro stesse. Il benessere temporale  un dono di grazia. Senza Dio, gli uomini sono lupi famelici che si sbranano a vicenda, con guerre sempre nuove, finch non avranno distrutto la terra.  questo un solenne ammonimento per il nostro tempo!
Su, bambini miei, fate dunque sapere ci a tutto il mio popolo. Con queste parole la Madonna si congeda, mettendoci davanti a un bivio di fronte al quale la nostra generazione rischia di prendere quella via che la porterebbe alla rovina. Dedicare la domenica a Dio vuol dire riconoscerlo come nostro Creatore, Salvatore e Signore. Significa ottenere la sua benedizione e incominciare cos a costruire quella societ dell'amore nella quale le rocce diventeranno pane. Ma avremo tanta fede da fidarci di pi della benedizione del Signore che dell'opera delle nostre mani?

La domenica, giorno di solidariet.

Il tempo libero della domenica ci  dato perch l'anima possa dedicarsi a Dio, amato sopra ogni cosa. Ma non vi  amore di Dio che non sia accompagnato dall'amore del prossimo. L'apertura del cuore al Creatore comporta il medesimo atteggiamento anche verso i fratelli. L'aspetto conviviale della domenica lo puoi sperimentare in un modo particolare nella santa Messa, quando ti incontri con i tuoi fratelli e con essi sei invitato a scambiare il segno della pace. La parrocchia che frequenti ti invita ad uscire dal tuo guscio individualistico e a prendere coscienza che sei parte viva di una comunit dove, come in un corpo, gli uni sono membra degli altri.
 particolarmente commovente, quando durante l'eucarestia il sacerdote invita i fedeli a scambiarsi la pace, vedere come marito e moglie, oppure genitori e figli, si scambiano il bacio santo che li riconcilia e li unisce in un vincolo soprannaturale pi forte di quello del sangue. Oppure vedere come due persone, le quali lungo il cammino che le portava alla chiesa non si erano neppure salutate, si danno la mano e si guardano negli occhi con un sorriso. Il riconoscimento dell'esistenza del fratello e l'attenzione ai suoi bisogni  un aspetto fondamentale della domenica, quando il tempo liberato dal lavoro ci aiuta a vedere gli uomini come persone da conoscere e da amare e non come rotelle anonime della macchina sociale.
L'aspetto conviviale della domenica si esprime innanzi tutto nel rinsaldare i legami con la famiglia, cercando di vivere insieme momenti di preghiera, di dialogo e di condivisione che gli impegni della settimana lavorativa rendono difficili. Anche i vincoli di affetto con la parentela e con gli amici trovano nella domenica il tempo propizio per essere coltivati e approfonditi.
Ma la domenica deve dare ai fedeli anche l'occasione di dedicarsi alle attivit di misericordia, di carit e di apostolato... Se essa  giorno di gioia, occorre che il cristiano dica con i suoi concreti atteggiamenti che non si pu essere felici da soli. Egli si guarda intorno per individuare le persone che possono avere bisogno della sua solidariet. Pu accadere che nel suo vicinato o nel suo raggio di conoscenze vi siano ammalati, anziani, bambini, immigrati che proprio di domenica avvertono in modo ancora pi cocente la loro solitudine, le loro necessit, la loro condizione di sofferenza... Invitare a tavola con s qualche persona sola, fare visita a degli ammalati, procurare da mangiare a qualche famiglia bisognosa, dedicare qualche ora a specifiche iniziative di volontariato e di solidariet, sarebbe certamente un modo per portare nella vita la carit di Cristo attinta alla Mensa eucaristica (Dies Domini, 69,70).

La gioia pasquale della domenica.

L'affresco meraviglioso del giorno del Signore deve essere completato richiamando l'aspetto di gioia che gli  connaturale. La domenica  il giorno della resurrezione di Cristo e quello della salvezza del genere umano. Il nemico dell'uomo, la morte,  stato vinto e con esso l'impero del peccato e del maligno. Agli uomini sono donati l'amore sovrabbondante di Dio e la speranza della vita eterna. La fatica della settimana, con le sue difficolt, lotte e angosce, si dissolve in questo giorno benedetto in cui prendiamo coscienza che Cristo  con noi, sulla barchetta della nostra vita e che la sua presenza  una garanzia che vale pi di qualsiasi sicurezza umana.
I primi cristiani hanno vissuto il giorno settimanale del Signore risorto soprattutto come giorno di gioia. Il primo giorno della settimana siate tutti lieti, esorta la Didach degli Apostoli (14, 1). Si tratta di una gioia soprannaturale, che nasce da uno sguardo di fede e di fiducia sulla vita, che  illuminata dal sole di Cristo risorto.  una gioia che valorizza anche le sane gioie umane, le quali, senza il riferimento a Dio, sarebbero ombre presto dissipate.
Guardati intorno e osserva come la gioia vera sia assente dal volto degli uomini. Il mondo non conosce la letizia del cuore e la confonde con i fatui sentimenti di appagamento e di piacere, che inebriano la sensibilit e l'affettivit per un momento, lasciando poi il cuore nell'insoddisfazione e magari nell'amarezza (Dies Domini, 57).
La domenica  un giorno di festa. Sia il tuo cuore festoso e diffondi la gioia di Cristo intorno a te. All'orizzonte della vita non vi  la tristezza della morte che tutto vanifica, ma quella domenica del cielo, dove celebreremo una festa senza fine.


Capitolo 4. - Quarto comandamento: ONORA IL PADRE E LA MADRE.

Il quarto comandamento apre il cuore all'amore del prossimo.

La prima tavola della legge, che comprende i tre primi comandamenti, afferma il primato di Dio e del suo amore. L'uomo  creatura di Dio e gli appartiene. L'affermazione centrale del Nuovo Testamento, che il Verbo si  fatto carne, indica quanto l'uomo sia caro al cuore di Dio, tanto da renderlo partecipe della divina natura per tutta l'eternit. Non bisogna mai perdere di vista che i comandamenti vengono da Dio e orientano a lui. La prima delle due tavole della legge  un richiamo per gli uomini di tutti i tempi che senza un costante riferimento a Dio  impossibile fondare l'amore del prossimo.
Il quarto comandamento apre la seconda tavola del decalogo e introduce alla scoperta dei fratelli da riconoscere e da amare. Al cuore umano, spesso alla merc degli egoismi, delle violenze e delle sopraffazioni, la legge divina indica l'ordine della carit a cui gli esseri umani devono ispirarsi, per evitare che la loro vita sulla terra si trasformi in una selva oscura dove l'uomo  lupo all'uomo.
Dopo Dio, le persone che vanno onorate sono i nostri genitori, ai quali dobbiamo la vita e grazie ai quali abbiamo conosciuto Dio e il suo amore. Tuttavia il quarto comandamento non si limita all'ambito della singola famiglia, ma abbraccia l'intera societ, invitando a rispettare tutti coloro che, in diversa misura e per il nostro bene, l'Altissimo ha rivestito della sua autorit. Valorizzando la famiglia fondata sul matrimonio, questo comandamento apre gli orizzonti sulla grande famiglia umana, nei confronti della quale ognuno di noi ha precisi diritti e doveri. In questo orientamento all'amore sono gi compresi i successivi comandamenti, che riguardano il rispetto della vita, del matrimonio, dei beni terreni e della parola.
Nella sua formulazione biblica: Onora il padre e la madre, il comando di Dio si rivolge espressamente ai figli nel loro rapporto con i genitori. Il suo ambito  per assai pi vasto e concerne i rapporti di parentela con i membri del gruppo familiare. Chiede di tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei confronti dei loro superiori, dei cittadini nei confronti della loro patria, verso i pubblici amministratori e governanti. Questo comandamento implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti, di tutti coloro che esercitano un'autorit su altri o su una comunit di persone (Catechismo C. C., 2199).
Va presa sul serio la ricompensa che Dio ha promesso di dare a chi osserva il quarto comandamento: Onora tuo padre e tua madre, perch si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti d il Signore, tuo Dio (Esodo 20, 12). Non vi  dubbio infatti, e l'esperienza lo conferma, che le famiglie e le societ, dove regna l'armonia e la convergenza delle volont, fioriscono e progrediscono anche sul piano materiale. La cooperazione, la concordia e il rispetto reciproco portano frutti temporali di pace e di progresso.
Al contrario la discordia, le lotte intestine, la violenza, la prepotenza e l'egoismo minano le famiglie e la societ alla radice, provocando danni che ne compromettono la crescita e persino l'esistenza. Quando la legge morale naturale  posta alla base della societ, Dio la benedice anche con i beni materiali. La storia dimostra che le societ moralmente corrotte, anche se potenti e ricche, a lungo andare declinano e periscono.

Non l'uomo, ma Dio ha fondato la famiglia.

Una delle pi grandi conquiste della civilt umana  la famiglia monogamica, fondato sul matrimonio indissolubile fra uomo e donna. Si tratta di un pilastro della legge morale naturale che Dio ha scritto nel cuore di ogni uomo. La presenza della famiglia monogamica  un filo d'oro mai interrotto nel corso della storia, che si  andato man mano affermando lungo i secoli, fino ad acquistare una posizione di assoluto primato.
 soprattutto grazie alla Bibbia che questa gemma preziosa della legge morale naturale  stata proposta in tutto il suo incontaminato splendore. Nel racconto della creazione il testo sacro mette in evidenza che Dio stesso ha creato l'uomo e la donna, facendo dei due una carne sola. L'uomo non separi ci che Dio ha unito (Matteo 19, 6), affermer Ges, commentando questo testo.  Dio stesso dunque che, creando l'uomo e la donna, ha istituito la famiglia, fondandola sulla pari dignit e sul legame indissolubile dell'uomo e della donna.
La rivelazione divina  qui venuta in soccorso della ragione umana, la quale, offuscata dall'ignoranza e dalle passioni, ha spesso smarrito, nel passato come nel presente, l'autentica concezione della famiglia, che pure non di rado  presente in molte civilt. Il Creatore, plasmando l'essere umano come maschio e femmina, e orientandoli l'uno all'altro perch nel reciproco amore divenissero generatori di vita, ha lui stesso fondato la famiglia, la quale non  una costruzione umana che muta col tempo, ma un pilastro insostituibile della legge di natura.
La comunit coniugale, fondata sul patto inscindibile dell'uomo e della donna, non appartiene, a rigore, all'ambito della fede cristiana, ma  un patrimonio comune a tutta l'umanit che, pur non conoscendo la divina rivelazione,  tuttavia disposta a lasciarsi guidare dalla luce della ragione e dalla voce della coscienza. Si tratta di un cardine di quella legge morale naturale sulla quale tutti gli uomini, prescindendo dalle varie convinzioni religiose, si devono ritrovare.
Oggi, dinanzi ai ricorrenti vaneggiamenti della ragione, come li chiama l'apostolo Paolo,  necessaria una battaglia culturale molto decisa in difesa della famiglia naturale. La negazione della indissolubilit del matrimonio, il ricorso diffuso al divorzio e alle successive nozze, il dilagare delle convivenze e infine il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali costituiscono una minaccia crescente all'ordine, pieno di sapienza, stabilito dal Creatore.
La legge di natura stabilisce che l'uomo e la donna, con un consenso libero e consapevole, formino una comunit coniugale fondata su un patto indissolubile. La famiglia cos costituita  ordinata al bene degli sposi e alla procreazione ed educazione dei figli. Questa istituzione precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorit. Si impone da s (Catechismo C. C. 2202).
Tutto questo sarebbe perfino evidente se gli uomini guardassero a questa splendida realt con gli occhi limpidi della luce naturale della ragione. Purtroppo il peccato originale ha provocato gravi disordini nel campo della sessualit e dei sentimenti. I rapporti fra uomo e donna sono divenuti difficili (cfr. Genesi 3, 16) e l'amore all'interno della coppia e della famiglia non  dato una volta per tutte, ma richiede una conquista quotidiana.
Di fronte ai fallimenti della coppia, a causa della durezza del cuore dell'uomo, Ges ha suonato la tromba del risveglio e della riscossa. All'inizio non fu cos! (Matteo 19, 8), esclama con forza a chi vorrebbe codificare le deviazioni della nostra natura decaduta. Questa medesima reazione  necessaria anche nel nostro tempo, affinch il progetto di Dio Creatore continui a risplendere dinanzi alle coscienze, nonostante la pretesa della societ moderna di legiferare in questo campo a suo insindacabile giudizio.

La famiglia precede la societ e lo Stato.

La famiglia  nata prima della societ e dello Stato. Essa ha il primato non solo in ordine di tempo, ma anche come valore, nel senso che lo Stato e la societ sono al suo servizio. La dottrina secondo la quale la famiglia  la cellula originaria della vita sociale (Catechismo C. C., 2207) va proposta e difesa oggi con particolare vigore, perch non mancano sistemi politici che pretendono di privare la famiglia dei suoi diritti fondamentali e di sostituirsi ad essa. Ancora pi sottile e pericolosa  poi quella azione culturale e politica che mira a dissolvere la famiglia a partire dalle sue stesse fondamenta, equiparando alla coppia monogamica le aggregazioni pi disparate e delegando all'industria delle provette il concepimento della vita.
Vi  dunque un sacrario intangibile alla base della vita sociale, in cui l'uomo e la donna sono chiamati al dono di s nell'amore e nel dono della vita.  nella famiglia dove, fin dall'infanzia, si possono apprendere i valori morali, si pu incominciare ad onorare Dio e a fare un buon uso della libert. La vita di famiglia  una iniziazione alla vita di societ (Catechismo C. C., 2207). Sono i genitori i primi educatori dei figli e nessuna autorit politica pu privarli di questo diritto fondamentale.
Quando la famiglia  debole sul piano economico o fragile sul piano morale tocca alle altre persone e, in mancanza di esse, alla societ e allo Stato provvedere ai bisogni emergenti. La famiglia deve essere aiutata e difesa con appropriate misure sociali. L dove le famiglie non sono in grado di adempiere alle loro funzioni, gli altri corpi sociali hanno il dovere di aiutarle e di sostenere l'istituto familiare. In base al principio di sussidiariet, le comunit pi grandi si guarderanno dall'usurpare le sue prerogative o di ingerirsi nella sua vita (Catechismo C. C., 2209).
Qui vedi citato quel principio di sussidiariet che  uno dei punti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. In base ad esso lo Stato non pu e non deve intromettersi nella vita della famiglia o sostituirsi ad essa, ma piuttosto dare gli aiuti necessari perch possa espletare i suoi compiti. Come ribadisce il Concilio Ecumenico Vaticano II, il potere civile ha una particolare responsabilit nel sostenere e nel consolidare il matrimonio e la famiglia e deve considerare come un sacro dovere rispettare, proteggere e favorire la loro vera natura, la moralit pubblica e la prosperit domestica (Gaudium et spes, 47).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (2211) d indicazioni molto concrete su che cosa la comunit politica  tenuta ad assicurare alla famiglia:
  -  la libert di costituirsi, di procreare figli e di educarli secondo le proprie convinzioni morali e religiose;
  -  la tutela della stabilit del vincolo coniugale e dell'istituto familiare;
  -  la libert di professare la propria fede, di trasmetterla, di educare in essa i figli, avvalendosi dei mezzi e delle istituzioni necessarie;
  -  il diritto alla propriet privata, la libert di intraprendere un'attivit, di procurarsi un lavoro e una casa, il diritto di emigrare;
  -  in conformit alle istituzioni dei paesi, il diritto alle cure mediche, all'assistenza per le persone anziane, agli assegni familiari;
  -  la difesa della sicurezza e della salute, particolarmente in ordine a pericoli come la droga, la pornografa, l'alcolismo ecc.;
  -  la libert di formare associazioni con altre famiglie e di essere in tal modo rappresentate presso le autorit civili.
L'individualismo di massa, l'oscuramento della legge morale naturale, la falsa convinzione che possano esistere modelli di famiglie diversi da quello fondato sul matrimonio monogamico e indissolubile, la pretesa dell'uomo moderno di plasmare l'istituzione familiare a suo piacimento costituiscono una minaccia seria per la famiglia istituita da Dio. Difenderla e promuoverla significa proteggere la societ dal dissolvimento e garantire alle persone una vita pi umana.

I figli devono ai genitori rispetto, affetto e obbedienza.

Il tema dei rapporti fra figli e genitori  certamente uno dei pi difficili e sofferti. Impostarlo e risolverlo positivamente  fondamentale per il bene dei singoli e della famiglia. Una comunit familiare dove ci si comprende, ci si aiuta e ci si ama  gi un piccolo paradiso sulla terra. Val la pena impegnarsi a fondo per realizzarlo e per conservarlo.
A questo proposito  molto importante il punto di partenza.  necessario riscoprire il ruolo del padre e della madre come rappresentanti di Dio. Parrebbe a prima vista un tema fuori moda. Eppure non  cos. I genitori non generano i figli come avviene nel mondo animale. Essi, nel dono del reciproco amore, danno vita a nuove creature in intima unione con Dio creatore, che chiama dal nulla all'essere l'anima di ogni uomo. La paternit e la maternit umane sono quindi una partecipazione e una rappresentanza di quella divina. Obbedendo ai genitori, i figli obbediscono a Dio. Educare i bambini e i ragazzi a questa visione superiore significa porre basi solide a un atteggiamento filiale che va oltre i meriti e i demeriti degli stessi genitori.
Se i figli imparano a vedere i genitori alla luce di Dio,  per essi molto pi facile alimentare sentimenti di rispetto, nutriti da quell'affetto naturale che nasce dal vincolo che li unisce. Quando nella famiglia manca Dio,  inevitabile che i figli non colgano il valore della paternit e della maternit nel suo aspetto pi importante, che  quello morale e spirituale.
Quando il padre e la madre sono colti nella loro autentica grandezza, allora nei figli germoglia e cresce quella piet filiale, cio quell'atteggiamento interiore di figliolanza, che  fatto di rispetto e di riconoscenza per tutto ci che i genitori fanno. A questo riguardo va per sottolineato che i figli oggi sono generalmente ciechi. Non vedono ci che i genitori hanno fatto e fanno quotidianamente per loro. Ritengono normale ricevere, anzi pretendere, senza per dare. Saper apprezzare il sacrificio quotidiano dei propri genitori  un segno di grande maturit. Beati quei figli che hanno occhi per vedere!
Ognuno di noi, piccolo o grande, giovane o vecchio che sia,  un figlio. Ebbene, riandiamo indietro con la memoria e consideriamo tutto ci che il padre e la madre hanno fatto per noi. Pensiamo al dono della vita, alle prime trepidazioni, alle notti insonni, ai sacrifici e al "lavoro" di ogni giorno, alle speranze e alle delusioni, ai sorrisi e alle lacrime affinch potessimo crescere in et, in sapienza e in grazia. Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato? (Siracide 7, 27-28).
Il rispetto per i genitori, oltre che con la riconoscenza, si manifesta con la vera docilit e la vera obbedienza: Figlio mio, osserva il comando di tuo padre, non disprezzare l'insegnamento di tua madre... Quando cammini, ti guideranno; quando riposi, veglieranno su di te; quando ti desti, ti parleranno (Proverbi 6, 20-22). Il figlio saggio ama la disciplina, lo spavaldo non ascolta il rimprovero (Proverbi 13, 1).
Il tasto dell'obbedienza  molto delicato. Specialmente nell'et della crescita, i figli sentono il bisogno di affermare la propria personalit e ascoltano pi volentieri gli amici che i genitori. Tuttavia se vi  uno sforzo paziente e reciproco per tenere aperto il dialogo, abbattendo le barriere dell'incomunicabilit ogni volta che sorgono, la sottomissione e l'obbedienza divengono assai pi facili e persino spontanee, perch alimentate dalla comprensione e dalla maturazione delle convinzioni.
Pi che imposta, l'obbedienza va insegnata e motivata. Essa ha un grandissimo valore morale, perch  segno di intelligenza e di umilt. I figli che la comprendono non faranno fatica a obbedire. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ne traccia un quadro completo e incisivo: 
Per tutto il tempo in cui vive nella casa dei suoi genitori, il figlio deve obbedire ad ogni loro richiesta motivata dal suo proprio bene o da quello della famiglia. "Figli, obbedite ai genitori in tutto; ci  gradito al Signore" (Colossesi 3, 20). I figli devono anche obbedire agli ordini ragionevoli dei loro educatori e di tutti coloro ai quali i genitori li hanno affidati. Ma se in coscienza sono persuasi che  moralmente riprovevole obbedire a un dato ordine, non vi obbediscano.
Crescendo, i figli continueranno a rispettare i loro genitori. Preverranno i loro desideri, chiederanno spesso i loro consigli, accetteranno i loro giustificati ammonimenti. Con l'emancipazione cessa l'obbedienza dei figli verso i genitori, ma non il rispetto che ad essi  sempre dovuto. Questo trova, in realt, la sua radice nel timore di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo (Catechismo C.C. 2217).
C' un tempo per ricevere, ma c' anche un tempo per dare. Dio, nella sua Provvidenza, offre ai figli la possibilit di restituire, almeno in parte, quanto hanno ricevuto dai genitori. Questo avviene in modo particolare quando il padre e la madre divengono anziani o sono malati, oppure si trovano nell'indigenza o nella solitudine. Che triste e disumano spettacolo quello di vedere dei genitori abbandonati dai propri figli! Se  vero che in un primo momento sono i genitori ad avere responsabilit verso i figli,  anche vero che giunge il momento in cui sono i figli ad avere delle responsabilit verso i genitori.
Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati, chi riverisce la madre  come chi accumula tesori. Chi onora il padre avr gioia dai propri figli, sar esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce suo padre vivr a lungo; chi obbedisce al Signore d consolazione alla madre (Siracide 3, 2-6). Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo mentre sei nel pieno del vigore... Chi abbandona il padre  come un bestemmiatore, chi insulta la madre  maledetto dal Signore (Siracide 3, 12-13.16).
Anche nei casi dolorosi delle coppie separate o risposate, i figli devono conservare il rispetto e l'affetto verso i propri genitori, sforzandosi di coltivare sentimenti di perdono e di piet filiale. Questo obiettivo sar pi facilmente raggiungibile se i genitori stessi sapranno rispettare il diritto dei figli ad avere un padre e una madre, pur nella situazione difficile e spesso drammatica del fallimento della vita di coppia.

I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli.

Non basta certo mettere al mondo dei figli per essere genitori.  padre chi fa il padre.  madre chi fa la madre. La paternit e la maternit non possono ridursi alla procreazione dei figli, ma devono estendersi alla loro educazione morale e alla loro formazione spirituale. La funzione educativa dei genitori  tanto importante che, se manca, pu a stento essere supplita. Il diritto e il dovere dell'educazione sono, per i genitori, primari e inalienabili ( Catechismo C. C., 2221).
Il punto di partenza per un corretto rapporto educativo  la consapevolezza che i figli non sono propriet dei genitori, per cui essi possono farne ci che vogliono. Spesso nel linguaggio comune si usa l'infelice espressione di fare un figlio. Ma il bambino non  una cosa che si costruisce, come se fosse un oggetto, ma  una persona che si riceve in dono, con una sua identit irripetibile. I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio e rispettarli come persone umane. Educano i loro figli ad osservare la legge di Dio, mostrandosi essi stessi obbedienti alla volont del Padre dei cieli (Catechismo C. C., 2222).
Oggi il ruolo formativo dei genitori  assai pi difficile che in passato. La famiglia molecolare, formata dalla coppia e dai figli,  meno attrezzata, per quanto riguarda la trasmissione dei valori, della famiglia patriarcale, dove l'intreccio delle generazioni rappresentava un grande serbatoio di umanit ed era una scuola permanente che preparava alla vita. Oggi, nella maggior parte dei casi, la famiglia trascorre la giornata fuori casa e solo alla sera i membri si ritrovano insieme. Ma quando  il momento del dialogo e dello scambio delle esperienze, la stanchezza, lo studio, i lavori domestici e la televisione finiscono per imporre la loro sterile dittatura, togliendo alla famiglia il tempo propizio al rapporto educativo. Ne consegue che i figli spesso non trovano nei genitori le persone con cui confidarsi e consigliarsi. Assolvano a questo ruolo altre persone, come i compagni, gli insegnanti, i mass media con i loro maestri (spesso falsi) e i miti del momento.
Il rimedio a questo vuoto, che rischia di pesare sull'avvenire dei figli,  innanzi tutto la presa di coscienza da parte dei genitori dei loro compiti educativi. Non basta certo offrire ai figli un tetto, il cibo e i vestiti e infine lo studio. Molti genitori si sentono appagati quando arrivano a tanto, questo per alle giovani vite che crescono e che cercano il senso della vita non  affatto sufficiente. I figli hanno bisogno di valori e di ideali, delle ragioni per vivere e per impegnarsi, che solo dei genitori che danno testimonianza con l'esempio della loro vita riescono a trasmettere.
La famiglia deve essere una scuola di vita. Come il giardiniere prepara il terreno adatto per far fiorire il giardino, cos i genitori devono innanzi tutto curare il clima dell'ambiente familiare. Come tenere piante, i figli respirano l'aria del focolare domestico. Prima ancora delle parole, sono l'atmosfera e i comportamenti a influire sulla loro educazione.  fondamentale la qualit dei rapporti della coppia, che devono essere improntati al rispetto reciproco, all'affetto e alla collaborazione. Nulla come l'armonia fra il padre e la madre plasma l'animo dei figli a una visione serena del mondo e della vita.
La coppia deve svolgere insieme il suo compito educativo, armonizzando i ruoli specifici e convergenti della paternit e della maternit. Non basta la preoccupazione per la salute e per i risultati scolastici. Le responsabilit educative dei genitori sono ben pi ampie. Essi devono formare i figli ai valori morali e spirituali, facendo maturare la loro personalit sulla via della verit e del bene.  un magistero incessante, che impegna il padre e la madre con gli insegnamenti e con l'esempio. Anche quando i figli hanno formato una loro famiglia hanno bisogno di questa scuola viva dei loro genitori.
I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli. Testimoniano tale responsabilit innanzi tutto con la creazione di una famiglia in cui la tenerezza, il perdono, il rispetto, la fedelt e il servizio disinteressato rappresentano la norma. Il focolare domestico  il luogo particolarmente adatto per educare alla virt. Questa educazione richiede che si impari l'abnegazione, un retto modo di giudicare, la padronanza di s, che sono le condizioni di ogni vera libert. I genitori insegneranno ai figli a subordinare le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. I genitori hanno anche la grave responsabilit di dare ai loro figli buoni esempi. Riconoscendo con franchezza davanti ai figli le proprie mancanze, saranno meglio in grado di guidarli e di correggerli (Catechismo C. C., 2223).
Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta... Chi corregge il proprio figlio ne trarr vantaggio (Siracide 30, 1-2). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore (Efesini 6, 4).

I genitori sono i primi catechisti.

Uno dei doveri pi importanti dei genitori cristiani  il dono della fede ai loro figli. In forza del sacramento del matrimonio la famiglia  una Chiesa domestica, di cui i genitori sono i sacerdoti. Si tratta di quel sacerdozio battesimale che hanno ricevuto tutti i fedeli e che li rende responsabili nella testimonianza della fede. Saranno quindi i genitori a chiedere il battesimo per i neonati, affinch il bambino, fin dai primi giorni della sua vita, possa essere rivestito della grazia santificante, divenire figlio di Dio, membro della Chiesa e tempio della SS. Trinit. Si assumono una grave responsabilit davanti a Dio quei genitori che negano al figlio l'inestimabile dono della vita soprannaturale, col pretesto che far le sue scelte quando sar grande. Solo chi non sa pi afferrare il valore della fede e della grazia prende la sciagurata decisione di privarne i figli, differendo il battesimo a quando avranno raggiunto la maggiore et.
L'educazione alla fede deve incominciare fin dalla pi tenera et. Come fiori delicati, i bambini vanno guidati alla scoperta del mistero di Dio con gradualit e dolcezza. Il bambino fin dai primissimi anni di vita  in grado di intuire il mistero della trascendenza, raffigurato dai volti di Ges e di Maria, degli angeli e dei santi, che non dovrebbero mancare sulle pareti domestiche. La preghiera semplice, come il Padre nostro e l'Ave Maria, che i bambini apprendono velocemente a memoria, e gesti significativi, come il segno di croce o il bacio all'immagine sacra, sono il patrimonio millenario delle famiglie cristiane. Il meraviglioso libro della natura sar il sillabario su cui i genitori insegneranno ai figli a conoscere la grandezza, la sapienza e la bont infinite del Creatore.
Quando i figli raggiungono l'et per accedere ai sacramenti della comunione e della cresima, dovrebbero gi aver appreso dalla viva voce dei genitori le verit principali della fede, come pure le preghiere del buon cristiano. Inoltre dovrebbero gi aver imparato a frequentare la parrocchia, in modo particolare partecipando alla santa Messa domenicale con la famiglia riunita. La catechesi inerente ai sacramenti della iniziazione cristiana (confessione, comunione, cresima) non pu essere delegata totalmente alla parrocchia, ma deve vedere i genitori protagonisti attivi, con l'insegnamento e con l'esempio.
Il compito dei genitori come educatori alla fede  richiamato con forza dal nuovo catechismo: L'educazione alla fede da parte dei genitori deve incominciare fin dalla pi tenera et. Essa si realizza gi allorch i membri della famiglia si aiutano a crescere nella fede attraverso la testimonianza di una vita cristiana vissuta in conformit al Vangelo. La catechesi familiare precede, accompagna e arricchisce le altre forme di insegnamento alla fede. I genitori hanno la missione di insegnare ai figli a pregare e a scoprire la loro vocazione di figli di Dio. La parrocchia  la comunit eucaristica e il cuore della vita liturgica delle famiglie cristiane;  il luogo privilegiato della catechesi dei figli e dei genitori (Catechismo C. C., 2226).
Con l'adolescenza e la giovinezza la fede ricevuta deve diventare una decisione personale convinta e approfondita.  quindi normale che i figli si pongano problemi, avanzino dubbi o critiche e rivendichino una libert di valutazione e di scelta per quanto riguarda la fede. Questo  per i genitori il momento del dialogo paziente, della coerenza e della testimonianza. Occorre in primo luogo saper rendere conto ai figli delle proprie convinzioni religiose. Essi anche quando, trascinati dalle compagnie e dalle false luci del mondo, smarriscono la via di Dio, hanno bisogno di avere nei genitori dei punti di riferimento con cui confrontarsi, quando le illusioni che inseguivano si sono tramutate in cocenti delusioni. I figli prodighi hanno bisogno di una casa dove ritornare e di un padre e di una madre che sono pronti a riabbracciarli.
Ci sono anche dei figli che perseverano saldi nella fede e che fanno con i genitori un vero cammino di santit. A volte sono essi che riportano i genitori al fervore della vita cristiana. Non  raro il caso che Dio chiami i figli su una via di servizio e di totale consacrazione all'opera del suo regno. I genitori rispetteranno tale chiamata e favoriranno la risposta dei propri figli a seguirla.  necessario convincersi che la prima vocazione del cristiano  di seguire Ges (Catechismo C. C., 2232). Chi ama il padre o la madre pi di me, non  degno di me; chi ama il figlio e la figlia pi di me, non  degno di me (Matteo 10, 37).

I genitori aiutano i figli nelle scelte di vita.

L'educazione  nel medesimo tempo un'avventura meravigliosa e una fatica piena di rischi e di delusioni. Non bisogna mai perdere di vista il grande coraggio che Dio ha avuto nel creare l'uomo a sua immagine e somiglianza, dotato di intelligenza e di libera volont. Dio ha voluto creare un essere che potesse decidere di se stesso e del suo destino. I genitori devono porsi in quest'ottica divina e accettare il rischio educativo. Non possono privare i figli della libert di scelta e della possibilit di determinare la propria vita. Essi non devono decidere al posto dei figli o tenerli perennemente sotto tutela. La via saggia da seguire  quella di educare i figli al retto uso della ragione e della libert.
La pedagogia da usare  quella stessa di Dio. Egli non si impone con la sua onnipotenza, ma propone e invita con la sua sapienza. Mostra il bene e la luce, affinch l'uomo li possa scegliere e possa verificare con la sua personale esperienza che  su questa strada che egli si realizza. Allo stesso modo la pedagogia divina fa riflettere sul male, affinch l'uomo si renda conto che il male illude ma poi delude, promette ma senza mantenere. Occorre che i genitori, nel loro compito educativo, guardino con realismo alla natura umana e al contesto in cui  inserita.
L'uomo nasce incline al male, a causa del peccato originale, e il mondo in cui vive lo spinge spesso su vie non buone. Il nemico,  bene non dimenticarlo, si muove di nascosto come un leone ruggente, in cerca di chi divorare. Per questo motivo i genitori non si abbandoneranno a un ingenuo ottimismo, ma vigileranno sui figli, come il giardiniere sulle piante del suo giardino. Con mano forte e soave li orienteranno sulla via del bene, insegnando a dominare le passioni che deviano e preservandoli dagli sbandamenti a cui sono facilmente soggette le societ umane. A volte sar necessario pronunciare dei no decisi e irrevocabili. Se essi sono motivati, i figli prima o poi comprenderanno.
Nel medesimo tempo occorre avere fiducia nella natura umana, la quale, nonostante le deviazioni a cui  soggetta, conserva il suo orientamento fondamentale alla verit e al bene. Per questo motivo i genitori non si stancheranno di proporre ci che  buono, giusto e vero, senza mai abdicare al loro compito, con un dialogo paziente e pieno di sollecitudine. Sapranno comprendere e compatire anche le cadute dei figli, risollevandoli da terra e incoraggiandoli con quella pazienza che Dio usa con tutte le sue creature.
Il dosaggio fra l'autorit dei genitori e la libert dei figli cambia a mano a mano che questi diventano adulti. Giunto alla maggiore et, il figlio diviene protagonista delle sue scelte, mentre il ruolo dei genitori  quello prezioso e insostituibile di consiglieri fidati e saggi: Diventando adulti, i figli hanno il dovere e il diritto di scegliere la propria professione e il proprio stato di vita. Assumeranno queste nuove responsabilit in un rapporto confidente con i loro genitori, ai quali chiederanno e dai quali riceveranno volentieri avvertimenti e consigli. I genitori avranno cura di non costringere i figli n quanto alla scelta della professione, n quanto a quella del coniuge. Questo dovere di discrezione non impedisce loro, tutt'altro, di aiutarli con sapienti consigli, particolarmente quando progettano di fondare una famiglia... Alcuni non si sposano, al fine di prendersi cura dei genitori, o dei propri fratelli e sorelle, di dedicarsi esclusivamente a una professione o per altri validi motivi. Costoro possono grandemente contribuire al bene della famiglia umana (Catechismo C. C., 2230, 2231).

L'intera umanit  una famiglia.

La famiglia non  un'isola chiusa in se stessa. Essa  la cellula originaria della societ e come ogni cellula fa parte di un organismo. Il contatto con le altre famiglie, quelle dei parenti e dei vicini, come l'appartenenza a gruppi e ad associazioni che affrontano i problemi della famiglia nella societ odierna e promuovono una politica familiare,  senza dubbio da sostenere e da incoraggiare. In modo particolare i genitori devono essere presenti nella scuola, concorrendo in modo attivo, insieme agli altri organismi, nel processo educativo dei figli. In una societ dove si tende a considerare l'individuo sradicato dal suo contesto familiare, le famiglie devono organizzarsi per far sentire il loro peso nella vita sociale, politica ed economica. Le associazioni di famiglie, che siano incisive e militanti, sono pi che mai necessarie per difendere questo bene originario, oggi fortemente minacciato.
Anche nell'ambito della vita ecclesiale la famiglia deve recitare un ruolo da protagonista. Essa, come Chiesa domestica,  un membro operante, inserito nel corpo della Chiesa, con la quale deve vivere e respirare. Nella parrocchia la famiglia incontra altre famiglie, con le quali deve condividere problemi e preoccupazioni, ma anche ideali e iniziative. La preparazione dei giovani al matrimonio, il sostegno alle famiglie appena formate, l'aiuto a quelle in difficolt, sono spazi per una presenza pastorale dove le famiglie sono chiamate a operare in prima linea.
L'orizzonte della famiglia deve essere vasto quanto la Chiesa e il mondo. I vincoli di sangue, che avvicinano e uniscono gli uomini, non devono far perdere di vista legami molto pi vasti, che fanno del genere umano un'unica famiglia, discendente da un ceppo comune e avente Dio come Creatore e Padre. In questa prospettiva ogni famiglia deve sentirsi parte della pi grande famiglia umana, nella quale convergono popoli, razze, culture e nazioni diverse, ognuna con i suoi limiti e le sue ricchezze, ma tutte con la medesima dignit e gli stessi diritti.
Consapevole di far parte di una realt universale, la famiglia non si chiuder in se stessa, non si lascer imprigionare negli ambiti ristretti e asfissianti del nazionalismo, del razzismo o dei gruppi etnici, ma considerer il dono che Dio ha fatto agli uomini di essere una grande famiglia costituita dalle pi svariate famiglie e guarder alla Chiesa come al segno e allo strumento per la comunione di tutte le famiglie del genere umano.

I cittadini di fronte allo Stato.

L'ambito in cui si muove il quarto comandamento  molto ampio e abbraccia i molteplici rapporti della vita sociale, in particolare quelli dei cittadini di fronte allo Stato. Al riguardo il cristiano deve avere idee chiare. Egli infatti  come se avesse una duplice cittadinanza: una celeste, grazie alla quale  figlio di Dio e della Chiesa, e una terrena, che lo fa soggetto a pieno titolo di diritti e di doveri della comunit politica a cui appartiene.
Innanzi tutto va messo in luce che il cristianesimo, in linea di principio, non demonizza affatto lo Stato. La parola di Cristo al riguardo  di una chiarezza e di una sapienza veramente divine: Rendete a Cesare quello che  di Cesare e a Dio quello che  di Dio (Matteo 22, 21). San Paolo a sua volta cos si rivolge ai cristiani di Roma: Rendete a ciascuno ci che gli  dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto (Romani 13, 7). Insegnamento ribadito anche da san Pietro: State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore... Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libert come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio (1 Pietro 2, 13-16).
Lo Stato appartiene all'ordine naturale e le sue fondamenta sono costituite da quella legge morale universale, impressa da Dio nella ragione e nella coscienza, che  comune a tutti gli uomini. Il cristiano quindi si unisce agli altri cittadini nel dare il suo apporto ai poteri civili per il bene della societ in spirito di verit, di giustizia, di solidariet e di libert. L'amore e il servizio alla patria derivano dal dovere di riconoscenza e dall'ordine della carit. La sottomissione alle autorit legittime e il servizio del bene comune esigono dai cittadini che essi compiano la loro funzione nella vita della comunit politica.
La corresponsabilit nel bene comune comporta l'esigenza morale del versamento delle imposte, dell'esercizio del diritto di voto, della difesa del paese... L'apostolo ci esorta inoltre ad elevare preghiere ed azioni di grazie per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perch possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta piet e dignit. La leale collaborazione dei cittadini comporta il diritto, talvolta il dovere, di fare le giuste rimostranze su ci che a loro sembra nuocere alla dignit delle persone e al bene della comunit (Catechismo C. C., 2238, 2239, 2240).
Questi orientamenti che vengono dal Nuovo Testamento e dalla voce del magistero dicono con chiarezza che la Chiesa rispetta lo Stato nella sua giusta autonomia e nelle sue legittime funzioni. Essa non intende confondersi con la comunit politica, anche se  proprio della sua missione dare il suo giudizio morale sulle cose che riguardano l'ordine politico, quando ci sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime.
In particolare il cittadino  obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorit civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone e agli insegnamenti del vangelo. Il rifiuto d'obbedienza alle autorit civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunit politica. "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Atti 5, 29) (Catechismo C. C., 2242).

La santa famiglia di Nazaret modello e patrona delle famiglie.

Il quarto comandamento  mirabilmente realizzato nella santa famiglia di Nazaret, formata da Ges, Maria e Giuseppe. In essa le famiglie trovano un modello perfetto da imitare, oltre che una fonte inesauribile di grazia e di benedizione. Bisogna meditare sul fatto che Dio per farsi uomo ha voluto scegliere non una via straordinaria, ma quella semplice e ordinaria della famiglia. Non solo, ma quasi tutta la sua vita qui sulla terra  trascorsa fra le pareti domestiche di una casa povera di un villaggio sconosciuto. Il Figlio di Dio  cresciuto, nella sua santa umanit, nutrito dall'amore materno e paterno e lui stesso ha imparato ad amare innanzi tutto con un cuore di figlio. Nella famiglia di Nazaret sono racchiuse, come in uno scrigno prezioso, tutte le sfumature pi belle dell'amore umano e sono raccolte, come perle di inestimabile valore, tutte quelle virt che fanno della famiglia il tesoro pi prezioso che si possa avere qui sulla terra.
La santa famiglia  innanzi tutto un modello sublime di amore sponsale. L'amore fra l'uomo e la donna  una sorgente di acqua zampillante, che nutre e disseta, se affonda le sue radici in Dio. L'amore umano, quando  senza Dio,  un'acqua, bevendo la quale si ha sempre di nuovo sete. L'uomo e la donna, lasciati a se stessi, non possono dissetarsi a vicenda, perch il loro cuore  perennemente insidiato dall'egoismo, dalla seduzione, dall'infedelt e dai limiti della natura umana ferita. Maria e Giuseppe si amano, donandosi a vicenda l'amore che il Padre celeste non cessa un solo istante di dare loro. Ricevono da Dio quell'amore che quotidianamente si scambiano, come un'acqua fresca e pura, che zampilla inesauribile dal loro cuore di sposi.
Con la forza di questo amore divino, di cui sono colme le loro anime, affrontano il futuro camminando insieme sulle vie che la Provvidenza indica giorno dopo giorno. L'amore sponsale di Maria e Giuseppe li sostiene nel momento della prova, li riscalda nell'aridit monotona delle giornate trascorse nel nascondimento e nella fatica, alimenta la loro preghiera comune ed  acqua feconda che fa crescere le virt della vita coniugale, fatta di pazienza, di dolcezza, di sacrificio generoso e di reciproca sottomissione. Ogni coppia umana ha nei santi sposi di Nazaret l'esempio di quale grazia e di quale forza sia l'amore sponsale nel cammino della vita.
Ges, il Figlio di Dio che conosce l'amore del Padre celeste, cresce in sapienza, et e grazia, nutrendosi ogni giorno dell'amore patrno di Giuseppe e dell'amore materno di Maria. Il figlio ha bisogno dell'amore di entrambi i genitori, perch la sua maturazione umana, affettiva e spirituale sia armoniosa. L'amore paterno  pieno di fortezza e di realismo, che preparano ad affrontare le asperit della vita. L'amore materno  pieno di protezione e di tenerezza, che sono balsamo insostituibile per le ferite del cuore. In una societ, dove troppi figli mancano dell'amore di uno o di ambedue i genitori, risuona pi attuale che mai il messaggio della santa famiglia, dove Dio stesso, nella sua santa umanit, ha avuto bisogno dell'amore forte e dolce di un padre e di una madre.
La santa famiglia  esempio insuperabile anche per quanto riguarda l'amore filiale. Prima della sua missione pubblica, Ges rimane soggetto ai suoi genitori, con una obbedienza che nasce dal rispetto e dall'amore. Colui che, anche sotto un semplice profilo umano,  il pi perfetto fra i figli dell'uomo, matura se stesso attraverso la via dell'umilt e della sottomissione al padre e alla madre. I figli hanno in Ges un esempio vivente per crescere in modo armonioso lungo la via dell'obbedienza, della libert e della responsabilit, finch non  giunto il momento di prendere il largo sulle vie che Dio indica ad ognuno.


Capitolo 5. - Quinto comandamento: NON UCCIDERE.

La vita umana, dal concepimento alla morte,  sacra.

Il quinto comandamento rappresenta uno dei capisaldi della civilt umana. Esso eleva un argine al dilagare della violenza e a quell'istinto di sopraffazione che non di rado trasforma l'uomo in un lupo nei confronti dei suoi simili. Tuttavia, non solo al livello dei comportamenti concreti, singoli e collettivi, ma anche nella formulazione delle leggi e delle norme degli Stati  sempre pi difficile difendere la vita umana dalle aggressioni, pi o meno coperte e motivate, che le vengono inferte. Proprio nell'ambito delle societ di antica matrice cristiana, che giustamente si gloriano per l'attenzione rivolta ai diritti umani,  messo a rischio il diritto fondamentale alla vita del concepito, mentre si tenta di giustificare l'eutanasia presentandola come un diritto, quando invece  un omicidio.
La morale universale, fondata sulla ragione e sulla coscienza, al riguardo  di una chiarezza e di una forza che non ammettono repliche. L'essere umano, senza accezione alcuna, dal momento del concepimento fino alla morte naturale,  inviolabile. Si tratta in un principio che non concede eccezioni o attenuazioni. Anche la pi piccola incrinatura finirebbe per travolgere una civilt che, per essere tale, deve fondarsi sul rispetto della persona e dei suoi diritti. Oggi i credenti di varie fedi, come anche i non credenti, devono operare su questa piattaforma comune della morale naturale se vogliono costruire una societ che non sia un inferno anticipato. Senza il rispetto incondizionato della vita umana, in ogni sua fase, il progresso sarebbe una parola vuota e menzognera.
Quando si dice che la vita umana  sacra, si vuole affermare che l'uomo  un valore, il quale non pu essere violato o sacrificato per altre finalit. Nel suo significato originario  sacro ci che Dio si  riservato per s. Ebbene, la persona umana si dice giustamente sacra, perch appartiene a Dio, che l'ha creata a sua immagine e somiglianza. La creazione materiale  stata affidata da Dio all'uomo, perch ne disponga con intelligenza e senso di responsabilit. Egli per non pu disporre dei suoi simili, su cui Dio ha impresso il suo sigillo di propriet e della cui vita e morte egli solo  il Signore.
Ti chiederai perch la vita umana sia una propriet divina, sottratta quindi all'arbitrio e alle manipolazioni dell'uomo che la riceve in dono. La ragione  in fondo molto semplice, almeno per chi crede che esista un Dio creatore. La nostra vita  di Dio perch egli crea ogni uomo dal nulla: direttamente la sua anima e indirettamente il suo corpo. In forza di ci ogni essere umano rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio  il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine. Nessuno, in nessuna circostanza, pu rivendicare a s il diritto di distruggere un essere umano innocente (Catechismo C.C. 2258).
Fin dalle prime pagine della Bibbia si alza forte e solenne la voce di Dio, per condannare la violenza fratricida di Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello (Genesi 4, 10-11). Nel discorso della montagna Ges richiama il comandamento: Non uccidere (Matteo 5, 21) e vi aggiunge la proibizione dell'ira, dell'odio e della vendetta. Ancora di pi: Ges chiede ai suoi discepoli di porgere l'altra guancia e di amare i propri nemici. Egli stesso non si  difeso e ha ingiunto a Pietro di rimettere la spada nel fodero.
In una fase storica in cui molti hanno smarrito il riferimento a Dio e alla legge morale  divenuto sempre pi difficile difendere la dignit della persona umana. L'uomo stesso  concepito come un animale nella fase culminante dello sviluppo della vita sulla terra. Ma se l'uomo appartiene al ciclo finito della materia, su quali basi si potr difendere l'inviolabilit dei suoi diritti? Per quale motivo l'uomo non potr mangiare l'uomo? Le forme di cannibalismo nel corso della storia delle civilt sono innumerevoli, ma possiamo affermare che la nostra societ ne sia esente? L'utilizzo di embrioni per farne una cava di organi di ricambio, non  forse una di quelle? L'uomo che uccide l'uomo per invidia o per vendetta, come l'uomo che divora il suo simile per avidit, sono una vergogna che il nostro tempo  ben lontano dall'aver cancellato.

La legittima difesa  moralmente lecita.

L'imperativo della legge morale Non uccidere deve risuonare con forza e senza attenuazioni nel cuore degli uomini, dove troppo spesso domina la legge della violenza. La legittima difesa delle persone e delle societ non sono un'eccezione a questo comandamento. Infatti, osserva san Tommaso d'Aquino, dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali  la conservazione della propria vita; mentre l'altro  l'uccisione dell'attentatore... Il primo soltanto  intenzionale, l'altro  involontario (Summa theologiae, 11, 11; 64, 7).
Nel caso della legittima difesa la volont non  rivolta all'uccisione dell'ingiusto aggressore, ma alla difesa e alla conservazione della propria vita, che  un bene fondamentale come la vita degli altri. L'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralit.  quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se  costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale (Catechismo C. C., 2264). Ci deve essere per moderazione nella difesa di se stessi ed evitare eccessi che la renderebbero moralmente illecita.
Alcuni si fanno forti della raccomandazione di Ges di porgere l'altra guancia, per negare la legittima difesa. Senza dubbio una persona pu avere una grazia particolare ed essere chiamata a sacrificare la propria vita, come risposta personale in una situazione eccezionale. Tuttavia, come osserva san Tommaso d'Aquino, non  necessario per la salvezza dell'anima che uno rinunzi alla legittima difesa, per evitare l'uccisione di altri: poich un uomo  tenuto di pi a provvedere alla propria vita che alla vita altrui (ibidem).
Quando in questione non c' la propria vita, ma quella altrui, allora la legittima difesa non  pi soltanto un diritto, ma anche un grave dovere. Un padre di famiglia ad esempio ha il dovere di difendere la propria sposa o i propri figli da un aggressore. La stessa cosa si pu affermare delle forze dell'ordine che devono difendere i cittadini dalla violenza. La legittima difesa pu essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi  responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunit civile (Catechismo C. C., 2265).
L'esercizio del diritto e del dovere di legittima difesa presuppone una grande considerazione della vita umana, propria e altrui. Sono necessarie un'educazione del cuore alla mitezza e la consapevolezza che occorre sempre tentare di vincere il male col bene. Il ricorso alla violenza per proteggere se stessi e le persone della cui difesa siamo responsabili deve essere la risorsa estrema, in mancanza delle altre. Anche nel caso del ricorso alla legittima difesa, il cuore deve essere preservato da sentimenti di odio e di violenza, che finirebbero inevitabilmente per inquinarlo.
Nell'ambito dell'esercizio della legittima difesa, una particolare attenzione deve essere rivolta al diritto-dovere dell'autorit pubblica non solo di difendere i cittadini, ma anche di infliggere pene proporzionate alla gravit del delitto.  in questo contesto che si colloca la problematica morale, oggi tanto viva, riguardante la pena di morte. Si tratta di una tematica sulla quale il magistero pi recente della Chiesa, senza abbandonare la base del diritto naturale, ha assunto posizioni profetiche, per aiutare l'umanit a fare passi decisivi sulla via della civilt dell'amore.
In linea di principio la pena di morte da parte dello Stato pu essere giustificata soltanto in casi di estrema gravit, che comportino il pericolo per la vita dei cittadini. Oggi per tali situazioni generalmente non si verificano. Gli Stati hanno infatti una sufficiente organizzazione per mettere i fautori di crimini nella condizione di non nuocere. L'autorit pubblica ha il dovere di proteggere i cittadini, ma non pu rivendicare il diritto di vita o di morte su qualcuno di essi. Soltanto Dio  il Signore della vita e nessuna autorit umana pu attribuirsi questo potere.
Anche per quanto riguarda l'uso della violenza per difendere la societ civile  necessario da parte dello Stato il giusto equilibrio: Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane dall'aggressore e per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l'autorit si limiter a questi mezzi, poich sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono pi conformi alla dignit della persona umana. Oggi infatti, a seguito delle possibilit di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza toglierli definitivamente la possibilit di redimersi, i casi di assoluta necessit di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti ( Catechismo C. C., 2267).

L'omicidio volontario grida vendetta al cielo.

Il comandamento Non uccidere risuona come un monito reciso e severo nei confronti di chi persegue direttamente e volontariamente l'uccisione di una o pi persone. Si tratta di una azione che  sempre gravemente peccaminosa. L'omicida e coloro che volontariamente cooperano all'uccisione commettono un peccato che grida vendetta al cielo (Genesi 4, 10). La Chiesa dei primi secoli lo riteneva il peccato pi grave subito dopo l'apostasia ed esigeva dai penitenti un'adeguata espiazione e riparazione. Ci sono forme di omicidio, come l'infanticidio, il parricidio e l'uccisione del coniuge che sono crimini particolarmente gravi a motivo dei vincoli naturali che infrangono. Le cronache richiamano ogni giorno la triste realt di questi delitti che lacerano e distruggono le famiglie.
Alcuni omicidi sono premeditati e preparati con malizia e freddezza. Essi manifestano una profonda perversione del cuore che aggrava davanti a Dio la posizione chi li concepisce e li effettua. Altri omicidi invece sono l'amaro frutto del vizio capitale dell'ira, o l'effetto dell'alcol e della droga. Prevenire ed evitare situazioni che possono portare a una violenza incontrollata fa parte della virt cristana della prudenza. La piccola scintilla va prontamente spenta prima che diventi un incendio distruttore.
Il quinto comandamento proibisce anche qualsiasi azione fatta con l'intenzione di provocare indirettamente la morte di una persona. Allo stesso modo, tollerare, da parte della societ umana, condizioni di miseria che portano alla morte senza che ci si sforzi di porvi rimedio,  una scandalosa ingiustizia e una colpa grave. Quanti nei commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano la fame e la morte dei loro fratelli in umanit, commettono indirettamente un omicidio che  loro imputabile ( Catechismo C. C., 2269).
La legge morale, come quella civile, prevede anche il caso di omicidio involontario. Nel caso che ci sia veramente un'assenza di responsabilit, esso non  moralmente imputabile. Tuttavia, non si  scagionati da una colpa grave qualora, senza motivi proporzionati, si  agito in modo tale da causare la morte, anche senza l'intenzione di provocarla. Si pensi ad esempio alle stragi sulle strade, specialmente quelle provocate alla domenica mattina durante il ritorno dalle discoteche. Ogni anno migliaia di persone muoiono per imprudenza propria o altrui. Pu essere attribuito alla fatalit ci che invece ha precise responsabilit?

L'aborto  un delitto abominevole.

Una delle piaghe pi dolorose dell'umanit  la pratica dell'aborto. Oggi, a causa dell'offuscamento delle coscienze e di un uso irresponsabile della sessualit, l'aborto si  diffuso su larga scala, tanto da poter ipotizzare in alcune decine di milioni gli aborti che, in tutto il mondo, vengono praticati ogni anno. La situazione si  ulteriormente aggravata con l'aborto fai da te, realizzato chimicamente con pillole vendute nelle farmacie, compresa la cosiddetta pillola del giorno dopo, che  falsamente presentata come un contraccettivo, ma che in realt  un abortivo. Chi potr calcolare la strage degli innocenti perpetrata ogni giorno sulla terra dall'incoscienza e dall'egoismo di una generazione smarrita?
Ogni uomo che segua la ragione e la retta coscienza, anche se non  cristiano, non avr difficolt a riconoscere che la vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento: Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita ( Catechismo C. C. 2270).
Sotto un profilo scientifico, nel momento del concepimento, quando cio il seme maschile si unisce a quello femminile, si ha una entit nuova, chiamata embrione, che contiene gi in se stesso tutto il programma dell'essere umano futuro. Giustamente quindi Tertulliano, un apologeta del secondo secolo, poteva affermare che  gi uomo, colui che uomo sar.
Da un punto di vista filosofico, la ragione, illuminata dalla fede, non ha difficolt a riconoscere che, nell'istante stesso del concepimento, Dio creatore infonde l'anima spirituale e immortale, la quale fa dell'embrione un essere che  gi immagine di Dio. La Scrittura mette volentieri in evidenza l'opera dell'onnipotenza divina che plasma l'uomo fin dall'inizio: Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, t avevo consacrato (Geremia 1, 5). Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondit della terra (Salmi 139, 15).
Pi la scienza genetica progredisce e pi risulta che l'embrione umano  uno dei pi grandi prodigi della creazione. Se il suo sviluppo non viene interrotto, esso, senza nessun intervento dall'esterno, diviene quella meraviglia che  un bambino appena nato. La madre lo sente crescere come un fiore dalla terra e lo riceve come un dono, di cui non pu esistere uno pi grande. Come spiegare dunque la disinvoltura con cui oggi gli embrioni vengono stroncati nel loro sviluppo, oppure eliminati o ibernati, o clonati o usati come cavie? La battaglia in difesa dell'embrione  una delle pi nobili e delle pi necessarie. Va combattuta per difendere l'onore dell'uomo, ma anche quello della vera scienza e di una civilt che sia degna di questo nome.
La Chiesa, nei suoi duemila anni di storia,  stata protagonista assoluta nella lotta per difendere la vita umana dall'istante del concepimento. Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non  mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cio voluto come un fine o come un mezzo,  gravemente contrario alla legge morale (Catechismo C. C. 2271). Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita (Didach, 2, 2), afferma un testo cristiano del primo secolo. Gli fa da eco il Concilio Vaticano IL Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perci la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti (Gaudium et spes, 51).
Per tenere sveglie le coscienze circa la gravit dell'aborto, la Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana, nei confronti di tutti coloro che vi cooperano formalmente: Chi procura l'aborto, ottenendo l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae, cio automaticamente, per il fatto stesso di aver commesso il delitto (Diritto canonico, 1398, 1314, 1323, 1324). Questa severit non significa che chi si pente non possa ottenere dalla divina misericordia il perdono nel sacramento della confessione. Non c' nessun peccato, per quanto grave, che non venga rimesso a chi chiede l'assoluzione con cuore contrito.  lo stesso confessore, che ne abbia la facolt dal vescovo, a sciogliere il penitente dalla scomunica, oltre che dal peccato. La Chiesa in questo modo mette in evidenza la gravit del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la societ (Catechismo C. C. 2272).
 talmente evidente alla retta ragione la malizia dell'aborto, il quale priva del diritto alla vita un essere umano, che scienziati e legislatori, per mascherarne la perversit, adducono insostenibili pretesti per giustificarlo. Nella legislazione di vari Stati si esibisce un cosiddetto diritto all'autodeterminazione della donna, come se esistesse un diritto della madre ad uccidere il figlio. Uomini di scienza invece negano che l'embrione sia un essere umano fin dal momento del concepimento, avallando cos varie pratiche per poterlo eliminare prima della nascita con coscienza tranquilla. Si tratta di menzogne che cadono da sole di fronte all'evidenza di un embrione appena concepito, il quale, se non viene ingiustamente eliminato, diventa quel mirabile prodigio della natura che  un bambino appena nato.
Sotto il profilo morale l'aborto  l'uccisione di un innocente.
Da un punto di vista giuridico esso  la privazione del diritto alla vita, che fa parte di quel patrimonio dei diritti inalienabili della persona, i quali non dipendono n dai singoli individui, n dai genitori, e neppure rappresentano una concessione della societ e dello Stato. Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve accordare, lo Stato viene a negare l'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi  pi debole, vengono minati i fondamenti stessi dello Stato di diritto... Come conseguenza del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento del suo concepimento, la legge dovr prevedere approprate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti (Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum vilae. III).
Grazie allo sviluppo continuo della scienza e della tecnologia nel campo della genetica, oggi si moltiplicano gli interventi, con diverse finalit, sull'embrione umano. Il criterio fondamentale per valutarne la moralit  quello di considerare l'embrione, fin dal concepimento, come una persona, per cui va rispettato, protetto, difeso nella sua integrit, curato e guarito, per quanto possibile, come ogni altro essere umano.
In questa prospettiva la diagnosi prenatale  moralmente lecita, se rispetta la vita, l'integrit dell'embrione e del feto umano ed  orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale. Ma essa  gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l'eventualit, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto (Donum vitae, 1, 2).
Oggi vi  anche la tendenza a produrre embrioni umani destinati ad essere sfruttati come materiale biologico disponibile. Si ipotizza la clonazione di embrioni, per utilizzarli in vista del ricambio di organi. Tutte le operazioni di questo tipo si configurano come gravemente immorali, perch usano una persona come se fosse una cosa. La riduzione dell'embrione a un oggetto, che si pu utilizzare e persino commercializzare,  uno dei segni pi inquietanti dell'offuscamento di tante coscienze nel mondo contemporaneo.
Allo stesso modo vanno stigmatizzati alcuni tentativi di intervento sul patrimonio cromosomico o genetico che non sono terapevuici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso o altre qualit prestabilite. Queste manipolazioni sono contrarie alla dignit personale dell'essere umano, alla sua integrit e alla sua identit unica e irripetibile (Donum vilae, 1, 6).
Siamo ogni giorno messi di fronte a situazioni nuove. La ricerca scientifica, che non di rado ha alle spalle ingenti interessi economici, prosegue le sue sperimentazioni spesso incurante dei valori morali in gioco. Il delirio di onnipotenza e il miraggio di enormi guadagni abbattono ogni argine morale, per cui diviene lecito tutto ci che  possibile. Gli stessi Stati si mostrano incapaci di affrontare le nuove situazioni e di darsi una legislazione adeguata e tempestiva che tuteli la dignit del concepito. La battaglia in favore della vita umana fin dal momento del concepimento costituisce una delle frontiere decisive su cui si determina il futuro dell'umanit.
L'eutanasia volontaria  un omicidio.

La parola eutanasia significa dolce morte. Siamo di frontead uno dei casi pi eclatanti in cui le parole sono falsificate e usate per indicare una realt ben diversa da quella che significano.
Per quanto si voglia giustificare l'eutanasia con ipocriti richiami alla piet, di fatto essa  una triste commistione di suicidio e di omicidio.
Oggi l'eutanasia  permessa o depenalizzata in alcune parti del mondo. Tuttavia  crescente la spinta a legalizzarla o almeno a tollerarla. A chiederla sono generalmente le persone anziane e ammalate, che ritengono intollerabile il dolore o lo stesso peso della vecchiaia, molte volte trascorsa nella solitudine e nell'abbandono. Sullo sfondo per c' la perdita di una visione trascendente della vita e la rassegnata convinzione che con la morte finisce tutto.
Una maggiore vicinanza agli ammalati, unita alle parole di consolazione della fede, renderebbe la richiesta di eutanasia assai pi rara. Una pastorale della sofferenza nelle famiglie, nelle parrocchie e nelle case di cura  la pi efficace prevenzione per questa piaga che rischia di diffondersi. Il dolore, la vecchiaia e la morte infatti non sono necessariamente il luogo della disperazione, ma anche quello in cui Dio visita l'uomo e lo chiama a una speranza pi grande. Giustamente la Chiesa ricorda che coloro la cui vita  minorata o indebolita, richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perch possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale (Catechismo C. C., 2276).
Per quanto si cerchi di giustificare l'eutanasia con richiami alla piet e al diritto di disporre liberamente della propria vita, in realt essa  un'uccisione e quindi  gravemente illecita sotto il profilo morale. Infatti l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Un'azione oppure un'omissione che, da s o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignit della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio nel quale si pu essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere (Catechismo C. C., 2277).
Assai diverso dall'eutanasia  il caso dell'accanimento terapeutico. Esso consiste nell'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate. In questo caso non si vuole procurare la morte, ma soltanto si accetta di non poterla impedire. Sotto il profilo morale la rinuncia all'accanimento terapeutico pu essere legittima. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacit, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volont e gli interessi legittimi del paziente (Catechismo C. C. 2278). Tuttavia, anche se la morte  vicina, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte.
Oggi si  lodevolmente sviluppato un ramo della medicina che si propone di alleviare il dolore, in modo particolare nei confronti dei pazienti terminali. Non di rado l'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo pu abbreviare la sua vita. Tuttavia esso  moralmente accettabile se la morte non  voluta n come fine n come mezzo, ma  soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carit disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate (Catechismo C. C., 2279).
Indubbiamente viene richiesto un grande sforzo umano, morale ed economico a una societ che vede crescere il numero degli anziani e dei malati. Non  certo su questo versante, ma su altri (ad esempio quello degli armamenti) che lo Stato deve risparmiare. Il profilo di una civilt si misura dal rispetto verso la vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale.

Il suicidio  gravemente contrario alla giustizia, alla speranza e alla carit.

Il suicidio  una piaga che si diffonde silenziosamente in un mondo dove, in molte coscienze,  andato smarrito il senso della vita. Le difficolt del vivere che, con l'aiuto di Dio, possono venire superate, senza la forza della fede finiscono per travolgere le persone pi deboli o pi sensibili. La tentazione di farla finita non tocca soltanto gli anziani o le persone mature, ma anche i giovani e i giovanissimi, che spesso si trovano soli e abbandonati nei passaggi pi difficili del loro cammino.
Il suicidio  sempre una sconfitta, quali che ne siano le motivazioni. La vita umana infatti  un dono di una grandezza e una bellezza sconfinate. Le difficolt, le lotte e le sconfitte che la contrassegnano, la rendono ancora pi degna di essere vissuta. Colui che rinuncia a vivere non  pi capace di credere che, oltre le nuvole che passano, splende il sole dell'amore fedele di Dio.
Sotto il profilo morale, filosofico o religioso, il suicidio non pu trovare alcuna giustificazione. Nessuno pu dire: La vita  mia e ne faccio quello che voglio io. La vita infatti  un dono che si riceve e non vi  persona al mondo che non abbia vincoli e responsabilit nei confronti degli altri. Colui che si toglie la vita non compie soltanto un'ingiustizia nei confronti di se stesso, ma anche nei confronti del prossimo, verso il quale ognuno ha dei doveri. Nessun uomo  un'isola e, nel bene come nel male, le nostre scelte si riflettono su coloro ai quali siamo legati.
La prevenzione del suicidio parte da molto lontano. All'uomo non basta vivere, ma occorre che scopra il senso, l'importanza e il valore della vita. Il mondo in cui viviamo, corroso da una visione atea e materialistica dell'esistenza e contrassegnato da una competizione esasperata che emargina i pi deboli,  un terreno naturale di coltura, dove si propaga il virus della disperazione. Quanti giovani oggi consumano la loro vita, buttandola via giorno dopo giorno, proprio perch non sanno che cosa farsene.  questo vuoto esistenziale l'abisso che divora tante esistenze ormai ritenute insignificanti e senza senso.
La vita non  una propriet, ma un dono che si riceve. Questo  il punto di partenza per una visione feconda del futuro che si dischiude dinanzi: Ciascuno  responsabile della propria esistenza davanti a Dio.  lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo (Catechismo C. C. 2280). Ges al riguardo usa l'immagine del talento, che ci viene donato perch abbia a fruttificare per noi, per gli altri e per Dio stesso. I frutti sono innanzi tutto di ordine morale e spirituale. Ogni uomo  chiamato a donare amore e a seminare bont. Questa  una possibilit che tutti hanno e che basta da sola per motivare l'esistenza e renderla gioiosa, pur in mezzo a tante difficolt.
Chi ha scoperto l'amore e si sforza di viverlo non cadr nella tentazione del suicidio. La tentazione di farla finita infatti si fa strada nei cuori che hanno perso la fiducia. Non credono che Dio li ami; non credono nella bont del prossimo e non hanno amore neppure verso se stessi. Insieme all'amore si  spenta la speranza. Allora il cuore  avvolto da una tenebra profonda, dentro la quale il maligno lancia i suoi sibili velenosi di morte.  questa catastrofe spirituale che va prevenuta con una vita di fede e di preghiera.
Nel dare una prudente valutazione morale del suicidio, oggi, oltre all'atto in s che  gravissimo, si tiene giustamente conto delle condizioni esistenziali della persona. Gravi disturbi psichici, l'angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilit del suicidio (Catechismo C. C., 2282). Si impone quindi pi che mai il dovere di lasciare che sia Dio a giudicare il grado di colpevolezza di una coscienza: Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, pu loro preparare l'occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita (Catechismo C. C. 2283).

La salute fsica  un bene prezioso.

Potrebbe sembrare superfluo dedicare una particolare attenzione alla tematica della salute, considerata sotto il profilo morale, perch viviamo in tempi di grande sviluppo della medicina e di notevole impegno degli Stati per la salute dei cittadini. Tuttavia una riflessione in questo senso  necessaria, per le deviazioni che si possono osservare sia per difetto come per eccesso.
Innanzi tutto va ribadito che la salute fsica, come la vita,  un bene prezioso donato da Dio. Per quanto la malattia possa divenire, per dono di grazia, uno strumento di purificazione e di santificazione, non vi  dubbio che Dio desidera che l'uomo sia sano e salvo e trascorra qui sulla terra una vita serena. Sotto il profilo morale si deve quindi avere una cura ragionevole della nostra salute, come anche di quella degli altri, per quanto essa non sia un valore assoluto, ma relativo e subordinato al bene spirituale dell'anima.
Oggi per si nota una preoccupazione per l salute e un culto del corpo che ha il sapore di un ritorno del paganesimo. Si afferma che la salute  il bene pi grande e non di rado si promuove un culto del corpo fino a sacrificargli tutto. Questo tipo di mentalit, che si va diffondendo, affonda le sue radici in una filosofia materialistica, che identifica l'uomo con il suo corpo. L'idolatria del corpo finisce per far dimenticare la dimensione pi profonda e pi preziosa dell'uomo, che  il suo cuore. Non  certo la perfezione fsica ci che rende grande una persona, ma quella della sua anima. Il corpo inevitabilmente si indebolisce, si ammala, invecchia e muore, mentre lo spirito, nutrito dalla sapienza e dalla grazia, non cessa mai di crescere.
Detto questo, occorre tuttavia richiamare alla responsabilit che ognuno ha nei confronti della sua salute, che deve cercare di conservare o di riconquistare con i mezzi appropriati. La cura e la sollecitudine per la propria salute fa parte del sano amore per se stessi. Essa  un talento che va investito nel bene, finch Dio ce ne offre la possibilit. In questa prospettiva va praticata la virt cardinale della temperanza. La quale ci dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l'abuso dei cibi, dell'alcol, del tabacco e dei medicinali.
A causa del numero impressionante dei morti e dei feriti, specialmente sulle strade, la virt della prudenza deve essere praticata in modo particolare da chi  al volante: Coloro che in stato di ubriachezza o per uno smodato uso della velocit mettono in pericolo l'incolumit altrui e la propria sulle strade, in mare o in volo, si rendono gravemente colpevoli (Catechismo C. C., 2290).
Oggi non pochi giovani compromettono il proprio futuro con l'uso della droga, causando danni gravissimi alla salute e alla vita. Esclusi i casi di prescrizioni strettamente terapeutiche, costituisce una colpa grave. La produzione clandestina di droghe e il loro traffico sono pratiche scandalose; costituiscono una cooperazione diretta, dal momento che spingono a pratiche gravemente contrarie alla legge morale (Catechismo C. C., 2291).
Una tematica di particolare attualit  quella riguardante gli ambiti morali in cui si deve muovere la ricerca scientifica, anche quando persegue il fine, in s buono, di conseguire risultati utili alla salute. Il fine tuttavia, anche quando  nobile, non pu giustificare i mezzi, nel caso che questi non fossero moralmente accettabili: La scienza e la tecnica richiedono, per il loro stesso significato intrinseco, l'incondizionato rispetto dei criteri fondamentali della moralit; devono essere al servizio della persona umana, dei suoi inalienabili diritti, del suo bene vero e integrale, in conformit al progetto e alla volont di Dio... La sperimentazione sull'essere umano non  moralmente legittima se fa correre rischi sproporzionati o evitabili per la vita o l'integrit fisica e psichica dei soggetti (Catechismo C. C., 2294, 2295). L'eventuale consenso dei soggetti non giustifica simili atti, mentre l'assenza di una loro esplicita approvazione li aggrava.
Particolarmente delicata e complessa  la tematica riguardante il trapianto di organi. Il gesto di donare i propri organi  in s moralmente significativo, a patto per che si verifichino alcune condizioni necessarie. Esso non  moralmente accettabile se il donatore o i suoi aventi diritto non vi hanno dato il loro esplicito consenso. Inoltre i danni e i rischi-fisici e psichici in cui incorre il donatore devono essere proporzionati al bene che si cerca per il destinatario.  invece moralmente inammissibile provocare direttamente la mutilazione invalidante o la morte di un essere umano, sia pure per ritardare il decesso di altre persone. Il dono gratuito di organi dopo la morte  indubbiamente legittimo e meritorio.
I corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carit. La sepoltura dei morti  un'opera di misericordia corporale. La fede e la speranza della resurrezione alimentano il culto cristiano dei defunti. L'autopsia dei cadaveri pu essere moralmente ammessa per motivi di inchiesta legale o di ricerca scientifica. La Chiesa permette la cremazione, se tale scelta non mette in questione la fede nella resurrezione dei corpi (Diritto canonico, 1176, 3).

Guai a colui a causa del quale avvengono gli scandali.

I danni che si possono arrecare agli altri non sono soltanto materiali ma anche spirituali. Il comando divino di non uccidere non riguarda soltanto il corpo, ma anche l'anima. La morte spirituale inflitta al prossimo non  certo meno grave di quella fisica. Ges ha parole di fuoco nei confronti di chi, con lo scandalo, induce gli altri a compiere il male, facendosi tentatore dei propri fratelli e trascinandoli nella morte spirituale: Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli... sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare (Matteo 18, 6). Qui i piccoli non sono soltanto i bambini, ma i semplici e gli indifesi, il cui traviamento spirituale a causa del comportamento di chi dovrebbe dare buon esempio assume una particolare gravit.
Lo scandalo  un peccato a cui la grande maggioranza delle persone non fa caso. E una tematica quasi scomparsa dalla catechesi e dalla predicazione e di conseguenza anche nella confessione. Eppure la gravit  facilmente palpabile, in quanto  un attentato alla virt, alla rettitudine e alle sane convinzioni del prossimo. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza (Catechismo C. C., 2284).
La gravit dello scandalo  maggiore quando a causarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad educare gli altri.  il caso dei genitori che hanno nei confronti dell'educazione religiosa e morale dei figli una responsabilit primaria. Essi non devono mai dimenticare che i figli li osservano e che le loro parole come le loro azioni possono edificare come distruggere le anime loro affidate.
 il caso soprattutto dei sacerdoti, ai quali i fedeli guardano come ai maestri della verit e ai testimoni della santit. Il loro buon o cattivo esempio pu edificare o distruggere pi di quanto si possa immaginare. Ges ha parole di aspro rimprovero verso gli scribi e i farisei, che paragona a lupi rapaci in veste di pecore (cfr. Matteo 7, 15).
Oggi lo scandalo ha assunto vaste proporzioni a causa della grande diffusione dei mass media, in particolare della televisione, che raggiunge quasi ogni persona nell'intimo del focolare. In molti programmi si esibiscono falsi maestri che inculcano una visione atea, materialistica e immorale della vita. In altri dilaga la violenza e la volgarit, mentre spettacoli osceni vengono proposti persino nelle fasce di orario in cui sono presenti i bambini. Non mancano neppure trasmissioni dove si irridono la Chiesa e i valori religiosi.
A tutti coloro che in vario modo cooperano a riversare questa fiumana di fango nelle case (non solo con la televisione, ma anche con la stampa, la radio, internet, telefono ecc.) sono rivolte le parole di maledizione del divino Maestro:  inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo (Matteo 18, 1).
Non di rado lo scandalo  provocato dalla legge e dalle istituzioni. Sono sempre pi numerosi gli Stati che adottano leggi e prendono prowedimenti che spingono sulla via dell'immoralit. Si rende colpevole di scandalo e responsabile del male chi, direttamente o indirettamente, vi coopera. Senza il coraggio di chi oppone la legge morale al permessivismo dilagante, ci troveremo immersi senza speranza nel fango di una societ corrotta e corruttrice. I cristiani devono essere i primi a dire con la forza della parola e dell'esempio: Non  lecito!.
Si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa o a condizioni sociali che, volontariamente o no, rendono difficile e praticamente impossibile un comportamento cristiano conforme ai comandamenti. Analogamente avviene per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che esasperano i loro allievi, o per coloro che, manipolando l'opinione pubblica, la sviano dai valori morali (Catechismo C. C., 2286).

Beati gli operatori di pace.

Il comandamento divino Non uccidere va ben al di l dell'azione esterna contro il prossimo, ma entra nelle profondit del cuore umano, da dove bandisce l'ira e l'odio, per apportarvi il perdono e la pace.
L'ira  un vizio capitale che, quando arriva fino al proposito di uccidere il prossimo o di ferirlo,  un peccato mortale, in quanto si oppone gravemente alla carit. Il Signore dice: Chiunque si adira contro il proprio fratello, sar sottoposto a giudizio (Matteo 5, 22). Non meno pressanti sono i richiami degli apostoli: L'ira dell'uomo non compie ci che  giusto davanti a Dio (Giacomo 1, 20). Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasione al diavolo (Efesini 4, 26). Dall'ira nasce il desiderio di vendetta. San Tommaso d'Aquino osserva che desiderare il male per chi va punito  illecito, mentre  lecito imporre una riparazione al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia (Summa, 11, 11, 158, 1).
L'odio volontario, al pari dell'ira,  contrario alla virt della carit, che  il segno distintivo del cristiano. Si tratta di un sentimento iniquo che cova nel cuore e che prima o poi si esprime con la diffamazione, la calunnia e il desiderio di nuocere. Se l'odio verso una persona arriva fino a volere per essa del male, diviene un peccato. Quando deliberatamente si desidera un grave danno, allora si tratta di un peccato grave. Non  raro il caso che si odia cos intensamente una persona da augurarle delle disgrazie e persino la morte. Satana inietta il suo veleno nel cuore uccidendo la carit. Occorre vigilare incessantemente su queste perversioni interiori, tenendo ben presenti le parole di Ges: Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perch siate figli del Padre vostro celeste (Matteo 5, 44-45).
La vigilanza cristiana nei confronti dell'ira, dell'odio e della vendetta ha come fine ultimo quello di difendere il bene sommo della pace che Cristo  venuto a riversare nel cuore degli uomini. Quando si parla di pace si allude a una realt assai pi grande e preziosa della semplice assenza di guerra fra gli Stati, fra i gruppi o fra le singole persone. La pace  innanzi tutto la tranquillit della coscienza, che sente su di s l'approvazione di Dio. La pace con Dio diviene poi pace con se stessi e con il prossimo.  un'illusione operare per la pace sulla terra, se prima l'uomo non si rappacifica con Dio e con se stesso. Senza la fede e la consapevolezza che tutti gli uomini sono figli del medesimo Padre celeste e che quindi sono fra loro tutti fratelli, mancheranno le basi solide per fare dell'umanit una sola famiglia.
La testimonianza della pace  una caratteristica distintiva del cristianesimo. Essa  assai pi della non violenza predicata dal buddismo. Frutto della giustizia ed effetto della carit, la pace divina che il cristiano porta nel cuore  gi la presenza sulla terra della Gerusalemme celeste. Con questa pace nel cuore il cristiano opera ogni giorno nel suo ambito di vita per costruire la civilt dell'amore, a partire dalla famiglia e dal luogo di lavoro.
Alcuni cristiani poi sono chiamati a dare testimonianze di particolare significato evangelico. L'ultimo secolo del millennio, bagnato da innumerevoli guerre,  ricco di gesta di martiri che, nel dilagare dell'odio, hanno eroicamente testimoniato la carit, rinunciando a una legittima difesa. Coloro che, per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, rinunciano all'azione violenta e cruenta e ricorrono a mezzi di difesa che sono alla portata dei pi deboli, rendono testimonianza alla carit evangelica, purch ci si faccia senza pregiudizio per i diritti e i doveri degli altri uomini e delle societ. Essi legittimamente attestano la gravit dei rischi fisici e morali del ricorso alla violenza, che causa rovine e morti (Catechismo C. C., 2306).

Con le loro spade costruiranno aratri.

La guerra  una delle pi antiche e tremende piaghe dell'umanit. Essa provoca mali e ingiustizie senza fine. L'esperienza della prima e della seconda guerra mondiale, conclusasi con l'uso delle armi nucleari, ha portato l'umanit sull'orlo della totale rovina. Eliminare le guerre, sia quelle mondiali come quelle territoriali,  uno dei massimi impegni a cui le nuove generazioni devono dedicarsi con convinzione e con coraggio. L'avventura umana sulla terra  giunta a un bivio: o si rinuncia all'uso della forza per risolvere le controversie oppure non vi  nessuna speranza di futuro. Solo la pace  in grado di garantire un avvenire al genere umano.
Prima ancora di chiederci se una guerra possa essere ritenuta giusta o meno,  necessario fare tutto il possibile per prevenirla. Le guerre infatti portano distruzioni di ogni genere, affamano i popoli, scompaginano le famiglie, aggravano le situazioni e i problemi che vorrebbero risolvere, ma soprattutto comportano una distruzione incalcolabile di vite umane. Per questo tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre. L'educazione delle coscienze alla pace  un impegno a cui devono porre mano la famiglia, la scuola e i mass media. La Chiesa, schierata in prima linea sulla frontiera della pace, esorta tutti con insistenza a pregare e ad operare perch la Bont divina ci liberi dall'antica schiavit della guerra (Catechismo C. C., 2307).
Oggi molti fattori, come la portata distruttiva degli armamenti, il dialogo e gli interessi convergenti delle grandi nazioni e il profilarsi di una autorit internazionale munita di forze efficaci, hanno limitato il proliferare e l'estendersi dei conflitti, i quali per sono ancora molto numerosi nel mondo. Si assiste al moltiplicarsi preoccupante di guerre civili e tribali che non sono meno pericolose e distruttive di quelle fra gli Stati. Il rafforzamento delle Nazioni Unite e la loro capacit di intervento sembra essere la via obbligata da percorrere nel prossimo futuro.
Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto ai governi il diritto di una legittima difesa con la forza militare, una volta esaurite tutte le possibilit di un pacifico accomodamento (Gaudium et spes, 19). Tuttavia essa  subordinata a rigorose condizioni di legittimit morale, le quali devono verificarsi simultaneamente: 
Che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunit delle nazioni sia durevole, grave e certo. 
Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.
Che ci siano fondate condizioni di successo.
 Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini pi gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione (Catechismo C. C., 2309).
Purtroppo, una volta scoppiata una guerra, non  facile porre argini alla violenza e alla crudelt. Spesso, contro la ragione e la legge morale, ogni cosa diventa lecita. L'uomo, istigato da satana, rischia di trasformarsi in una belva feroce che non si ferma neppure dinanzi ai crimini pi orrendi. Nell'ultima guerra mondiale sono stati sterminati popoli, nazioni e minoranze etniche. L'orribile genocidio del popolo ebraico  stato consumato con una freddezza scientifica che la dice lunga sugli abissi di perversit nei quali l'uomo pu precipitare. Quando le passioni sono scatenate, chi porr freno a una umanit che detiene armi atomiche, biologiche o chimiche tali da trasformare il mondo in un ammasso di rovine?
La pi realistica considerazione da fare oggi  che o l'umanit sceglie la pace o si autocondanna alla distruzione. Occorre procedere con energia al disarmo, a eliminare la produzione e il commercio delle armi e alla formazione di una forza internazionale che garantisca in modo permanente la pace. Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell'amore, a vincere il peccato, essi vincono anche la violenza, sino alla realizzazione di quella parola divina: "Con le spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prender pi le armi contro un altro popolo, n si eserciteranno pi per la guerra" (Isaia 2, 4) (Catechismo C. C., 2317).


Capitolo 6. - Sesto comandamento: NON COMMETTERE ATTI IMPURI.

Il sesso banalizzato.

Il disordine nel campo della sessualit  uno degli ambiti dove si pu constatare, con l'immediatezza dell'evidenza, la debolezza della natura umana ferita dal peccato originale. La tradizione ha codificato le pi profonde tendenze al male dell'uomo nei sette vizi capitali, dei quali la radice  la superbia. Ma non vi  dubbio che sono soprattutto la lussuria e la violenza quelle emanazioni malefiche che provocano i danni pi gravi nella famiglia e nella societ. Oggi la cultura atea e materialistica si compiace di definire l'uomo un animale, sia pure collocandolo al vertice dell'evoluzione. Ebbene, allora bisognerebbe pure dire che non si conosce nessun altro suo antenato che lo possa anche lontanamente uguagliare nella ferocia e nella lussuria.
Lo spettacolo che offre la nostra societ, ad alcuni decenni di distanza dall'inizio della cosiddetta rivoluzione sessuale,  semplicemente avvilente. Grazie anche all'uso spregiudicato che ne fanno i mass media, la sessualit umana  stata ridotta a un gioco fine a se stesso. Una volta abbattuti gli argini della legge morale che lo regolava e lo finalizzava, il sesso libero  divenuto un fiume in piena che, abbattendo ogni ostacolo, ha travolto i valori fondamentali della persona, dell'amore e della vita. Persino il sentimento innato del pudore si  completamente dissolto in un clima culturale improntato alla volgarit e alla trivialit.
I valori che sono andati perduti nella sagra sfrenata del pansessualismo non sono di poco conto e vanno ripresi e riproposti al pi presto. Innanzi tutto il significato della sessualit umana in rapporto alla persona. La sessualit dell'essere umano non  di matrice animale, ma personale. Essa  espressione di un essere che ha una dimensione spirituale e trascendente. Inoltre la sessualit  orientata all'amore, che nella persona umana ha le caratteristiche dell'accoglienza e del dono. Infine sessualit e amore sono al servizio della vita, in quanto rendono l'uomo e la donna collaboratori di Dio creatore, rivestendoli della nobile responsabilit della paternit e della maternit.
Educare al significato autentico della sessualit  oggi uno dei compiti pi urgenti e pi necessari. Da questo dipende la maturazione delle persone e la stabilit delle famiglie.

La sessualit umana  opera di Dio creatore.

In alcune esperienze religiose, in particolare di matrice indoeuropea, la sessualit non  sfuggita al disprezzo che ha colpito il corpo umano, ritenuto la prigione dell'anima spirituale e immortale. In altre al contrario  stata divinizzata, in quanto ritenuta l'unica possibilit per garantire la sopravvivenza di fronte alla legge inesorabile del declino e della morte.
Nella visione biblica la sessualit umana riveste un valore altamente positivo, in quanto  opera di Dio creatore. L'uomo e la donna posti al vertice della creazione, la loro pari dignit e il patto d'amore indissolubile che fonda il matrimonio e la famiglia sono l'inestimabile contributo della rivelazione biblica al patrimonio culturale e morale dell'umanit.
Per cogliere l'altissimo significato della sessualit occorre partire dal mistero stesso di Dio, che illumina e aiuta a comprendere la realt dell'essere umano in quanto uomo e donna. Dio  amore. Egli lo  non soltanto in relazione alle sue creature, ma in se stesso, nella sua vita intima. Dio dentro Dio non  infinita solitudine, ma un rapporto eterno di amore. Quando il Nuovo Testamento rivela il mistero dell'amore trinitario, a noi  dato comprendere che Dio, pur essendo uno,  tuttavia una comunione di persone.
L'essere umano, in quanto uomo e donna, riflette il mistero stesso di Dio. La Sacra Scrittura affermando che Dio cre l'uomo a sua immagine, maschio e femmina li cre (Genesi 1, 28), vuole sottolineare che anche l'essere umano, nella sua totalit, consiste nell'unit di due persone, che si perfezionano e si completano mediante il reciproco amore. La natura divina, come la natura umana, si realizza in una comunione di amore. In questo sta la loro immagine e somiglianza.
In questa luce appare chiaro che, creando l'essere umano nella sua complementariet sessuale, Dio lo orienta all'amore e al dono di s. La sessualit per sua natura  vocazione all'amore e alla reciproca comunione. Non solo, ma affermando: Siate fecondi e moltiplicatevi, il Creatore orienta l'amore dell'uomo e della donna alla vita, rendendoli corresponsabili della sua opera creatrice.
Ciascuno dei due sessi, con eguale dignit, anche se in modo differente,  immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio  una maniera di imitare, nella carne, la generosit e la fecondit del Creatore: L'uomo abbandoner suo padre e sua madre e si unir a sua moglie e i due saranno una sola carne (Genesi 2, 24). L'uomo non pu e non deve separare ci che Dio ha congiunto.
In nessun'altra pagina della letteratura universale emerge la grande dignit e nel medesimo tempo l'innegabile responsabilit dell'essere umano in quanto uomo e donna. Nella visione biblica la sessualit non ha nulla di animale e tanto meno di negativo. Essa  un riverbero divino, che impegna l'uomo e la donna a realizzarsi sulle vie dell'amore e della vita.
Ne consegue che la propria sessualit va accettata come un dono e come un progetto divino. Essa riguarda tutta la persona, nei suoi aspetti fisici, affettivi, morali e spirituali. L'uomo e la donna portano una ricchezza diversa, ma complementare. La loro pari dignit e la loro innegabile diversit li chiama alla comunione reciproca e a intrecciare rapporti interpersonali con gli altri. L'armonia della coppia e della societ dipende in parte dal modo in cui si vivono tra i sessi la complementariet, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto (Catechismo C. C., 2333).

La sessualit ferita.

Di fronte all'opera mirabile della sapienza e dell'onnipotenza divine, culminata nella creazione dell'uomo e della donna, non si pu non rimanere ammirati. Non solo gli autori biblici, ma anche voci illuminate delle pi diverse religioni e culture testimoniano lo stupore dell'intelligenza umana, colma di gratitudine per il miracolo di amore realizzato da Dio.
Tuttavia noi avvertiamo che un tarlo si  inserito in questo affresco meraviglioso, guastandone la bellezza e la purezza originarie.  innegabile che l'uomo non di rado sperimenti la sua sessualit come una caduta o, peggio, come una tirannia. La difficolt di dominare se stessi e le proprie passioni  una esperienza dolorosa e universale. La sessualit, anzich essere l'espressione dell'amore, diviene la manifestazione di un egoismo cieco e prepotente. I rapporti di coppia si logorano e cedono alle spinte della violenza e della sopraffazione. Invece della gioia della comunione l'uomo e la donna fanno spesso la dura esperienza della incomprensione e della incomunicabilit.
Naturalmente non sempre  cos. Tuttavia occorre spiegare perch cos frequentemente gli uomini vivano la loro sessualit come un'angosciosa schiavit, tanto che san Paolo, facendosi portavoce di un'esperienza universale, non esita a gridare: Chi mi liberer da questo corpo votato alla morte?... Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che  nelle mie membra. Sono uno sventurato! (Romani 7, 22-24).
Ci troviamo di fronte a una esperienza della sessualit ben diversa da quella che emerge dal progetto originario di Dio. Siamo ancora in grado di vedere la grandezza dell'opera divina, ma ci rendiamo conto che  intervenuto un fattore nuovo e profondamente negativo. Si tratta del peccato di origine, che ha intaccato l'innocenza e la bellezza della creatura umana. Dopo che il peccato  stato consumato, le sue conseguenze non hanno tardato a farsi sentire, apportando disordine su tutti i versanti della natura umana, non ultimo su quello sessuale.
Il progetto originario di Dio sull'uomo e sulla donna si  forse infranto? No di certo.  tuttavia divenuto pi difficile. Non si possono spiegare gli incredibili disordini nel campo della sessualit, a cui si abbandona da sempre il genere umano, senza risalire alla catastrofe originale come alla sua prima causa. Gli uomini, nel corso della storia, hanno cercato, come hanno potuto, di erigere argini a un fiume di fango che straripa da ogni sponda.
La vera riscossa  per incominciata con Ges Cristo. Il Figlio di Dio, di fronte a una umanit rassegnata al fallimento del matrimonio, non esita ad affermare: Non avete letto che il Creatore da principio li cre maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascer suo padre e sua madre e si unir a sua moglie e i due saranno una sola carne? Cos che non sono pi due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi (Matteo 19, 4).
Il progetto di Dio dunque non  abolito. Esso sussiste in tutto il suo valore, ma d'ora in poi sar frutto di conquista. La grazia sostiene l'uomo in questa nobile e necessaria impresa.

La virt della castit conduce al dominio di s.

Il dominio della propria sessualit e, in intima connessione con essa, della propria sfera emotiva e sentimentale  una delle pi impegnative battaglie che l'uomo deve intraprendere nella vita, lo voglia o non lo voglia. In modo particolare, per quanto riguarda le proprie pulsioni sessuali, deve stabilire ben presto quale atteggiamento prendere nei loro confronti. Se infatti non imparer fin dai primi anni dell'infanzia a dominarle, diventeranno delle forze ingovernabili, che prenderanno il dominio della sua vita. Lo spettacolo deprimente di innumerevoli uomini schiavi del sesso e delle pi vergognose passioni dovrebbe far meditare a quale degrado della persona umana conduce una sessualit che non  stata per tempo orientata verso quei valori indicati dal progetto di Dio creatore.
Oggi  stato confezionato per gli sciocchi lo slogan del sesso libero e felice. Forse esiste veramente un tipo siffatto di sessualit, se si intende quella plasmata ed elevata dalla virt della castit. Per quanto invece riguarda la realt quotidiana esiste al contrario il sesso schiavizzante e infelice. Che dire ad esempio di quegli innominabili e assidui frequentatori delle decine di migliaia di prostitute che assediano le strade del Belpaese? Sono forse liberi e felici? O non sono invece i miserabili schiavi di passioni abbiette, per soddisfare le quali mettono a rischio la salute e la reputazione, senza contare lo sperpero di denaro che meriterebbe ben altro impiego?
Non vi  dubbio, caro amico, che, se ci sta a cuore la nostra libert, dobbiamo stabilire al pi presto chi comanda sulla nostra vita: se il nostro corpo o il nostro spirito. Dobbiamo cio decidere chi  il padrone a casa nostra, cio nell'intimo della nostra persona: se noi o le passioni che fermentano nelle nostre membra e che vorrebbero soffocarci con le loro spire omicide e liberticide.
In questa luce non ti  difficile comprendere che la virt della castit non  certo una pia pratica a cui tutt'al pi avviare le fanciulle in odore di entrare in convento. Si tratta infatti di una virt chiave della vita umana, senza la quale  impossibile diventare uomini. Ti basti sapere che questa virt, considerata un aspetto della virt cardinale della temperanza,  stata oggetto di studi rimasti insuperati da parte di menti sublimi, sia pure non ancora illuminate dalla rivelazione, come i grandi filosofi greci Platone e Aristotele, mentre  stata insegnata e praticata lungo i millenni nelle vaste aree dei popoli dell'induismo e del buddismo, che avevano posto la castit alla base della formazione della persona.
Perch mai la castit occupa un posto centrale nell'educazione della personalit, anche se oggi ne  stata smarrita la via, con conseguenze disastrose non solo per gli individui, ma anche per le famiglie e la societ? La ragione di fondo  che la sessualit, se non viene integrata nella dimensione spirituale dell'essere umano e non  messa al servizio dell'amore e della vita, diviene una forza selvaggia, insidiosa e disgregatrice. Con una battuta non troppo ironica si  scritto che il naso di Cleopatra, regina d'Egitto, rischi di decidere la sorte dell'impero romano. Certamente possiamo affermare che l'incapacit di dominare se stessi e le proprie passioni pu decidere della sorte di una persona e di una famiglia.
Non siamo di fronte a una virt ornamentale, ma fondamentale per la formazione della personalit. Si tratta di acquisire quel dominio di s e delle proprie passioni che rende l'uomo libero, moralmente affidabile e rispettoso del prossimo. Un uomo lussurioso, diciamolo con franchezza,  inaffidabile e socialmente pericoloso, anche perch la spirale della passione pu divenire un gorgo profondo che trascina da abisso in abisso. Le abiezioni sessuali dell'umanit vanno al di l di qualsiasi immaginazione romanzesca.
Si tratta quindi, per quanto riguarda la famiglia e la societ, di educare fin dai primi anni all'acquisizione del dominio di s, innescando una vera e propria pedagogia della libert umana. Occorre spiegare ai pi giovani il valore della sessualit, le sue nobili finalit e avviarli a quella formazione della volont che sa dire no agli impulsi dell'egoismo, dell'impurit e della sopraffazione, specialmente nei riguardi dell'altro sesso.  necessario ritornare a proporre il valore della purezza, del rispetto, del pudore, indicando nel dominio di se stessi un traguardo morale da conseguire con molta tenacia, se si vuole diventare uomini.
Il dominio di s  un'opera di lungo respiro. Non lo si potr mai ritenere acquisito una volta per tutte. Suppone un impegno da ricominciare ad ogni et della vita. Lo sforzo richiesto pu essere maggiore in certi periodi, quelli, per esempio, in cui si formano la personalit, l'infanzia e l'adolescenza.
La castit conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso le tappe segnate dall'imperfezione e assai spesso dal peccato. L'uomo virtuoso si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo le tappe di crescita (Catechismo C. C., 2342, 2343).

La virt della castit prepara all'amore.

Non  purtroppo bastato l'autorevole insegnamento di Erich Fromm perch la nostra generazione non cadesse nel grossolano errore di identificare l'amore con l'istinto sessuale. Nel suo aureo libretto L'arte di amare, il filosofo tedesco di origine ebraica dimostra che la capacit di amare di una persona  il frutto della pratica delle virt, dalla temperanza al coraggio, dalla mitezza alla generosit, dall'umilt alla fedelt e cos via. Senza la base solida delle virt l'amore rischia di essere una chimera irraggiungibile o una forma di autoinganno. Solo una persona moralmente e spiritualmente matura  in grado di dare e di ricevere l'acqua limpida dell'amore vero e sincero.
La virt della castit in modo particolare eleva la sessualit alla dimensione spirituale della persona e la dispone al dono di s, nel quale propriamente consiste l'amore. L'istinto sessuale  per sua natura cieco ed egoista. Nell'uomo decaduto  fonte di deviazioni e di degradazioni senza fine. Tuttavia appartiene alla creazione di Dio e quindi va riscattato e nobilitato, riportandolo al fine per cui Dio lo ha creato. Questo fine  l'amore, che nell'uomo  assunzione di impegno e di responsabilit.
Quando l'uomo ama, lo fa con tutto se stesso, nella totalit del suo essere. Tuttavia il centro dell'amore non pu essere che il nucleo intimo della persona, che  il cuore, inteso come la fiamma viva dove l'io si genera e si dona. Tutto l'essere umano, dalla dimensione fisica a quella emotiva e sentimentale, deve essere riportato all'obbedienza del cuore, in modo tale che da esso sgorghi l'acqua viva dell'amore autentico. Questa capacit della persona di offrirsi come dono agli altri, vincendo le insidie e le resistenze dell'egoismo e dei suoi alleati,  il miracolo della virt della castit.
L'amore  la forma di tutte le virt. Sotto il suo influsso, la castit appare come una scuola del dono della persona. La padronanza di s  ordinata al dono di s. La castit rende colui che la pratica un testimone, presso il prossimo, della fedelt e della tenerezza di Dio (Catechismo C. C., 2346).
La castit  necessaria per orientare e sostenere sul retto cammino ogni espressione dell'amore. Non soltanto quindi l'amore sponsale, ma anche l'amore materno e paterno, come l'amore filiale e quello fraterno e di amicizia sono i frutti saporosi della pratica della castit. Se ad esempio una madre non sapesse signoreggiare i sentimenti del cuore, le espressioni del suo amore potrebbero assumere le forme soffocanti del possesso egoistico. Ogni forma d'amore rischierebbe di corrompersi senza la guida regale e sicura della virt della castit.
In particolare il dominio del cuore, oltre che del corpo, che la castit promette e concede,  la condizione necessaria per conseguire quel dono raro che si chiama amicizia. Infatti solo un cuore sincero, fedele e generoso, senza invidie e gelosie, permette di realizzare il miracolo di un'amicizia che, concordemente, le civilt pi diverse ritengono uno dei beni pi grandi che si possano avere sulla terra.
La castit si esprime particolarmente nell'amicizia per il prossimo. Coltivata fra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale... La castit indica al discepolo come seguire e imitare colui che ci ha scelti come suoi amici, si  totalmente donato a noi e ci rende partecipi della sua condizione divina. La castit  promessa di immortalit ( Catechismo C. C., 2347).

La pratica della castit nelle diverse situazioni di vita.

Da quanto abbiamo detto finora appare chiaro che la castit non  una virt riservata ad alcuni, ma  una conquista necessaria per tutti coloro che desiderano divenire persone mature e capaci di amare. Senza questa nobile virt infatti l'uomo non potrebbe conseguire n il dominio del corpo n quello del cuore. Ogni cristiano, in forza del sacramento del battesimo, con il quale  stato rivestito di Cristo,  quindi chiamato a condurre una vita casta secondo il suo particolare stato di vita.
Alcuni vivono la castit mediante una speciale consacrazione, con la quale si impegnano a dedicarsi al servizio di Dio con cuore indiviso.  il caso in particolare delle religiose che offrono se stesse come spose a Ges Cristo loro sposo, come pure dei religiosi e dei sacerdoti che si assumono l'impegno del celibato consacrato durante tutta la loro vita. Queste persone portano il dono di s alla pi alta perfezione, perch fanno del loro corpo e del loro cuore, come di tutta la loro vita, un'offerta d'amore a Dio, anticipando gi nel pellegrinaggio terreno quel rapporto nuziale con Dio che siamo chiamati a vivere nella vita eterna. Questa via pu essere percorsa soltanto in seguito a una particolare chiamata divina, che rende possibile, mediante la collaborazione alla grazia, il raggiungimento di una perfezione d'amore che va ben al di l delle possibilit della natura umana.
Anche gli sposi sono chiamati a vivere la virt della castit all'interno della vita coniugale. Infatti la loro donazione reciproca nell'amore sponsale non sarebbe possibile senza quella maturazione della persona che la pratica della castit rende possibile. Il fatto che i rapporti sessuali siano leciti solo nel matrimonio non ci deve indurre a pensare che nel matrimonio tutto sia lecito. La castit aiuta gli sposi ad amarsi con cuore puro e fedele e a vivere il loro rapporto di amore in modo conforme alla legge di Dio. Essa protegge e nobilita l'amore coniugale, conservandolo nell'ambito della moralit e del reciproco rispetto. Inoltre salvaguardia la coppia dalle insidie esterne che provengono dal mondo e dal maligno.
I fidanzati, a loro volta, sono chiamati a vivere castamente il tempo di preparazione al matrimonio, astenendosi dai rapporti sessuali. Oggi questo impegno  divenuto particolarmente gravoso a causa dei tempi lunghi dello stesso fidanzamento. Tuttavia, con l'aiuto della preghiera e di un cammino spirituale fatto insieme, il fidanzamento pu divenire un tempo di grazia, durante il quale porre le basi per costruire il matrimonio e la famiglia sulla roccia. Messi cos alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedelt e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell'amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castit (Catechismo C. C., 2350).
Accanto a queste categorie di persone ve ne sono tante altre, che sono tutte chiamate a vivere la virt della castit, propria di ogni battezzato. Anche le vedove e i vedovi, come pure le persone sole, sempre pi numerose nella societ moderna, sono invitate da Dio sulla via della castit, che non  rinuncia all'amore, ma piuttosto una chiamata a vivere l'amore come dono del cuore.

Il vizio della lussuria degrada la persona.

Quando non regna la castit domina la lussuria. Fra i sette vizi capitali questo  uno dei pi insidiosi e dei pi devastanti sul piano personale, familiare e sociale. Esso infatti, come osserva l'apostolo Paolo, tocca l'intimo della persona, minandone la dignit e l'equilibrio. La definizione della lussuria da parte dei manuali di morale  molto asciutta. Viene descritta come un desiderio disordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo, il quale viene ricercato al di fuori delle finalit di procreazione e di unione.
In realt la lussuria viene comunemente sperimentata come un'angosciosa schiavit. Gran parte della letteratura universale si alimenta a questa esperienza spesso tempestosa degli uomini, che tocca un aspetto fondamentale della loro vita. Anzi, potremmo dire che le vicende sentimentali, emotive e sessuali assorbano gran parte della vita umana.
La lussuria, lasciata a se stessa, avvolge l'uomo in una spirale vorticosa che non di rado ipoteca l'intera esistenza, sconquassandola e non di rado distruggendola.  pressoch impossibile dare una descrizione completa e specifica delle deviazioni morali a cui la lussuria e l'amore vagabondo danno origine. Nessun manuale, per quanto spregiudicato e dettagliato, riuscir mai a rappresentare la triste realt delle perversioni a cui questo vizio conduce gli uomini.
Tuttavia, caro amico, un tentativo per esporre le offese pi gravi alla virt della castit va fatto, sia pure con la consapevolezza che si tratta di indicazioni piuttosto sommarie.  infatti utile, sotto il profilo pedagogico e in vista del sacramento della confessione, sottolineare alcuni aspetti, fra i pi frequenti e quotidiani, del vizio della lussuria, senza per pretendere di esaurirne le molteplici manifestazioni.
La masturbazione, sia maschile come femminile, viene assai spesso presentata dai mass media e da non pochi educatori come una pratica innocua sotto il profilo psicologico e irrilevante sotto il profilo morale. Anzi, non manca chi la raccomanda ai ragazzi e ai giovani come un fattore positivo di crescita. Nulla di pi falso e di meno aderente alla realt. Questa eccitazione volontaria degli organi genitali al fine di trarne un piacere venereo, come la definiscono gli specialisti di morale, innesca una forma di schiavit dalla quale, colui che ne ha contratto l'opprimente abitudine, non riesce se non con molta fatica a liberarsi. La pratica della masturbazione rende schiavi del proprio corpo. Si tratta di una forma di dipendenza fsica e psicologica che comprime la personalit, facendola ripiegare su se stessa. La persistenza della masturbazione  indice di una personalit immatura.
Sotto il profilo pastorale non bisogna stancarsi di esortare e di incoraggiare chi  rimasto prigioniero di questo vizio deprimente, finch, con l'aiuto della grazia, non se ne sia del tutto liberato. In particolare  necessario prevenirlo, presentando, fin dai primi anni della crescita, il valore della purezza e il significato della sessualit nel disegno di Dio. Non possiamo aspettarci che, nell'attuale societ licenziosa, i nostri ragazzi e le nostre ragazze si orientino da soli verso i valori della purezza del cuore e del corpo. Hanno bisogno di insegnamenti e di esempi convincenti.
Per quanto riguarda la valutazione morale, sia il magistero della Chiesa - nella linea di una tradizione costante - sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione  un atto intrinsecamente e gravemente disordinato... Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilit morale dei soggetti e per orientare l'azione pastorale, si terr conto dell'immaturit affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato di angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che attenuano se non addirittura riducono al minimo la colpevolezza morale (Catechismo C. C., 2352).
La fornicazione nel suo significato specifico viene definita l'unione carnale tra un uomo e una donna'liberi, al di fuori del matrimonio. La sottolineatura del fatto che si tratta di persone libere, cio senza vincoli matrimoniali,  per distinguere, sotto il profilo morale, il peccato di fornicazione da quello di adulterio.
Per una valutazione morale della fornicazione tieni presente il principio chiave della morale sessuale, secondo il quale gli atti sessuali sono leciti soltanto all'interno del matrimonio, in quanto sono espressivi di un patto stabile di amore e sono orientati alla procreazione. In questa luce la fornicazione appare gravemente contraria alla legge morale. La gravit  ancora maggiore quando vi sia la corruzione di giovani.
In particolare i fidanzati devono vigilare nel tempo di grazia che li prepara al matrimonio. Tanto pi il loro matrimonio sar fondato su Ges Cristo quanto pi il tempo del loro fidanzamento sar vissuto secondo la volont del divino Maestro.
La pornografia  una delle piaghe sociali pi vergognose e preoccupanti, aggravata dal fatto che ora arriva direttamente nelle case per mezzo della televisione o di internet, che sono alla portata anche dei pi piccoli. La pornografia consiste nell'esibizione a terze persone del proprio corpo o di atti sessuali reali o simulati. Non vi  dubbio che le persone che si esibiscono, come quelle che ne fanno oggetto di commercio e infine il pubblico che vi attinge, danno origine a un miserabile spettacolo di degradazione morale, fino a suscitare ripugnanza in qualsiasi persona che ha ancora acceso in s il lume della coscienza.
La pornografa  colpa grave, perch lede gravemente la dignit di coloro che vi si prestano (attori, commercianti, pubblico). Le autorit civili devono impedire la produzione e la diffusione di materiali pornografici (Catechismo C. C., 2354).
La prostituzione  una delle pi gravi piaghe sociali del nostro tempo. Nei paesi pi ricchi assume anche l'aspetto di un vile sfruttamento delle donne dei paesi pi poveri, spesso ridotte in schiavit con l'inganno. La sua impressionante estensione  un inequivocabile indice del degrado morale della societ edonistica e materialistica del nostro tempo. La prostituzione rappresenta oggi una delle pi odiose forme di sfruttamento dell'essere umano che la storia ricordi. Non poche responsabilit hanno le autorit pubbliche che non sanno o non vogliono fare nulla, se non per sradicare, almeno per arginare il fenomeno. Colpisce fra l'altro il fatto che i movimenti femministi si lavino le mani di fronte a una cos vergognosa violazione della dignit della donna.
Oltre alla donna (assai pi raramente gli uomini) la prostituzione colpisce i bambini e gli adolescenti. Si tratta di un fenomeno che sta dilagando a macchia d'olio, mediante il turismo sessuale, i siti internet e altre forme di adescamento, attraverso le quali anime innocenti vengono date in pasto a lupi rapaci. Si ha l'impressione che la societ non voglia guardare in faccia con coraggio a una realt assai pi degradata di quanto non si pensi. Persino nella propria famiglia a volte bambini e bambine non possono stare tranquilli. La verit  che, quando gli uomini non imparano a dominare se stessi e le proprie inconfessabili passioni, sono pronti a compiere qualsiasi misfatto pur di soddisfarle.
La gravit morale della prostituzione  evidente. E un peccato che riguarda in primo luogo colui che paga e coloro che la sfruttano. Se si tratta di bambini o di adolescenti, il peccato  anche uno scandalo. Diversa  invece la valutazione morale per coloro che si danno alla prostituzione. Bench il fatto di prostituirsi sia sempre gravemente peccaminoso, tuttavia occorre tenere conto delle condizioni soggettive. L'imputabilit della colpa pu essere attenuata dalla miseria, dal ricatto e dalla pressione sociale (Catechismo C. C., 2355).
Lo stupro, fra i peccati sessuali,  uno dei pi odiosi e giustamente l'opinione pubblica  sensibile a questo problema. Nello stupro la lussuria si mescola alla violenza, dando origine a una miscela che a torto si chiamerebbe bestiale, visto che il comportamento sessuale degli animali  esemplarmente guidato dall'istinto. Forse sarebbe pi giusto dire che nello stupro vi  qualcosa di satanico. Infatti si entra con violenza nell'intimit sessuale di una persona, violando gravemente la giustizia e la carit.
Lo stupro lede profondamente il diritto di ciascuno al rispetto, alla libert, all'integrit fisica e morale. Arreca un grave danno, che pu segnare la vittima per tutta la vita.  sempre un atto intrinsecamente cattivo. Ancora pi grave  lo stupro commesso da parte di parenti stretti (incesto) o di educatori ai danni degli allievi che sono loro affidati (Catechismo C. C., 2356).

Anche le persone omosessuali sono chiamate alla castit.

Una riflessione particolare merita il problema della omosessualit, oggi molto dibattuto, e che riguarda un numero non trascurabile di uomini e donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Bench sotto un profilo puramente psicologico le tendenze omosessuali rimangano in gran parte inspiegabili, da un'angolatura di fede si pu affermare che l'omosessualit faccia parte di quei molteplici disordini contratti dalla natura umana, ferita dal peccato originale, i quali, per quanto possibile, vanno sanati con l'aiuto della grazia.
In questo campo, forse ancora pi che in altri, va fatta un'attenta distinzione fra il peccato e il peccatore. Non vi  dubbio infatti che la Sacra Scrittura presenti le relazioni omosessuali come gravi depravazioni. In particolare san Paolo usa parole di fuoco al riguardo (cfr. Rjomani 1, 24-27). A sua volta l'insegnamento della Chiesa ha costantemente dichiarato che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, in quanto sono contrari alla legge naturale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ribadisce che in nessun caso possono essere approvati (2357).
Una volta messo in luce che l'omosessualit  un disordine della natura umana malata, occorre usare la necessaria carit verso quelle persone che hanno tendenze omosessuali innate e che quindi non hanno scelto la loro condizione omosessuale. Anzi non poche di loro vivono con grande sofferenza la loro situazione esistenziale, che costituisce indubbiamente una prova non facile da affrontare.
Perci devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviter ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volont di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficolt che possono incontrare in conseguenza della loro condizione (Catechismo C. C., 2358).
L'atteggiamento del confessore o del direttore spirituale riguardo alle persone omosessuali dovr essere improntato a quell'ottimismo che deriva dalla forza della grazia, ottenuta mediante la preghiera e i sacramenti. Come per gli innumerevoli disordini della natura umana colpita dalla catastrofe originale, anche per l'omosessualit si deve usare la medicina della grazia e della buona volont.
Non bisogna dare per scontato che le situazioni di peccato siano irreversibili, ma al contrario occorre aprire il cuore alla speranza. Anche le persone omosessuali vanno incoraggiate alla pratica della castit. Anche per loro vige la legge del combattimento spirituale, il cui esito, per chi  perseverante,  il conseguimento della vittoria. Attraverso le virt della padronanza di s, educatrici della libert interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana (Catechismo C. C., 2359).

La sessualit umana  ordinata al matrimonio.

Abbiamo gi messo in luce che l'essere umano, in quanto maschio e femmina,  stato creato ad immagine di Dio, il quale, nella sua intima natura,  un rapporto interpersonale di amore. L'uomo e la donna realizzano questa comunione reciproca di amore donandosi totalmente e stabilmente nel matrimonio. La loro sessualit e gli atti che la caratterizzano sono l'espressione sensibile ed esteriore di una donazione interiore che nasce dalle profondit della loro persona. La reciproca appartenenza per quanto riguarda il corpo, tanto da essere una carne sola, presuppone da parte degli sposi lo sforzo costante di realizzare un'unione dei cuori e delle anime.  l'amore pi forte della morte che d origine a una comunione totale che dura tutta la vita.
In questa luce di donazione interpersonale definitiva e irrevocabile gli atti, con i quali i coniugi si uniscono in casta intimit, sono onorevoli e degni e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la reciproca donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 49). Il Creatore stesso... ha stabilito che nella reciproca donazione fsica totale gli sposi provino un piacere ed una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere. Accettano ci che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione (Pio XII, discorso del 29 ottobre 1951).
Come ti sarai reso conto  l'amore sponsale a illuminare e a rendere ragione della sessualit umana. Fuori di esso e senza di esso la sessualit rischia di essere banalizzata e degradata. Ci non significa tuttavia che si possono realizzare come persone soltanto coloro che si sposano. Non esiste infatti soltanto l'amore sponsale, Ges Cristo ci ha mostrato orizzonti assai pi vasti dell'amore, che vanno ben al di l dei confini della carne e del sangue. In particolare ci ha svelato la vastit infinita dell'amore di Dio che si realizza nelle sfumature pi delicate dell'amore per i fratelli. Tuttavia non vi  dubbio che  soltanto nell'amore sponsale che la sessualit umana trova il suo compimento e la realizzazione dei suoi fini, che sono la reciproca comunione degli sposi e il bene dei figli.
Occorre sottolineare che anche l'amore sponsale ha una dimensione soprannaturale. Un amore che si realizzi come dono per tutta la vita, nel rispetto e nella fedelt, ha bisogno di essere sostenuto e purificato dalla grazia divina. Oggi con colpevole disinvoltura si mette fine al patto solenne del matrimonio adducendo come scusa che ormai non c' pi l'amore degli inizi. In realt l'amore carnale, lasciato a se stesso, non sfugge alle tentazioni dell'egoismo, del calcolo e dell'interesse. L'amore carnale  labile, inaffidabile e vagabondo. Prende senza dare e rifugge dalle responsabilit. In realt spesso si chiama amore ci che  solo l'effimera passione di un cuore che non sa assumersi il nobile compito di voler bene. La maturazione della persona nella dimensione umana e soprannaturale dell'amore  assolutamente necessaria perch si realizzi quella comunione totale di vita che  il matrimonio.

L'amore sponsale  fedele.

Quando un uomo e una donna contraggono il sacramento del matrimonio, nel quale Ges Cristo stesso li unisce per tutta la vita come marito e moglie, essi, col loro irrevocabile consenso, stipulano un'alleanza che non possono infrangere e che impone l'obbligo di conservarsi fedeli l'uno all'altro finch non intervenga la morte di uno di loro.
La fedelt matrimoniale consiste nel mantenere fede alla parola data solennemente davanti a Ges Cristo e alla Chiesa. Essa comporta la costanza nell'amore reciproco, secondo il comando stesso di Ges: L'uomo non separi ci che Dio ha unito (Marco 10, 9). Come Dio  fedele, cos gli sposi devono essere fedeli nell'amore che si scambiano. Essi divengono cos immagine della fedelt senza ripensamenti e senza riserve con cui Ges ama la sua Chiesa.
L'impegno assunto di essere fedeli impone ai coniugi l'obbligo di conservare l'unit e la indissolubilit della loro unione sponsale.
Unit significa che nessun'altra persona deve inserirsi a incrinare e a macchiare il patto di amore contratto dagli sposi. Questo comporta da parte di ambedue una grande vigilanza sul proprio cuore, affinch la serpe infernale non insinui, con le sue arti raffinate, il veleno che raffredda e distrugge l'amore reciproco, facendo deviare il cuore e i sentimenti verso le vie tortuose dell'inganno, della doppiezza e "dell'infedelt. La doppia vita che caratterizza non poche situazioni matrimoniali  ad immagine e somiglianza del menzognero, il cui scopo  quello di dividere e di distruggere le coppie, come gi fece con la prima, che pure era stata elevata in grazia e santit.
L'infedelt coniugale, a volte iniziata con leggerezza e sotto le ingannevoli spoglie dell'amicizia, non di rado sfocia nell'adulterio. Quando due partner, di cui almeno uno  sposato, intrecciano tra loro una relazione sessuale, anche episodica, commettono un adulterio. Cristo condanna l'adulterio anche se consumato con il semplice desiderio (cfr. Matteo 5, 27-28). Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l'adulterio in modo assoluto (cfr. Matteo 5, 32; 1 Corinzi 7, 10-11). I profeti ne denunciano la gravit. Nell'adulterio essi vedono simboleggiato il peccato di idolatria (cfr. Osea 2, 7) (Catechismo C. C., 2380).
La gravit dell'adulterio, sia sotto il profilo umano come da un punto di vista soprannaturale, non ti deve sfuggire, anche se oggi la pseudomorale propinata dai mass media fa di tutto per farlo passare come un comportamento normale e accettabile. In realt la persona adultera viene meno agli impegni di fedelt assunti nel giorno del matrimonio e lede i diritti dell'altro coniuge, commettendo nei suoi confronti una grave ingiustizia. Anche nel caso ipotetico che i due coniugi fossero consenzienti ai loro reciproci adulteri, la gravit non sarebbe per questo sminuita, in quanto si  di fronte alla violazione dell'istituto divino del matrimonio e del patto di alleanza che lo fonda. Viene inoltre compromesso il bene della generazione umana e dei figli i quali hanno bisogno dell'unione stabile dei genitori.
Indissolubilit significa che tra i battezzati cattolici il matrimonio rato e consumato non pu essere sciolto da nessuna potest umana e per nessuna causa, eccetto la morte (Codice di diritto canonico, 1141). La parola rato qui sta a significare il matrimonio validamente contratto. A questo riguardo  opportuno precisare che i tribunali ecclesiastici non annullano i matrimoni, come volgarmente si usa dire, ma ne dichiarano la nullit, nel senso che dichiarano il matrimonio stesso come mai avvenuto, per ragioni che la legge ecclesiastica specifica (ad es. immaturit, inganno, vizi di forma ecc.). La parola consumato sta a indicare gli atti sessuali con i quali gli sposi si uniscono e che per loro natura ribadiscono il s col quale  stato stipulato il patto nuziale.
La ragione per cui il matrimonio fra battezzati  indissolubile va ricercata nella volont originaria di Dio creatore, alla quale Ges fa riferimento quando abolisce le tolleranze che erano state introdotte col passar del tempo dalla legge mosaica (cfr. Matteo 19, 7-9). La parola di Ges: L'uomo non separi ci che Dio ha unito, risuona con una forza e una assolutezza che non ammettono n sconti, n eccezioni. La grandezza del matrimonio cristiano e la sua figura dell'amore fra Cristo e la Chiesa vengono indubbiamente evidenziate dalla grande responsabilit di fronte alla quale si trovano coloro che lo contraggono.
Tuttavia si tratta di un cammino a due impegnativo e difficile. L'amore e l'unit della coppia non sono dati una volta per tutte, ma costituiscono una conquista quotidiana. L'amore degli sposi cresce nella misura in cui avanzano insieme nel cammino di santit, ma nel medesimo tempo pu anche regredire e spegnersi, nella misura in cui si indebolisce la vita di fede e cade la tensione morale. Il fallimento di non pochi matrimoni sta a indicare non soltanto una fragilit di carattere psicologico, ma anche e soprattutto un affievolimento di quel fervore di vita cristiana che  la vera sorgente da cui la coppia trae la forza per vincere le difficolt.
La separazione degli sposi con la permanenza del vincolo matrimoniale pu essere legittima in certi casi contemplati dal Diritto canonico (1151-1155). Se il divorzio civile rimane l'unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, pu essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale (Catechismo C. C., 2383).
Fra i casi contemplati dal Diritto canonico perch si possa procedere legittimamente alla separazione vi  l'adulterio o altre situazioni difficili che rendono gravosa la vita in comune, compromettendo sia il bene spirituale come corporale dell'altro coniuge o della prole. Tuttavia, cessata la causa della separazione, si deve operare per ricostituire la convivenza coniugale.
Il divorzio  una grave offesa alla legge naturale, in quanto infrange un patto liberamente stipulato fra gli sposi di vivere l'uno con l'altro fino alla morte e, nel medesimo tempo,  un'offesa all'Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale  segno. La sua immoralit deriva anche dal disordine che introduce nella cellula familiare e nella societ. Tale disordine genera gravi danni: per il coniuge, che si trova abbandonato; per i figli, traumatizzati dalla separazione dei genitori, e sovente contesi fra questi; per il suo effetto contagioso, che lo rende una vera piaga sociale (Catechismo C. C., 2384; 2385).
Non pochi divorziati non esitano a contrarre un nuovo vincolo nuziale, accrescendo in questo modo la gravit della rottura, anche se esso  riconosciuto dalla legge civile. Infatti il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente (Catechismo C. C., 2384). Questo  fin dal principio l'insegnamento di Ges Cristo e della Chiesa.
Se i battezzati avessero davanti agli occhi la gravit morale di queste situazioni, non le affronterebbero con la superficiale disinvoltura che caratterizza la nostra generazione. Al riguardo osserva san Basilio di Cesarea: Se il marito, dopo essersi separato dalla propria moglie, si unisce ad un'altra donna,  lui stesso adultero, perch fa commettere un adulterio a tale donna; e la donna che abita con lui  adultera, perch ha attirato a s il marito di un'altra.
Naturalmente pu avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pronunciato dalla legge civile. Questi allora non contravviene alla norma morale. C' infatti una differenza notevole tra il coniuge che si  sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacramento del matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un matrimonio canonicamente valido (Catechismo C. C., 2386). Tuttavia, anche nel caso che fosse innocente, il coniuge che contraesse nuove nozze, si troverebbe comunque in una condizione di adulterio.
Ti rendi conto che il matrimonio, cos come  stato voluto da Dio creatore e Cristo redentore,  un progetto di vita altamente impegnativo, realizzandoli quale, con la buona volont e l'aiuto della grazia, gli sposi percorrono una via certa di santit.
Purtroppo nel nostro tempo, anche fra i cattolici, assistiamo al fallimento di numerose famiglie, le quali ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa al riguardo non pu che essere fedele alla parola di Cristo che dice: Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio (Marco 10, 11-12). La Chiesa quindi non pu riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio.
Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perci essi non possono accedere alla comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilit ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della penitenza non pu essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'alleanza e della fedelt a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza (Catechismo C. C., 1650).
A non pochi queste direttive della Chiesa sembrano eccessivamente severe, ma a questo riguardo occorre considerare che la Chiesa  la serva obbediente della Parola del suo Signore, il quale ci addita la grandezza e la santit del mistero dell'unione sponsale, che gli occhi della nostra carne, indebolita e accecata dalle passioni, non riescono a vedere. In realt la Chiesa, a costo di andare controcorrente, tiene alta la bandiera del progetto di Dio sull'uomo e sulla donna in un mondo che invece lo banalizza, causando gravi danni alle persone e alla societ.
Le comunit cristiane tuttavia non devono lasciare soli i fratelli divorziati e risposati, che, nonostante la situazione in cui vivono, vogliono conservare la fede ed educare cristianamente i loro figli. I sacerdoti e tutta la comunit devono dare prova di una attenta sollecitudine affinch essi non si considerino separati dalla Chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati.
Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carit e alle iniziative della comunit a favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare cos, di giorno in giorno, la grazia di Dio (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84).

L'amore sponsale  fecondo.

L'amore coniugale che gli sposi si scambiano tende per sua natura ad essere fecondo. In questo l'amore sponsale  immagine dell'amore creatore di Dio. Il Concilio Ecumenico Vaticano II afferma che nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerata come la loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori di Dio creatore e come suoi interpreti. E perci adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilit (Gaudium et spes, 50). La fecondit  nel medesimo tempo un dono e un fine del matrimonio. L'atto coniugale per sua natura ha un significato unitivo e procreativo nello stesso tempo. Il papa Paolo VI ha ribadito che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla vita (Humanae vitae).
Tuttavia gli sposi per motivi validi possono distanziare le nascite dei loro figli, purch questo loro desiderio non sia un calcolo egoistico, ma sia guidato da una prudente e generosa valutazione alla luce della volont di Dio. Anche per quanto riguarda il numero dei figli  necessario prendere le decisioni avendo fiducia nella Provvidenza divina, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo.  necessario tenere presente che il servizio alla vita  uno dei due fini fondamentali del matrimonio e non pu essere disinvoltamente sacrificato ad altri obiettivi meno importanti. L'ottimismo della fede aiuter anche a vincere le paure del futuro che spesso rinchiudono la coppia in una solitudine sterile e angosciosa.
Per quanto riguarda la regolazione delle nascite, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi (Gaudium et spes, 51). La continenza periodica, i metodi di regolazione delle nascite basati sull'auto-osservazione e il ricorso ai periodi infecondi sono conformi ai criteri oggettivi di moralit. Tali metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la loro tenerezza e favoriscono l'educazione ad una libert autentica. Al contrario,  intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione (Catechismo C. C., 2370).
Ti rendi conto che la moralit richiesta nel matrimonio  molto impegnativa e ha bisogno della preghiera e dell'aiuto della grazia. Si tratta di percorrere il cammino della castit matrimoniale che  una vera e propria via alla santit. Ma  proprio nello sforzo congiunto degli sposi per realizzare il progetto di Dio che si scopre tutta la bellezza e la grandezza del matrimonio e della famiglia. Tutto ci che  sublime ha un prezzo e non vi  dubbio che la famiglia monogamica  uno dei pi grandi doni che Dio abbia fatto all'umanit.
Per quanto riguarda la delicata questione dei metodi di regolazione delle nascite, che costituisce una non piccola difficolt per tante coppie, occorre tenere presente il consiglio del papa Paolo VI ai sacerdoti e in particolare ai confessori: Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo  eminente forma di carit verso le anime. Ma ci deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bont di cui il Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare. Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone. Nelle loro difficolt, i coniugi ritrovino sempre nella parola e nel cuore del sacerdote l'eco della voce e dell'amore del Redentore (Humanae vitae, 29).

I figli sono un grande dono di Dio.

I figli sono indubbiamente il pi grande dono del matrimonio. Nel mettere al mondo una persona umana i genitori assurgono alla dignit di cooperatori di Dio creatore. Per questo la Sacra Scrittura e la Chiesa vedono nelle famglie numerose un segno della benedizione divina e nel medesimo tempo anche della generosit dei genitori. Tuttavia i figli non sono qualcosa di dovuto, come se si trattasse di un oggetto di propriet a cui avere diritto in ogni modo. Non esiste un diritto al figlio, ma piuttosto sono i figli ad avere il diritto di essere il frutto dell'atto specifico dell'amore coniugale dei suoi genitori e anche il diritto di essere rispettato come persona dal momento del suo concepimento (Donum vitae, 11, 8).
Nella Sacra Scrittura  anche viva l'eco di dolore delle coppie sterili. Dammi dei figli, se no io muoio, grida Rachele al marito Giacobbe (Genesi 30, 1). Per questo le ricerche finalizzate a guarire la sterilit umana sono da incoraggiare, purch si muovano nell'ambito della legge naturale. In questo campo il cristiano deve fare attento discernimento fra ci che  conforme alla volont e al progetto di Dio e ci che non lo .
Le tecniche che provocano una dissociazione dei genitori, per l'intervento di una persona estranea alla coppia (dono di sperma, di ovocita, prestito dell'utero), sono gravemente disoneste. Tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali eterologhe) ledono il diritto al figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui e tra loro legati dal matrimonio. Tradiscono il diritto esclusivo degli sposi a divenire padre e madre soltanto l'uno attraverso l'altro (Donum vitae, 11, 22).
Praticate in seno alla coppia, tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiali omologhe) sono, forse, meno pregiudizievoli, ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano l'atto sessuale dall'atto creatore. L'atto che fonda l'esistenza dei figli non  pi un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bens un atto che affida la vita e l'identit dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura il dominio della tecnica sull'origine e il destino della persona umana (Donum vitae, 11, 5).
Tuttavia la sterilit fisica non  male assoluto. Le coppie che, dopo aver esaurito i legittimi ricorsi alle risorse della medicina, soffrono di sterilit, si uniranno alla croce del Signore sorgente di ogni fecondit spirituale. Essi possono mostrare la loro generosit adottando bambini abbandonati, oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo (Catechismo C. C., 2379).
Non di rado, come ci insegna la Scrittura, il Signore esaudisce la preghiera insistente delle coppie sterili, rivolta con l'insistenza della fede. Che mi darai?  chiede Abramo a Dio.  Io me ne vado senza figli... (Genesi 15, 2). Sappiamo come Dio abbia ascoltato l'accorata invocazione di Abramo contro ogni possibilit della natura. E proprio nell'esaudire la preghiera delle coppie sterili che Dio ci mostra che i figli sono un dono del suo amore.

Altre offese alla dignit del matrimonio.

Oltre all'adulterio e al divorzio, che abbiamo gi evidenziato nella loro malizia morale,  necessario segnalare alcune altre offese alla santit del matrimonio in quanto istituzione divina.
Innanzi tutto la poligamia, oggi ancora diffusa in alcune regioni della terra e ammessa da religioni importanti come l'Islam. La poligamia  in evidente contrasto con la legge morale, perch nega in modo diretto il disegno di Dio quale ci viene rivelato alle origini. Essa infatti  contraria alla pari dignit personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un amore totale e perci stesso unico ed esclusivo (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 19).  indubbiamente un dramma quello vissuto da chi desidera convertirsi al vangelo e si vede obbligato a ripudiare una o pi donne con cui ha condiviso anni di vita coniugale. Tuttavia  un passo che deve fare, mantenendo il grave dovere di rispettare, per giustizia, gli obblighi contratti nei confronti di quelle donne che erano sue mogli, e dei suoi figli (Catechismo C. C., 2387).
L'incesto  una colpa particolarmente grave, in quanto riguarda relazioni intime tra parenti o affini, a un grado che impedisce tra loro il matrimonio. Si tratta di un disordine morale che corrompe le relazioni familiari e che segna un regresso verso l'animalit. San Paolo al riguardo usa parole di fuoco: Si sente dovunque parlare d'immoralit fra voi... al punto che uno convive con la moglie di suo padre... Nel nome del Signore nostro Ges... questo individuo sia dato in balia di satana per la rovina della sua carne... (1 Corinzi 5, 1.5-5). Affini all'incesto sono gli abusi sessuali commessi da adulti su fanciulli o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa , al tempo stesso, uno scandaloso attentato alla integrit fsica e morale dei giovinetti, i quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed  altres una violazione della responsabilit educativa (Catechismo C. C., 2388).
La libera unione si verifica quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimit sessuale. L'espressione in se stessa  fuorviante perch non si pu certo parlare di unione quando due persone non si impegnano l'una nei confronti dell'altra e manifestano in questo modo una mancanza di fiducia nell'altro partner, in se stesso o nell'avvenire.
L'espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacit di legarsi con impegni a lungo termine. Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignit del matrimonio; distruggono l'idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedelt. Sono contrarie alla legge morale: l'atto sessuale deve essere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale ( Catechismo C. C., 2390).
Anche il cosiddetto diritto alla prova, che non pochi reclamano quando c' l'intenzione di sposarsi, non  moralmente ammissibile. Infatti l'unione carnale in se stessa  significativa di un patto di alleanza indissolubile e di un dono definitivo. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti non consentono di assicurare, nella sua sincerit e fedelt, la relazione interpersonale di un uomo e una donna e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci. L'amore umano non ammette la prova, ma esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro, che si realizza nel momento del matrimonio, per continuare con rinnovata freschezza durante l'intera vita.


Capitolo 7. - Settimo comandamento: NON RUBARE.

La fame di mondo

Il settimo comandamento si propone di mettere un argine a una delle tendenze pi selvaggiamente disordinate della natura umana, che  l'attaccamento alle cose materiali e in particolare al denaro, per avere il quale gli uomini sono pronti a commettere anche le ingiustizie pi gravi, fino a uccidere i fratelli o a sterminare i popoli. L'avidit  alla radice di innumerevoli mali sociali, i pi gravi dei quali sono le guerre di ogni genere e specie, che hanno accompagnato con un fiume di sangue l'avventura dell'uomo sulla terra.
La malizia morale dell'avidit non riguarda per soltanto i rapporti dell'uomo col suo prossimo, ma anche e soprattutto quelli con Dio. Infatti, pur di nutrirsi di mondo, l'uomo soffoca la sua fame di Dio. L'avere e il possedere diventano lo scopo della sua vita. Non  di poco conto che Ges ponga un'alternativa cos netta fra Dio e mammona. Il denaro infatti prende nel cuore il posto di Dio. Al denaro si chiede quella felicit e quella sicurezza che soltanto il Padre celeste pu donare all'uomo. La cupidigia e l'avarizia sono quindi una forma di idolatria, come afferma con grande severit l'apostolo Paolo (cfr. Efesini 5, 4), ed  tale la sua gravit da escludere dal Regno di Dio (cfr. 1 Corinzi 6, 10).
La Bibbia non demonizza la ricchezza. In ultima istanza le ricchezze della terra sono un dono del Creatore all'umanit. La loro abbondanza testimonia la bont e la generosit dell'Onnipotente. Tuttavia la Parola di Dio mette in guardia dalle ricchezze. Esse possono conquistare il cuore, generando l'illusione di forza, di potenza e di sicurezza. In realt esse passano e ogni uomo arriver povero e indifeso di fronte alla morte. Perci il salmista esorta: Se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore (Salmi 62, 10). La vera ricchezza  Dio. Da lui viene quella benedizione che  la vera garanzia per la vita dell'uomo sulla terra.
Difendere il cuore dal fascino idolatra della ricchezza  il primo grande insegnamento biblico. Di qui il significato della beatitudine proclamata da Ges: Beati i poveri di spirito. Infatti a poco servirebbe la povert materiale, se nel fondo del cuore albergassero l'avidit, l'invidia e il desiderio della roba altrui. L'altro grande insegnamento biblico riguarda la condivisione delle ricchezze. Esse, nella prospettiva della fede, sono un dono di Dio, al quale tutti sono chiamati a partecipare. Colui che possiede beni in abbondanza ha quindi il dovere di giustizia e di carit di aiutare chi ne  privo.
La parabola del ricco vestito di porpora e del povero Lazzaro  un ammonimento per i singoli e per i popoli che durer fino alla fine del mondo. Il Guai a voi, ricchi non  una condanna della ricchezza, ma del suo uso egoistico. Va presa con la pi grande seriet. La Bibbia afferma che Dio stesso interviene in difesa dei poveri, come canta la Vergine Maria nel Magnificat: Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (Luca 1, 53).

I beni della terra sono un dono di Dio all'intera umanit.

Per quanto riguarda i beni della terra, che stanno tanto a cuore agli uomini, la prima considerazione da fare  che essi sono abbondanti e che Dio non ha certo lesinato all'umanit ogni genere di risorsa. La straordinaria generosit di Dio nel donare all'uomo dei beni materiali pressoch illimitati deve farci riflettere sul nostro egoismo e sulla nostra mancanza di gratitudine. Le risorse di cui Dio ha dotato l'umanit, se sfruttate con intelligenza e responsabilit, possono soddisfare le esigenze di una popolazione umana molte volte superiore all'attuale. Perch dunque tante persone mancano del necessario per una vita dignitosa?
Una seconda e non meno importante considerazione da fare riguarda la destinazione dei beni della terra a tutta l'umanit nel suo complesso. Sappiamo come una delle questioni pi dibattute nel secolo appena trascorso, sia a livello sociale come a quello politico, riguardi il rapporto fra la propriet collettiva dei beni e la propriet privata. Il comunismo e il capitalismo sono stati due tentativi di risposta, fra loro opposti, a questa questione fondamentale. La caduta del comunismo, almeno in Europa, ha dato via libera al capitalismo che sta diventando un sistema globale, dove gran parte delle risorse sono concentrate nelle mani di pochi e dove non mancano forme di nuova schiavit e di nuova emarginazione. La globalizzazione, che si sta imponendo con irruenza e con forza come fattore caratterizzante il terzo millennio, accanto ad aspetti positivi, solleva interrogativi e preoccupazioni, come quelli riguardanti le nuove possibili forme di colonialismo.
In questo quadro acquista un valore particolare uno dei punti cardine della dottrina sociale della Chiesa. Si tratta dell'affermazione secondo cui la terra e tutte le sue risorse sono in primo luogo affidate da Dio non ad alcuni singoli, ma all'umanit nel suo complesso, affinch ne prenda cura, la domini con il suo lavoro e ne goda i frutti (cfr. Genesi 1, 26-29). In altre parole, i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano (Catechismo C. C., 2402).
Questo principio non annulla il diritto alla propriet privata, ma ribadisce che, come sottolinea il Concilio Vaticano II, l'uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri (Gaudium et spes, 69). L'insegnamento della Chiesa vuole evitare le forzature sia del collettivismo come del capitalismo, affermando che la destinazione comune dei beni e il diritto della propriet privata possono essere armonizzati. La destinazione universale dei beni rimane comunque un dato primario. Infatti l'umanit  una famiglia e la terra  la casa comune di tutti.

La propriet privata dei beni  legittima.

Accanto alla destinazione comune dei beni, la dottrina sociale della Chiesa riconosce il valore della propriet privata. Essa trova il suo fondamento morale nella dignit stessa della persona umana, in quanto la propriet privata garantisce la libert dei singoli e permette loro di soddisfare i loro bisogni fondamentali e quelli delle persone che sono affidate alla loro responsabilit. Inoltre la propriet privata consente meglio la realizzazione dei propri talenti personali. In quanto frutto del proprio lavoro, o in quanto ricevuta da altri in eredit o in dono,  un diritto indiscutibile della persona.
Tuttavia la propriet privata, nella dottrina della Chiesa, non  un diritto assoluto. Essa deve avere sempre un valore sociale, nel senso che non pu prescindere dalla naturale solidariet che vige fra tutti gli uomini. La propriet di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri e, in primo luogo, con i propri congiunti (Catechismo C. C., 2404).
Da questo principio consegue che chi ha dei beni di produzione deve provvedere perch il loro uso vada a vantaggio del maggior numero di persone possibile. Chi ha dei beni di uso e di consumo deve usarne con moderazione, riservando parte di essi a chi ne ha bisogno.
A sua volta lo Stato ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di propriet in funzione del bene comune (Catechismo C. C., 2406).

Il settimo comandamento proibisce il furto.

Il comando di Dio Non rubare suona come una chiara proibizione del furto, inteso come l'appropriazione di un bene altrui contro la ragionevole volont del proprietario. Se il consenso del proprietario  implicito o pu essere presunto, allora non c' furto. Allo stesso modo non c' violazione del comandamento se il rifiuto del proprietario di concedere un bene non  ragionevole. Infatti si possono dare casi di necessit urgente ed evidente, in cui l'unico mezzo per soddisfare bisogni immediati ed essenziali, come il cibo, il vestito, un rifugio ecc.,  quello di disporre e di usare dei beni altrui. In queste situazioni particolari infatti entrano in campo altri principi morali di cui tenere conto, come il valore e la dignit di una persona in stato di necessit e la destinazione universale dei beni.
Le modalit nelle quali pu concretizzarsi il prendere o il tenere ingiustamente i beni del prossimo sono molteplici. Esse sono sempre contrarie al comandamento di Dio, anche se sono permesse dalla legge civile. In questo senso il cristiano deve avere una coscienza vigile e lasciarsi guidare nel suo agire dalla virt cardinale della giustizia.
Sono perci violazioni della legge di Dio anche il tenere deliberatamente cose avute in prestito o oggetti smarriti; commettere frode nel commercio, pagare salari ingiusti; alzare i prezzi, speculando sull'ignoranza o sul bisogno altrui. Sono pure moralmente illeciti: la speculazione, con la quale si agisce per far artificiosamente variare la stima dei beni, in vista di trarne un vantaggio a danno di altri; la corruzione, con la quale si svia il giudizio di coloro che devono prendere decisioni in base al diritto; l'appropriazione e l'uso privato dei beni sociali di un'impresa; i lavori eseguiti male, la frode fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero. Arrecare volontariamente danno alle propriet private o pubbliche  contrario alla legge morale ed esige il risarcimento (Catechismo C. C., 2409).
Nello svolgimento della vita economica e sociale una parte considerevole hanno le promesse e soprattutto i contratti. Si tratta di contratti commerciali di vendita o di acquisto, di affitto o di lavoro, stipulati fra persone fsiche o morali. La virt morale della giustizia esige che ogni contratto sia osservato nella misura in cui gli impegni presi sono moralmente giusti. Il furto esige la riparazione dell'ingiustizia commessa con la restituzione al proprietario di ci che  stato rubato. Ges fa l'elogio di Zaccheo per il suo proposito: Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto (Luca 19, 8). Coloro che, direttamente o indirettamente, si sono appropriati di un bene altrui, sono tenuti a restituirlo, o, se la cosa non c' pi, a rendere l'equivalente in natura o in denaro, come anche a corrispondere i frutti e i profitti che sarebbero stati legittimamente ricavati dal proprietario.
Il principio  molto semplice anche se non facile da applicare: i beni che sono stati tolti ingiustamente devono essere restituiti al legittimo proprietario. La restituzione  la prova provata del mio pentimento. Se, potendola fare, non la faccio, non mi posso illudere di ottenere il perdono divino. Per quanto l'esigenza della restituzione non ammetta comode scappatoie, tuttavia occorre tenere conto delle circostanze concrete. A volte ci pu essere l'impossibilit fisica (mancanza della cosa) o morale (ad esempio la restituzione danneggerebbe ingiustamente terzi). Nel caso di comprovata impossibilit non devo ugualmente tenere ci che  stato ingiustamente tolto, ma restituirlo sotto forma di carit a persone che ne hanno bisogno.
Allo stesso modo hanno l'obbligo della restituzione, in proporzione alle loro responsabilit o al vantaggio avutone, tutti coloro che in qualche modo hanno preso parte al furto, oppure ne hanno approfittato con cognizione di causa; per esempio coloro che l'avessero ordinato, o appoggiato, o avessero accettato la refurtiva (Catechismo C. C., 2412). In tutta questa difficile problematica della restituzione, molte situazioni risulteranno pi chiare se la coscienza si lascer guidare dal principio secondo il quale nessuno pu trattenere per s ci che ingiustamente si  procurato.
 utile in questo contesto anche un riferimento ai giochi d'azzardo e alle scommesse, che proliferano nella societ odierna. Anche se in se stessi non sono una violazione della giustizia, tuttavia diventano moralmente inaccettabili allorch privino le persone di quanto  necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. Non poche persone hanno rovinato se stesse e le loro famiglie a causa della passione per il gioco.
Il furto non  sempre un peccato grave. Lo  quando la materia  grave. Tuttavia a volte non  agevole stabilire nelle situazioni concrete la gravit della materia. Pu essere un peccato grave anche quando la materia  leggera se il prossimo ne patisce un danno rilevante.

Il settimo comandamento proibisce l'asservimento degli esseri umani.

Un tipo molto particolare di furto, che  ben lungi dall'essere scomparso nella societ odierna,  la riduzione degli esseri umani in schiavit. Degradati al rango di una merce, essi vengono acquistati, venduti e scambiati. In questo caso ci che viene rubato  la loro dignit di persone, con i diritti propri di ogni essere umano. L'attuale organizzazione globale del lavoro comporta questi rischi di asservimento. La vigilanza degli Stati e delle organizzazioni internazionali, come pure quella dell'opinione pubblica, deve essere al riguardo molto attenta.
Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore d'uso oppure ad una fonte di guadagno,  un peccato contro la loro dignit e i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo, non pi come schiavo, ma... come un fratello... come un uomo, nel Signore (Catechismo C. C., 2414).

Il settimo comandamento esige il rispetto della natura.

La Parola di Dio, oltre che la retta ragione, getta una luce particolare sul giusto rapporto che si deve realizzare fra l'uomo e la creazione, in particolare con la terra sulla quale l'uomo vive e che va considerata come la casa del genere umano. L'uomo non  un padrone assoluto di questo meraviglioso giardino dell'universo che  il nostro pianeta. Senza dubbio Dio gli ha dato una signoria e gli ha affidato una responsabilit. L'uomo, con le opere della sua intelligenza e della sua attivit,  chiamato a sviluppare e a perfezionare la sua vita sulla terra, mettendo a frutto tutte le enormi potenzialit che Dio ha profuso a piene mani. Tuttavia ogni generazione deve operare per sviluppare e non per degradare, per costruire e non per distruggere, avendo sollecitudine anche per la qualit della vita delle generazioni future.
In modo particolare oggi  necessario trovare un giusto equilibrio fra il progresso della scienza e della tecnica e il rispetto della creazione e delle leggi naturali che la governano. La tentazione dell'uomo di essere un demiurgo che si sostituisce a Dio pu causare danni irreparabili. Lo sfruttamento dell'energia atomica per uso distruttivo e la manipolazione genetica possono spingere l'umanit su una via di non ritorno, la via della morte e della rovina che rappresenta la pi grande tentazione che l'uomo abbia mai dovuto affrontare nel corso della storia.
Anche il concetto, ereditato dal secondo millennio, di uno sviluppo indefinito deve essere ripensato alla luce delle nuove consapevolezze. Infatti ci rendiamo conto che la terra  relativamente piccola e che le sue risorse non sono infinite. Lo sfruttamento senza limiti del pianeta sul quale viviamo non  pi pensabile.  necessario fare i conti con la casa che Dio ci ha dato e comportarci in modo tale che ci possano vivere dignitosamente anche le generazioni future.

Anche gli animali vanno rispettati.

Dopo l'uomo, sono indubbiamente gli animali gli esseri pi sviluppati della creazione. La grande eresia del nostro tempo consiste nel non vedere l'abisso che separa il regno animale da quello umano. L'uomo non , come vorrebbe una cultura di matrice atea e materialista, un animale al vertice dell'evoluzione. L'uomo, in forza della sua intelligenza, della sua libera volont, della sua capacit di amare e della sua moralit, appartiene a una dimensione diversa, che  quella dello spirito immortale. Non vi  quindi una continuit fra l'uomo e l'animale. Fra loro vi  un abisso incolmabile. Va quindi combattuta una certa ideologia animalista che vorrebbe porre gli animali sul medesimo piano degli uomini.
Dopo questa premessa  necessario sottolineare che tuttavia gli animali sono creature di Dio. Egli li circonda della sua provvida cura. Anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro. Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria. Ci si ricorder con quale delicatezza i santi, come san Francesco d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli animali (Catechismo C. C., 2416).
Non  quindi lecito far soffrire inutilmente gli animali o disporre indiscriminatamente della loro vita.  per legittimo servirsi di loro per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Anche le sperimentazioni mediche sono lecite, se rimangono entro limiti ragionevoli. Infine non  degno dell'uomo spendere per gli animali somme che andrebbero in primo luogo destinate ai fratelli pi bisognosi.
Si possono amare gli animali, ma non si devono fare oggetto di quell'affetto che  dovuto soltanto alle persone (Catechismo C. C., 2418).

Il lavoro  un valore, un dovere e un diritto.

La Chiesa da oltre un secolo ha sviluppato una dottrina sociale di grande rilievo, in concomitanza con lo sviluppo della moderna societ industriale. La prospettiva in cui la Chiesa si colloca  quella di esprimere giudizi di carattere morale, quando ci sia richiesto dai diritti fondamentali della persona o dalla salvezza delle anime. In numerose encicliche i papi hanno proposto principi di riflessione, indicato criteri di giudizio e offerto orientamenti per l'azione. Questo vasto corpo dottrinale ha dato un contributo notevole all'animazione cristiana della politica, dell'economia e dei rapporti sociali, collocandoli in un quadro di ordine morale basato sulla virt cardinale della giustizia.
Una tematica di particolare rilievo nell'insegnamento della Chiesa  quella riguardante il lavoro, che rappresenta uno degli aspetti fondamentali della vita umana, sia per i singoli come per la societ nel suo complesso. L'uomo senza il lavoro, o soggiogato a un lavoro senza regole, rischia di vedere compromessa la sua vita. La Chiesa ha il grande merito di aver sottratto il lavoro a criteri di pura valutazione economica e di averlo collocato in una visione dell'uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio.
Indubbiamente il lavoro  un compito assegnato all'uomo dal Creatore, che gli ha affidato la missione di cooperare all'opera della creazione soggiogando la terra (cfr. Genesi 1, 28). Da questo punto di vista il lavoro  un dovere  cui non  giusto sottrarsi. L'apostolo Paolo al riguardo esprime molto bene la visione etica propria di Israele quando afferma: Chi non vuole lavorare, neppure mangi (2 Tessalonicesi 3, 10). Nel lavoro l'uomo non solo provvede ai suoi bisogni, ma contribuisce al bene comune. L'attivit lavorativa  un servizio e spesso un vero e proprio atto di amore nei confronti del prossimo. Quando, attraverso la sua applicazione, le sue capacit e la valorizzazione dei suoi talenti, l'uomo contribuisce al progresso della societ, indubbiamente compie un'opera di grande valore morale. Anche i lavori pi umili possono avere un grande significato per la societ. Il legame di solidariet che vincola il lavoro  gi in se stesso un'espressione naturale della fraternit umana.
Sotto un profilo spirituale il lavoro rappresenta un mezzo di perfezione e di santificazione personale. Infatti nella prospettiva di fede il lavoro pu essere redentivo. Sopportando la penosa fatica del lavoro in unione con Ges, l'artigiano di Nazaret e il crocifisso del Calvario, l'uomo in un certo modo coopera con il Figlio di Dio nella sua opera redentrice. Si mostra discepolo di Cristo portando la croce, ogni giorno, nell'attivit che  chiamato a compiere. Il lavoro pu essere un mezzo di santificazione e un'animazione delle realt terrene nello Spirito di Cristo (Catechismo C. C., 2427).
Il lavoro  un dovere, ma anche un diritto fondamentale. Infatti mediante la sua attivit lavorativa l'uomo realizza le sue capacit e mette al servizio della societ i talenti che Dio gli ha donato. Il principio secondo il quale il lavoro  per l'uomo e non l'uomo per il lavoro sta alla base della dottrina sociale della Chiesa, fondata sulla dignit della persona umana. Questo significa che l'organizzazione dell'economia non pu avere come scopo primario il profitto. Un'economia che abbia basi etiche comporta l'impegno di difendere e di promuovere il lavoro, in modo tale che ciascuno possa trarre dalla sua attivit i mezzi di sostentamento per la propria vita e per quella dei suoi familiari.
Da questi principi fondamentali la Chiesa, nello sviluppo della sua dottrina sociale, ha tratto indicazioni pratiche, alle quali si ispirano sia i politici come gli imprenditori e i lavoratori cristiani.
Per quanto riguarda lo Stato, la dottrina sociale cattolica insegna che  suo compito quello di sorvegliare e guidare l'esercizio dei diritti umani nel settore economico, in quanto l'attivit economica non pu svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Tuttavia, in questo campo, la prima responsabilit non  dello Stato, bens dei singoli e dei diversi gruppi e associazioni di cui si compone la societ (Centesimus annus, 48).
Per quanto riguarda gli imprenditori, hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l'aumento dei profitti. Questi comunque sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano l'avvenire delle imprese. Garantiscono l'occupazione (Catechismo C. C., 2432).
La ricerca del profitto necessario all'impresa deve contemperarsi con l'esigenza dei lavoratori di percepire un giusto salario. Esso  tale quando tiene conto sia dei bisogni come delle prestazioni di ciascuno. Il lavoro va rimunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, corrispondente al tipo di attivit e grado di rendimento economico di ciascuno, nonch alle condizioni dell'impresa e del bene comune (Gaudium et spes, 67). Rifiutare il giusto salario o non darlo in tempo debito pu rappresentare una grave ingiustizia.  ingiusto anche non versare agli organismi di sicurezza sociale i contributi stabiliti dalle legittime autorit.
La dottrina sociale della Chiesa riconosce il diritto di sciopero, quando appare come lo strumento inevitabile, o quanto meno necessario, in vista di un vantaggio proporzionato. Lo sciopero diventa moralmente inaccettabile allorch  accompagnato da violenze, oppure gli si assegnano obiettivi non direttamente connessi con le condizioni di lavoro o in contrasto col bene comune (Catechismo C. C., 2435).

La questione sociale riveste oggi una dimensione mondiale.

Nell'era della globalizzazione la questione sociale ha assunto una dimensione planetaria, i cui termini sono drammaticamente evidenti. Nelle mani di pochi (nazioni e gruppi economici) si concentrano sempre di pi le risorse e i mezzi economici. Questo provoca un vero e proprio fossato fra coloro che possiedono e incrementano i mezzi di sviluppo e quelli che invece accumulano debiti e nuove povert. I popoli della fame e i popoli dell'opulenza sono i protagonisti della nuova questione sociale. Ma all'interno stesso delle nazioni pi sviluppate crescono gli ambiti della povert e della miseria, mentre le ricchezze riguardano gruppi sempre pi ristretti.
Il rischio di una nuova fase di capitalismo selvaggio  segnalata in diversi interventi, anche recenti, del magistero ecclesiastico, che sottolinea l'esigenza di bloccare i meccanismi perversi che ostacolano lo sviluppo dei paesi meno progrediti (Centesimus annus, 17, 45). La Chiesa insiste sul dovere morale che le nazioni ricche hanno di aiutare quelle che non possono assicurarsi i mezzi del proprio sviluppo. Si tratta di un dovere di carit e di solidariet, ma anche di un obbligo di giustizia, se il benessere delle nazioni ricche proviene da risorse che non sono state equamente pagate. A sistemi finanziari abusivi se non usurai, a relazioni commerciali inique tra le nazioni, alla corsa agli armamenti si deve sostituire uno sforzo comune per mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale, culturale ed economico, ridefinendo le priorit e le scale di valori (Centesimus annus, 28).
Al riguardo non basta l'aiuto diretto, che ha una sua efficacia limitatamente ai casi di emergenza.  invece necessario riformare le istituzioni economiche e finanziarie internazionali, perch possano promuovere rapporti pi equi con i paesi meno sviluppati. Allo stesso modo  necessario, con diverse forme di cooperazione, sostenere lo sforzo dei paesi poveri sulle vie dello sviluppo e del progresso economico e sociale.
In questo ambito i fedeli laici sono chiamati a un compito immenso e insostituibile. La Chiesa infatti indica le linee di un impegno morale a livello mondiale, ma tocca ai laici incarnare, con coraggio e tenacia, il messaggio evangelico nel momento presente ed essere testimoni e operatori di pace e di giustizia.
Il cristiano deve sforzarsi di essere una persona onesta, giusta e caritatevole. Un mondo pi giusto pu essere costruito solo se gli uomini incominceranno a coltivare la giustizia nel proprio cuore. I problemi economici e sociali esigono certamente cambiamenti di struttura che corrispondano sempre pi alla dignit della persona umana. Tuttavia nella societ complessa del nostro tempo sono pi che mai necessari dei protagonisti che coltivino a livello personale la virt cardinale della giustizia. I cristiani devono distinguersi in questo, impegnandosi ad essere dei cittadini retti, giusti e onesti.
Alcuni cercano di trovarsi degli alibi affermando che nel mondo d'oggi non  possibile avere successo nel lavoro e nella professione senza cedere ai compromessi e persino senza indulgere alla disonest. Nulla di pi falso. La societ ha bisogno di persone rette, che assicurino l'ordinato svolgimento dell'attivit politica, amministrativa, economica e sociale. Le persone moralmente integre sono una garanzia per la societ e non vi  dubbio che la moralit personale alla lunga paga sempre, perch le persone affidabili sul piano della rettitudine sono un bene di cui non  possibile fare a meno. Oltre a ci, il cristiano non deve dimenticare che la disonest prima o poi porta alla rovina sia morale che economica, mentre la rettitudine e la giustizia ottengono la benedizione di Dio, che  pi preziosa di qualsiasi appoggio umano.
Integro e irreprensibile sul piano personale, il cristiano deve essere generoso col suo prossimo e condividere volentieri con i pi poveri le ricchezze di cui Dio lo ha beneficato. L'impegno per la giustizia sociale non deve dispensare dalla pratica concreta della carit. L'amore per i poveri  un elemento distintivo del cristianesimo, e deve temere per la sua salvezza eterna il cristiano che volta sistematicamente le spalle ai fratelli nel bisogno. Ges Cristo riconoscer i suoi eletti proprio da quanto avranno fatto per i poveri (cfr. Matteo 25, 31-46).
Fin dai primi tempi del cristianesimo si  discusso se un ricco possa salvarsi.  un problema che si sono posti anche gli apostoli, meditando le severe parole di Ges al riguardo (cfr. Matteo 19, 23). Tuttavia  Ges stesso che indica la via di uscita, esortando a percorrere la strada della condivisione: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto (Luca 3, 11).
 l'amore smodato e spesso idolatrico per la ricchezza e il suo uso egoistico a portare sulla via della rovina. A questo riguardo sono impressionanti le espressioni usate dalla Sacra Scrittura e dai Padri della Chiesa:
E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si lever a testimonianza contro di voi e divorer le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non pu opporre resistenza (Giacomo 5, 1-6).
Non condividere con i poveri i propri beni  defraudarli e togliere loro la vita. Non sono nostri i beni che possediamo: sono dei poveri (san Giovanni Crisostomo). Quando doniamo ai poveri le cose indispensabili, non facciamo loro delle elargizioni personali, ma rendiamo loro ci che  loro. Pi che compiere un atto di carit, adempiamo un dovere di giustizia (san Gregorio Magno).
Forse troverai queste espressioni troppo severe. Ma tutto ti sembrer pi chiaro se guarderai alla radice dell'amore, che  il compendio di tutti i comandamenti. Senza amore non  possibile salvarsi e l'amore per Dio trova la sua verifica concreta nell'amore per il prossimo. Non  la ricchezza che perde il ricco, ma la sua indifferenza e la chiusura del cuore verso i fratelli nel bisogno.
Giustamente la tradizione della Chiesa ha insistito non solo sulla povert materiale, ma anche su altre numerose forme di povert spirituale, morale e culturale. Accanto alle opere di misericordia corporale essa ha collocato quelle di misericordia spirituale. Il cristiano  attento a tutto l'uomo e alla gamma infinita delle sue miserie:
Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia corporale consistono segnatamente nel dare da mangiare a chi ha fame, nell'ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e i prigionieri, nel seppellire i morti. Tra queste opere, fare l'elemosina ai poveri  una delle principali testimonianze della carit fraterna ed  una pratica di giustizia che piace a Dio (cfr. Matteo 6, 2-4) (Catechismo C. C., 2447). Quando serviamo i poveri e i malati serviamo Ges (santa Rosa da Lima).


Capitolo 8. - Ottavo comandamento: NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA.

Che cos' la verit?

L'ottavo comandamento proibisce di falsare la verit nei rapporti con Dio, con gli altri e con se stessi. Bench l'uomo sia naturalmente proteso alla verit, di cui conserva l'impronta nella luce naturale della ragione e della coscienza, tuttavia porta nelle vene il veleno iniettato da colui che  il padre della menzogna (cfr. Giovanni 8, 44) e cade spesso nella tentazione di abbandonare la via della verit per camminare nelle tenebre dell'errore. Non sono pochi, specialmente nel nostro tempo, coloro che, come Pilato, non credono che esista la verit. Di fronte alla Verit fatta carne, questo prototipo dell'uomo scettico si domanda con un sorriso ironico: Che cos' la verit? (Giovanni 18, 38).
Oggi sono in molti a pensare che non esista la verit. Anzi, si arriva persino ad affermare che non esiste nessuna verit assoluta in campo filosofico, religioso e morale, ma solo opinioni pi o meno rispettabili e pi o meno mutevoli. La stessa affermazione che esiste una religione vera viene tacciata di integralismo. L'unica verit che il mondo moderno sembra accettare  che non esiste nessuna verit. Non mancano persino dei cristiani che hanno apostatato dalla verit, per seguire la nuova moda delle opinioni cangianti.
Il trionfo dello scetticismo dopo la caduta delle ideologie non deve meravigliare. La negazione dell'esistenza della verit  conseguente alla negazione di Dio. In un orizzonte ateo e chiuso alla trascendenza non brilla pi quella luce di verit che  Dio e la sua parola. La luce della ragione, staccata dalla sua fiamma eterna, diviene un lucignolo fumigante, esposto ai venti dell'errore e delle passioni. L'affermazione dell'esistenza della verit e della possibilit per l'uomo di buona volont di conoscerla  un presupposto fondamentale per la stessa evangelizzazione.

Dio  Verit.

All'interrogativo pieno di scetticismo di Pilato, Ges non ha risposto. Chiunque  dalla verit, ascolta la mia voce, gli aveva detto un momento prima il Maestro divino. Per pervenire alla verit  necessario aprire il cuore alla luce. Se il cuore  chiuso su se stesso, se  indurito nel male, se  prigioniero dei pregiudizi e delle negazioni dell'orgoglio, non pu pervenire alla verit. Infatti la verit  Dio stesso. Pome Dio  l'amore, come Dio  la santit, come Dio  la bellezza, cos Dio  la verit. La verit  lo splendore di Dio. Dio  luce e in lui non ci sono tenebre, afferma l'apostolo Giovanni (1 Giovanni 1, 5). Egli  la verit in se stesso, nel mistero del suo essere divino. In lui non c' doppiezza, non c' menzogna, non c' l'ombra del male. La verit appartiene all'essenza stessa di Dio. Chi afferma la verit, afferma Dio; chi nega la verit, nega Dio; chi mette in dubbio l'esistenza della verit, mette in dubbio l'esistenza di Dio.
Dio  la verit assoluta, incontrovertibile, eterna. La verit divina  come il sole che splende sereno sulle onde fluttuanti delle opinioni umane. E come i suoi raggi raggiungono ogni angolo della terra, rischiarandola, cos la verit divina non cessa di illuminare le anime e di irradiare nei cuori. Tutto ci che viene da Dio porta le vestigia della verit. La creazione intera  rivestita dei riverberi luminosi che provengono dal Creatore. In modo particolare l'intelligenza umana  circonfusa di quella luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. La parola che Dio ci rivolge  verit (cfr. Proverbi 8, 7). La legge che Dio ci ha dato  verit (cfr. Salmi 119). L'uomo scettico  circondato dalla luce abbagliante della verit, ma egli non vuole vederla, chiudendo gli occhi. Invero, per l'uomo che la cerca con cuore sincero, la verit non  una chimera inafferrabile. A chi cerca la luce, cadranno le squame della cecit dagli occhi.

La Verit si  fatta carne.

Ci che  specifico del cristianesimo  l'affermazione che la Verit  una persona.  la stessa persona del Verbo che, facendosi uomo, si  manifestato agli uomini pieno di grazia e di verit (Giovanni 1, 14). Quella Verit, che  in Dio e che  Dio, si  dunque fatta carne e ha posto le sue tende in questo mondo di opinioni fluttuanti e di menzogne insidiose. L'umanit, immersa nelle tenebre e nell'ombra del male, ha visto una grande luce.
Da quel momento le tenebre non potranno pi soffocarla e avere il sopravvento. Per quanto gli uomini possano ancora indurirsi nell'errore e nel rifiuto della luce, Ges continua a rimanere in mezzo a loro e da lui non cessano di effondersi sui loro cuori i fiumi inarrestabili e inesauribili della grazia e della verit (cfr. Giovanni 1, 17).
Il padre della menzogna continuer a diffondere i suoi errori, le sue negazioni, le sue insidie e i suoi inganni fino alla fine del mondo. Potr riuscire persino, in certi momenti, a impadronirsi della grande forza dei mezzi di comunicazione sociale, come gi in passato si  impadronito del potere politico e di quello culturale, per imporre una visione atea e materialistica della vita. Ma la sua vittoria  solo apparente. Infatti da Cristo si effonde sul mondo lo Spirito di Verit, che non cessa di risvegliare e di illuminare le coscienze, tenendo vivi nei cuori la nostalgia della verit e il desiderio della luce.
La grande battaglia fra Cristo e Satana  quella fra la verit e la menzogna, fra la luce divina e il potere delle tenebre. La vittoria di Cristo  la vittoria della verit, ma essa deve attuarsi nel cuore di ogni uomo, affinch il mondo sia nella luce.

Il cristiano  chiamato a vivere nella verit.

L'impegno del cristiano per la verit sta al cuore della sua stessa professione di fede. Accogliendo Cristo, il credente lo accetta come la verit della sua vita. Cristo infatti  quella luce che illumina la nostra situazione esistenziale di male, di peccato e di perdizione. Egli ci svela la verit sulla nostra vita, illuminandone il mistero che la circonda.  la sua parola che risponde agli interrogativi che ogni uomo si pone sul senso e sul valore del suo vivere.  il vangelo di Cristo che ci annuncia la salvezza e la via per conseguirla.
Il cristiano deve essere fermamente convinto che Cristo e la sua parola sono la Verit (cfr. Giovanni 14, 6). Guai se ponesse la parola del Maestro divino al medesimo livello delle opinioni umane. Cieli e terra passeranno, ma la parola del Signore non passer. Essa  Parola di Dio.  questa parola, accolta dalla fede, che ci ha fatto uscire dalle tenebre. Che cosa sono le parole dei filosofi o dei vari maestri che il mondo ha conosciuto, nel passato e nel presente, di fronte alla parola di colui che il Padre ha mandato nel suo nome e che guida l'umanit alla verit tutta intera? (cfr. Giovanni 16, 13).
Per il cristiano la parola di Cristo  la misura di tutte le parole umane. Ci che  conforme alla sua parola  vero, ci che  difforme  falso. Neppure per un istante il cristiano pu mettere in dubbio la parola del Maestro divino, anche quando essa risuonasse scandalo per la sapienza umana. Tanto meno deve cedere alla tentazione di modificarla, di sminuirla e di adattarla alle mediocrit e ai voleri della carne.
Al contrario su di essa deve costruire la sua vita, sforzandosi di camminare ogni giorno nella luce e plasmando i suoi pensieri, i suoi sentimenti e i suoi comportamenti su quella verit che fa liberi (cfr. Giovanni 8, 32) e che santifica (cfr. Giovanni 17,17). La verit  una persona viva. Accogliendo nella fede la parola del vangelo, il cristiano fa rivivere Ges nella sua vita. Verit e vita sono un'unica cosa nella persona del Verbo incarnato e allo stesso modo devono essere una cosa sola anche nei suoi discepoli. Essi sono chiamati a vivere nella verit. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verit (1 Giovanni 1, 6).
Per il cristiano la certezza di essere nella verit di Ges Cristo gli viene data dalla Chiesa, che  la colonna della verit.  soltanto vivendo in comunione con la Chiesa e facendo affidamento sul suo magistero che si ha la garanzia di camminare nella verit, senza cadere nelle deformazioni e nelle riduzioni soggettive a cui oggi  sottoposta la fede.

Il cristiano deve rendere testimonianza alla verit, anche col sacrifcio della vita.

La verit va accolta nella fede e incarnata nella vita, ma, sull'esempio di Ges, va anche annunciata e testimoniata. Ges infatti pu dire di se stesso di essere la verit, perch a sua volta  il testimone fedele del Padre. Davanti a Pilato afferma di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verit. Si tratta di una testimonianza che lo ha portato al martrio. Infatti, davanti al Sinedrio, come dinanzi a Pilato, Ges non ha esitato a proclamare quella verit su se stesso che gli sarebbe valsa la condanna a morte.
La verit, che il cristiano ha ricevuto in dono mediante la fede,  molto esigente e impegnativa, non solo perch deve sforzarsi di viverla, ma anche perch deve diffonderla e testimoniarla, costi quello che costi. Nessun credente pu tenere gelosamente per s il tesoro prezioso che ha ricevuto con la fede. La verit, che  la persona e la parola di Ges Cristo, esige di essere donata agli altri, perch sia anche per essi il senso, la pienezza e la ricchezza della loro vita. Guai al cristiano che si vergognasse della testimonianza da rendere al Signore (2 Timoteo 1, 8).
Tale testimonianza consiste innanzi tutto nella trasmissione della fede in opere e in parole.  un impegno che tocca innanzi tutto i genitori cristiani, che assieme alla vita devono donare ai propri figli la fede. Ma ogni cristiano deve essere un portatore di Cristo ovunque si trovi, anche quando si esponesse alla derisione o alla persecuzione. Tutti i cristiani, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con l'esempio della vita e con la testimonianza della parola l'uomo nuovo, che hanno rivestito col battesimo, e la forza dello Spirito Santo, dal quale sono stati rinvigoriti con la confermazione (Ad gentes, 11).
Questo passo del Concilio Vaticano II sfata il pregiudizio che la testimonianza e la diffusione della fede siano un dovere solo del clero e dei religiosi. In realt, in forza del battesimo e della cresima, ogni cristiano ha il dovere di giustizia di testimoniare e di fare conoscere la verit. Il credente, afferma Paolo, deve conservare una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini (Al 24, 16).
Quanto la verit sia esigente lo dimostra la schiera innumerevole di martiri di cui abbonda tutta la storia del cristianesimo. Si tratta di persone di ogni et, ceto, cultura e sesso. Non di rado i martiri sono donne e bambini. Il martirio  certamente una grazia, ma nel medesimo tempo una esigenza della fede che, in determinati casi, chiede una professione fino al dono della vita. Il martirio cristiano , nella sua essenza, un atto di amore supremo per Cristo, amato pi di se stessi e della propria vita. Il martire cristiano compie un atto di amore anche nei confronti di coloro che lo perseguitano e lo uccidono, perch rende loro testimonianza della verit e della bellezza della fede. Il centurione romano forse non si convert al vedere come Ges aveva affrontato il martirio in croce? (cfr. Luca 23, 47).
L'ultimo secolo del secondo millennio  stato il tempo della grande tribolazione e della suprema testimonianza del martirio per un numero incalcolabile di cristiani. Se i martiri dei primi secoli cristiani si contavano a migliaia, quelli della storia moderna si contano a milioni. Il cristiano cammina sempre controcorrente rispetto alla mentalit del mondo, ma in certi passaggi storici gli viene richiesta la stessa testimonianza di Ges. Il sangue dei martiri  seme dei cristiani. Il martirio  una possibilit e spesso un'esigenza della fede. E una chiamata e una grazia. La capacit di rispondere a questa sublime vocazione va preparata nella fedelt quotidiana alle esigenze del vangelo.
Ti benedico per avermi giudicato degno di questo giorno e di quest'ora, degno di essere annoverato tra i tuoi martiri... Tu hai mantenuto la tua promessa, o Dio della fedelt e della verit. Per questa grazia e per tutte le cose, ti lodo, ti benedico, ti rendo gloria per mezzo di Ges Cristo, sacerdote eterno e onnipotente, Figlio tuo diletto. Per lui, che vive e regna con te e con lo Spirito, sia gloria a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen (San Policarpo).

La ricerca della verit  un obbligo morale.

Anche i non cristiani, che non conoscono la verit di Dio che si  manifestata in Ges Cristo, hanno un impegno morale nei confronti della verit. La ricerca della verit  connaturale allo spirito umano. Oggi viviamo in un clima di diffuso scetticismo, dove si riconosce, specialmente nel campo morale e religioso, il diritto ad avere una propria opinione, ma non il dovere di ricercare la verit. Si ammette il diritto ad avere un proprio punto di vista, ma si nega che, specialmente per quanto riguarda gli interrogativi riguardanti il senso della vita, possano esistere risposte certe e valide per tutti.
In questo clima di disarmo dell'intelligenza si nega esplicitamente la possibilit di raggiungere la verit. Le uniche certezze che vengono riconosciute sono quelle di carattere scientifico. Per il resto si preferisce parlare di credenze, che ognuno si modella a suo uso e consumo. In questo modo si fa per un grave torto all'intelligenza umana, la quale, sia pure con deviazioni ed errori, ha raggiunto vette luminose nel campo spirituale e morale. L'esistenza di Dio, l'immortalit dell'anima, la vita oltre la morte e i principi fondamentali del decalogo non sono forse un patrimonio che la ragione umana pu portare a suo vantaggio?
Ogni uomo ha la luce dell'intelligenza con la quale mettersi alla ricerca della verit e coglierne i bagliori che Dio ha lasciato nel creato. Chi cerca prima o poi trova. Ma anche se non trovasse, il solo fatto di avere cercato sinceramente gli conferisce una nobilt morale. Per essere trovata la verit esige umilt e purezza di cuore. Sono le passioni tempestose dell'io che spesso offuscano e deviano la ragione dal sentiero stretto e arduo lungo il quale si perviene alla verit.
Ogni uomo non solo ha il dovere morale di cercare la verit, specialmente in campo religioso, e di aderirvi con l'intelligenza e con la vita, ma ha anche l'obbligo morale di improntare il suo comportamento e il suo linguaggio alla veracit, alla sincerit e alla franchezza. Ges sintetizza questa esigenza etica universale dicendo ai suoi discepoli: Sia il vostro parlare s, s; no, no (Matteo 5, 37). La verit o veracit  la virt che consiste nel mostrarsi veri nei propri atti e nell'affermare il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall'ipocrisia (Catechismo C. C., 2468).
Rifletti, caro amico, a che cosa si ridurrebbe la convivenza umana se gli uomini mentissero sistematicamente e si ingannassero a vicenda. Senza la sincerit e la fiducia reciproca crollerebbero tutte le relazioni umane, anche le pi intime, e la vita si ridurrebbe a un vero inferno, dove regna la diffidenza, l'inganno e la menzogna. Essere sinceri non significa per manifestare agli altri ci che non  necessario o non  utile. Solo Dio ha il diritto di conoscere tutto ci che vi  nel nostro cuore e noi dobbiamo manifestarglielo, anche se egli gi lo conosce. Per quanto riguarda il prossimo, invece, la virt della veracit d giustamente all'altro quanto gli  dovuto. La veracit rispetta il giusto equilibrio tra ci che deve essere manifestato e il segreto che deve essere conservato: implica l'onest e la discrezione (Catechismo C. C., 2469).

Le violazioni della verit.

Il detto popolare, secondo il quale uccide pi la lingua della spada, deve far riflettere sul male morale che si pu causare con l'uso menzognero della parola. L'apostolo Giacomo ha scritto al riguardo, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, una pagina di grande efficacia e realismo:
Fratelli miei... se uno non manca nel parlare,  un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perch ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, bench siano cos grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra. Cos anche la lingua:  un piccolo membro e pu vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta pu incendiare! Anche la lingua  un fuoco,  il mondo dell'iniquit, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la pu domare:  un male ribelle,  piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio.  dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non deve essere cos, fratelli miei! (Giacomo 3, 1-10).
Bandita quindi la menzogna dalla propria vita (cfr. Efesini 4, 25), il cristiano deve impegnarsi nel combattimento spirituale quotidiano a deporre ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza (1 Pietro 2, 1). Infatti vasta  la gamma delle offese che si possono arrecare alla verit:
Falsa testimonianza e spergiuro. Un'affermazione contraria alla verit, quando  fatta pubblicamente, riveste una gravit particolare. Fatta davanti al tribunale, diventa una falsa testimonianza. Quando la si fa sotto giuramento,  uno spergiuro. Simili modi di comportarsi contribuiscono sia alla condanna di un innocente sia all'assoluzione di un colpevole,'oppure ad aggravare la pena in cui  incorso l'accusato. Compromettono gravemente l'esercizio della giustizia e l'equit della sentenza pronunciata dai giudici (Catechismo C. C., 2476).
Il rispetto della reputazione delle persone  un obbligo morale che rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno.
Si cade nel giudizio temerario quando si ammette, anche solo tacitamente, come vera una colpa morale nel prossimo, senza avere prove sufficienti.  facile cadere nell'errore quando si giudica secondo le apparenze (La Fontaine). Per evitare il giudizio temerario, ciascuno deve cercare di interpretare, per quanto  possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo. Ogni buon cristiano deve essere pi disposto a salvare l'affermazione del prossimo che a condannarla; e se non la possa salvare, cerchi di sapere quale significato egli le dia; e, se le desse un significato erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perch, dandole il significato giusto, si salvi (sant'Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 22).
Si rende colpevole di maldicenza colui che rivela, a persone che li ignorano, dei difetti e delle mancanze altrui. A questo riguardo i maestri di spirito danno questa regola: quando si parla del prossimo o se ne parla bene, oppure, se non  possibile farlo, si tace.
Si cade invece nella calunnia quando, con affermazioni contrarie alla verit, si nuoce alla reputazione degli altri, provocando giudizi erronei sul loro conto. Maldicenze e calunnie, in quanto distruggono la reputazione e l'onore del prossimo, offendono le virt della giustizia e della carit.
Sono contrari alla verit e alla schiettezza anche ogni parola o atteggiamento che incoraggino e confermino altri nella malizia dei loro atti e nella perversit della loro condotta. Questo peccato di adulazione  una colpa grave se si fa complice di vizi o di peccati gravi. Il desiderio di rendersi utile o l'amicizia non giustificano una doppiezza del linguaggio. L'adulazione invece  un peccato veniale quando nasce soltanto dal desiderio di riuscire piacevole, evitare im male, far fronte a una necessit, conseguire vantaggi leciti (Catechismo C. C., 2480).
La iattanza o millanteria costituisce una colpa contro la verit. Ci vale anche per l'ironia che tende a intaccare l'apprezzamento di qualcuno caricaturando, in maniera malevola, un qualche aspetto del suo comportamento (Catechismo C. C., 2481).

La menzogna  l'offesa pi diretta alla verit.

Fra le offese alla verit merita una menzione speciale la menzogna, che colpisce la verit al cuore in quanto si afferma il falso con pregiudizio del prossimo. Mentire  parlare o agire contro la verit per indurre in errore chi ha il diritto di conoscerla. Nella menzogna si afferma il falso con l'intenzione di ingannare. Satana  il maestro di questa arte che mostra di conoscere in maniera insuperabile nelle tentazioni dell'Eden e del deserto. Per questo Ges vede nella menzogna un'opera satanica: Voi... avete per padre il diavolo... non vi  verit in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perch  menzognero e padre della menzogna.
La menzogna  un peccato particolarmente odioso.  una profanazione della parola, il cui scopo  quello di comunicare agli altri la verit conosciuta. Offende la persona che viene indotta in errore con affermazioni contrarie alla verit, commettendo nei suoi confronti un'ingiustizia e una mancanza di carit. Genera grandi mali alla societ, perch semina la diffidenza e distrugge la fiducia fra gli uomini. La menzogna causa danni anche a chi la pratica e la diffonde, perch perde ogni credibilit e affidabilit. Ben diversa invece  la reputazione di una persona che pratica la virt della veracit. Sono queste persone che tengono insieme il tessuto delle relazioni sociali.
La menzogna  per sua natura condannabile. La sua gravit si commisura alla natura della verit che essa deforma, alle circostanze, alle intenzioni del mentitore, ai danni subiti da coloro che ne sono le vittime. Se la menzogna, in s, non costituisce che un peccato veniale, diventa mortale quando lede in modo grave le virt della giustizia e della carit ( Catechismo C. C., 2484).

L'obbligo della riparazione.

Come nel settimo comandamento non basta il pentimento per ottenere il perdono, ma  necessario restituire quanto si  ingiustamente rubato, cos, per quanto riguarda l'ottavo comandamento, le violazioni della verit, della carit e della giustizia esigono una riparazione appropriata. L'esigenza della riparazione si  un po' attenuata nella coscienza collettiva della gente. La grandezza del perdono cristiano non 'cancella, ma sottolinea l'importanza della riparazione per il male che si  fatto.  la volont di riparare il male compiuto che mostra la verit del pentimento. Senza riparazione lo stesso cammino di conversione rischia di perdere la necessaria autenticit e seriet.
Partendo da queste premesse, si deve affermare che ogni colpa commessa contro la giustizia e la verit impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole  stato perdonato. Quando  impossibile riparare un torto pubblicamente, bisogna farlo in privato; a colui che ha subito un danno, qualora non possa essere risarcito direttamente, va data soddisfazione moralmente, in nome della carit. Tale dovere di riparazione riguarda anche le colpe commesse contro la reputazione altrui. La riparazione, morale e talvolta materiale, deve essere commisurata al danno che  stato arrecato. Essa obbliga in coscienza (Catechismo C. C., 2487).

Non sempre si deve rivelare la verit.

Non bisogna mai mentire, ma in determinate circostanze occorre saper tacere. Lo esigono il rispetto e la carit verso le persone. In molte situazioni concrete si impone il necessario discernimento per valutare se sia opportuno o no rivelare la verit a chi la domanda. Dinanzi a richieste di informazione o di comunicazione, la risposta va formulata tenendo conto sia del rispetto della verit come delle esigenze della carit.
Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune sono motivi sufficienti per tacere ci che  opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno  tenuto a palesare la verit a chi non ha il diritto di conoscerla (Catechismo C. C., 1489). Al riguardo la sapienza biblica si fa eco del buon senso popolare: Chi svela i segreti perde la fiducia e non trova pi un amico per il suo cuore (Siracide 27, 16). Discuti la causa con il tuo vicino, ma non rivelare il segreto altrui; altrimenti chi ti ascolta ti biasimerebbe e il tuo discredito sarebbe irreparabile (Proverbi 25, 9-10).
Per quanto riguarda i segreti da mantenere, una importanza tutta particolare riguarda il segreto del sacramento della riconciliazione che  sacro e che non pu essere mai violato per nessun motivo. Il sigillo sacramentale  inviolabile; pertanto non  assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa (Codice di diritto canonico, 983, 1). Per mantenere questo segreto il sacerdote deve essere pronto anche al supremo sacrificio della vita.
I segreti professionali di cui sono in possesso uomini politici, militari, medici, giuristi e altri, oppure le confidenze fatte sotto il sigillo del segreto, obbligano in coscienza, salvo casi eccezionali in cui danni molto gravi possono essere evitati soltanto mediante la divulgazione della verit.
Anche le informazioni private dannose per altri, anche se non sono state confidate sotto il sigillo del segreto, non devono essere divulgate senza un motivo grave e proporzionato. A tutto questo si deve aggiungere l'osservanza di un giusto riserbo riguardo alla vita privata delle persone. In modo particolare i responsabili della comunicazione sociale devono mantenere un giusto equilibrio tra le esigenze del bene comune e il rispetto dei diritti particolari. L'ingerenza dell'informazione nella vita privata di persone impegnate in un'attivit politica o pubblica  da condannare nella misura in cui viola la loro intimit e la loro libert (Catechismo C. C., 2492).

I mass media sono al servizio della verit.

Non vi  dubbio che una delle caratteristiche della societ moderna  l'eccezionale sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa (mass media), la cui importanza cresce sempre pi nell'informazione, nella promozione culturale e nella formazione. Lo sviluppo tecnico, rapido e incessante in questo ambito, pone seri problemi morali per quanto riguarda l'uso di questi mezzi e la loro influenza sull'opinione pubblica. A questo riguardo la Chiesa ha dato indicazioni fondamentali, dedicando alla tematica un decreto conciliare (Inter mirfica) e intervenendo con numerosi documenti su tematiche specifiche. La preoccupazione della Chiesa  che la potenza impressionante dei mass media moderni e la loro concentrazione non comprometta il diritto a una informazione basata sulla verit, la libert, la giustizia e la solidariet.
I problemi etici relativi ai mass media sono molteplici. Vi  quello riguardante la loro concentrazione in poche mani, creando cos una specie di controllo mondiale delle notizie. Non di rado sono gli Stati totalitari che esercitano con i mass media un'egemonia sull'opinione pubblica, falsificando sistematicamente la verit. La garanzia del pluralismo, per quanto riguarda le fonti di informazione,  una condizione imprescindibile per salvaguardare la libera circolazione delle idee e il diritto dei cittadini a conoscere la verit.
Vi  inoltre l'esigenza fondamentale di usare i mass media in modo tale che la comunicazione sia vera e giusta. La tentazione di usare questi potenti mezzi di formazione dell'opinione pubblica per scopi di potere personale o di gruppo  continuamente in agguato ed esige una grande vigilanza perch siano sempre rispettati la verit e i diritti delle persone: Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carit, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cio rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignit dell'uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione (Inter mirfica, 11).
Una particolare attenzione va posta nel dire la verit senza offendere la carit, evitando di cadere nella diffamazione e peggio ancora nella calunnia.
L'autorit civile deve garantire libert e pluralismo nella gestione dei mass media, ma deve anche vigilare affinch dall'abuso dei media non derivino gravi danni alla moralit pubblica e al progresso della societ (Inter mirfica, 12). In particolare  necessaria una vigilanza perch siano salvaguardate le coscienze in formazione. La libert di espressione non pu prescindere dal bene comune della societ, che  sempre da salvaguardare e da incrementare.
Una particolare vigilanza  richiesta anche all'enorme folla dei fruitori dei moderni mezzi di comunicazione di massa, che rischiano di essere dei consumatori poco vigili di messaggi o di spettacoli. Di fronte ad essi i fruitori si imporranno moderazione e disciplina. Si sentiranno in dovere di formarsi una coscienza illuminata e retta, al fine di resistere pi facilmente alle influenze meno oneste (Catechismo C. C., 2496).


Capitolo 9. - Nono comandamento: NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI.

Nel cuore si annidano i desideri impuri.

Il nono e il decimo comandamento sono il completamento naturale del sesto e del settimo. In questi infatti l'attenzione era posta sulle azioni esterne, mentre negli ultimi due si va alla radice del male, che  il cuore dell'uomo. Sar Ges stesso ad approfondire e a perfezionare la legge del decalogo insistendo sull'aspetto interiore dell'agire umano. Non basta infatti che le azioni siano in se stesse irreprensibili, ma  necessario che siano l'emanazione di un cuore purificato dal male. Quando il Maestro divino afferma: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gi commesso adulterio nel suo cuore (Matteo 5, 27-28) ci vuole insegnare che, mentre per le leggi umane basta l'osservanza esteriore, per quelle divine  necessaria una sincera e intima adesione del cuore.
Il cuore dell'uomo  il centro della sua vita spirituale, morale, affettiva e intellettuale.  il sacrario della persona, dove l'uomo si apre o si chiude a Dio. E nel cuore che l'uomo medita, valuta e prende le sue decisioni, plasmando cos il suo destino.  il cuore il vero centro di quel combattimento spirituale che vede ogni uomo impegnato quotidianamente nelle scelte fra il bene e il male.
Ebbene, secondo la Sacra Scrittura, ogni essere umano trova nel suo cuore, insieme coi semi del bene, anche i germi letali del male. Da una parte l'uomo avverte nel suo cuore la voce della coscienza che gli indica la via del bene da seguire e quella del male da rigettare.  una voce che approva ogni azione buona e che, nel medesimo tempo, fa sentire il rimorso per ogni azione cattiva. Dall'altra parte per ognuno avverte dentro di s un'attrazione verso ci che il comandamento di Dio proibisce. Si tratta di un impulso che la tradizione spirituale, sulla scia dell'apostolo Giovanni, chiama concupiscenza (cfr. 1 Giovanni 2, 16). In particolare il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale e il decimo la concupiscenza dei beni altrui.
La concupiscenza  un desiderio smodato che, nel suo nascere, non  peccato, ma che, se viene accolto e fatto proprio, condividendolo nel cuore, diventa peccato e d origine a innumerevoli peccati. Essa  una conseguenza del peccato originale e ogni uomo ne fa l'esperienza diretta attraverso il disordine delle proprie facolt morali e quella opposizione interiore fra carne e spirito, che  la frontiera quotidiana del combattimento spirituale.
In quanto essere incarnato, composto di anima e di corpo,  naturale che l'uomo sperimenti dentro di s una certa tensione. Ma il peccato di origine ha dilaniato l'armonia interiore della persona, per cui ognuno avverte nel suo intimo la lotta fra le tendenze dello spirito e quelle della carne. Quando l'uomo cede a queste tendenze cattive, il suo cuore diviene prigioniero del male. Il peccato lo domina, ponendo le radici dei vizi e delle inclinazioni malvagie.
In questa luce si comprende quanto afferma Ges riguardo a ci che rende impuro l'uomo: Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo... Ci che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo (Matteo 15, 11.18-20).
 evidente, caro amico, che non basta tagliare la mala pianta delle azioni malvagie per conseguire la purezza morale.  necessario estirpare le radici delle cattive tendenze e delle male inclinazioni. Senza questa dolorosa operazione, che costa lacrime e sangue, il bene non pu prendere possesso di una persona.

La purezza del cuore  una beatitudine.

La purificazione del cuore  la grande battaglia della vita. Si tratta di bruciare quelle radici profonde del male che l'uomo ha contratto col peccato originale. La grande tradizione ascetica ne ha indicate sette, corrispondenti ai sette vizi capitali, di cui il principale  la superbia, ma quello che coinvolge il maggior numero di uomini  senza dubbio la lussuria o concupiscenza carnale.
Si tratta di una malattia spirituale molto difficile da combattere e che ha tenuto impegnati molti santi per tutta la loro vita. Infatti, come ci testimoniano i padri del deserto, una volta conseguito il dominio della carne,  necessario superare l'afflizione della mente. La pace, che consegue alla grazia della vittoria,  un dono raro che pochi hanno potuto godere gi in questa vita.
La vittoria sulla concupiscenza carnale  fondamentale per conseguire la purezza del cuore. Quando Ges proclama beati coloro che hanno un cuore puro, vuole alludere alla purezza soprattutto in questi ambiti: La carit, la castit o rettitudine sessuale, l'amore della verit e l'ortodossia della fede (Catechismo C. C., 2518).
Si tratta di realt fra loro intimamente connesse. Infatti  la carit, cio l'amore di Dio diffuso nei nostri cuori, a sostenere la fatica della volont nel resistere alle passioni impure. Senza l'amore di Dio non  possibile riscattare l'amore umano dalla concupiscenza che lo inquina. Quanto pi una persona vince la lussuria, tanto pi il suo sguardo diventa limpido e il cuore trasparente. Le passioni offuscano la mente e impediscono la percezione delle cose di Dio.
Non  certo un caso che i pi grandi teologi siano stati anche dei puri di cuore. Del pi grande di loro, san Tommaso d'Aquino, non a caso si loda la purezza angelica. D'altra parte l'esperienza ci dimostra che, alla radice delle deviazioni dalla fede, spesso si nasconde la concupiscenza della carne e degli occhi. La purificazione dalle passioni carnali ottiene il dono della sapienza nelle cose di Dio. Questo  vero anche per i semplici fedeli, come osserva sant'Agostino: I fedeli devono credere gli articoli del Simbolo, affinch credendo, obbediscano a Dio; obbedendo, vivano onestamente; vivendo onestamente, purifichino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono (De fide et symbolo, 10, 25).
La vittoria sulla concupiscenza carnale dischiude la strada della contemplazione e della conoscenza infusa di Dio. Questo  il senso della affermazione di Ges quando dice: Beati i puri di cuore perch vedranno Dio (Matteo 5, 8). La purezza del cuore  la condizione preliminare per la visione. Fin d'ora essa ci permette di vedere "secondo" Dio, di accogliere l'altro come un "prossimo"; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina (Catechismo C. C., 2519).
All'uomo d'oggi, immerso nelle paludi maleodoranti del pansessualismo, il traguardo della purezza del cuore potrebbe apparire un'utopia inutile e i desideri della carne una rinuncia impossibile. Eppure nulla  pi necessario di questa battaglia. Infatti la lussuria  in realt una tremenda schiavit, generatrice di innumerevoli mali che colpiscono le persone, le famiglie e la societ. Coloro che soccombono a questo vizio vivono nella soffocante prigionia delle passioni pi degradanti. Come cani legati al guinzaglio, vanno l dove la passione li porta, avendo ormai perso la libert e la gioia dei figli di Dio. Per ritornare a vivere occorre porre la scure alla radice del male. Tutti coloro che l'hanno fatto sanno, per esperienza personale, quanto sia vero che la purezza del cuore  la pi luminosa delle beatitudini.

I mezzi per conseguire la purificazione del cuore.

La purificazione del cuore  opera della grazia e della buona volont. La grazia va chiesta insistentemente nella preghiera. Per bruciare la radice della concupiscenza carnale  necessario il fuoco dello Spirito Santo. Risalire l'abisso, dove viene trascinato chi cede all'impulso cieco delle passioni, non  un'impresa facile. Dal profondo grido a te, o Signore. Signore, ascolta la mia voce (Salmi 130, 1), esclama il salmista. Se l'amore di Dio non tocca il cuore dell'uomo, non si pu accendere quella scintilla che risveglia la nostalgia della purezza e della santit perdute col peccato.
L'uomo deve incominciare col desiderare la purezza, anche se poi sar lungo il cammino per conseguirla. Egli deve pregare Dio con l'invocazione: Crea in me, o Dio, un cuore puro (Salmi 51, 12). La purezza del cuore  un miracolo della grazia. La buona volont, pur impegnandosi nel combattimento spirituale, non riesce a sradicare il male annidato in quelle profondit dove solo l'occhio di Dio riesce a vedere. La preghiera insistente, unita all'umilt e al coraggio di ricominciare da capo ogni volta, sono ci che Dio ci chiede per compiere in noi le meraviglie della sua grazia.
Pensavo che la continenza si ottenesse con le proprie forze e delle mie non ero sicuro. A tal segno ero stolto da ignorare che, come sta scritto, nessuno pu essere continente, se Tu non lo concedi. E Tu l'avresti concesso, se avessi bussato alle tue orecchie col gemito del mio cuore e lanciato in Te la mia pena con fede salda (sant'Agostino, Confessioni, 6, 11,20).
Alla preghiera deve seguire la fatica della virt. Il dominio sulla concupiscenza carnale si ottiene praticando la virt della castit. Essa si esplica innanzi tutto nello sforzo di vivere la propria sessualit in un modo conforme alla legge di Dio. In questo modo si consegue la vittoria sulla tirannia delle passioni e si apprende ad amare con un cuore retto e sincero. La fatica di praticare la castit riguarda tutte le stagioni della vita. Innanzi tutto la giovinezza, dove l'esercizio del dominio di s apre l'orizzonte degli ideali e plasma la volont per le imprese pi coraggiose. Nell'et matura la castit protegge la famiglia e la vita e fa fiorire fra le pareti domestiche un amore intenso e fedele. Nella vecchiaia, dove la castit conserva nei cuori la pace, facendovi germogliare il dono della sapienza.
A mano a mano che la castit purifica il cuore, cresce la purezza dello sguardo, grazie al quale si perviene al difficile traguardo di vedere la realt nella bellezza originaria della creazione, senza quelle deformazioni causate dai nostri occhi malati. Quando il cuore  impuro, lo sguardo  malizioso. Vediamo il male persino nel corpo innocente di un bimbo. Ma, se il cuore guarisce, l'occhio dell'anima vede in tutte le cose la casta bellezza di Dio.
Questa purezza dello sguardo, interiore ed esteriore, la puoi conseguire mediante la disciplina dei sentimenti e dell'immaginazione; mediante il rifiuto di ogni compiacenza nei pensieri impuri, che inducono ad allontanarsi dalla via dei comandamenti divini. Per quanto difficile, sappi che non  impossibile pervenire a quella luminosit interiore per cui immagini, pensieri e sollecitazioni peccaminose si dissolvono, cedendo il passo alla presenza dell'amore di Dio che riempie di s ogni piega dell'anima e ogni aspetto della persona.
La purezza dello sguardo  coronata dalla purezza d'intenzione, che  la capacit interiore di aderire in ogni cosa alla volont di Dio, cercando solo il suo servizio e la sua gloria. Quando tutto viene compiuto per amore di Dio, senza calcoli egoistici e senza secondi fini, quando per suo amore si  disposti a pagare anche il prezzo della vita, allora si apre la porta della beatitudine, oltre la quale vi  lo splendore dei cuori puri, che gi anticipano su questa terra il profumo di santit del cielo.
Forse questo ideale sembra troppo lontano o irrealizzabile per chi, come la nostra generazione, vive immersa nell'impurit globale. Ma  proprio la presenza di questi cuori puri che rende ancora abitabile questa nostra terra e credibile questa nostra vita.

Il pudore custodisce l'intimit della persona.

Una persona pura, che ha conseguito attraverso il combattimento spirituale la castit del corpo, del cuore e della mente,  avvolta da un naturale pudore. Il pudore  un aspetto imprescindibile della purezza. Consiste nel rifiuto di svelare ci che deve rimanere nascosto. Il pudore avvolge la persona con una luce di modestia e di delicatezza. Regola le parole, gli sguardi e i gesti in conformit alla dignit delle persone e della loro unione. Alla sfacciataggine dell'esibizione il pudore contrappone la nobilt della discrezione e della riservatezza.
Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell'impegno definitivo dell'uomo e della donna tra loro. Il pudore  modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo l dove trasparisse il rischio di una curiosit morbosa. Diventa discrezione (Catechismo C. C., 2522).
Il pudore  una qualit dell'anima e vigila innanzi tutto sui sentimenti. Ma esso  anche un atteggiamento che riguarda il corpo, il quale fa parte del mistero della persona. Il pudore insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione di una curiosit morbosa in certe pubblicit, o contro la sollecitazione di certi mass media a spingerci troppo in l nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti (Catechismo C. C., 2523).
Una persona pura e pudica  circonfusa di vera bellezza. Nella nostra societ segnata dall'erotismo, dalla permissivit dei costumi e dall'esibizionismo attraverso i mass media, vi  un bisogno assoluto di punti di riferimento che rappresentino un'alternativa morale e spirituale. I cristiani, con la pratica della castit nelle varie condizioni di vita, con la purezza del cuore e dei pensieri, con la discrezione nel vestire e nel linguaggio, con l'uso morigerato e selettivo dei mass media, col rifuggire dagli spettacoli immorali e dai luoghi equivoci, devono rappresentare un lievito di moralit per tutta la societ, incominciando dalle proprie famiglie e dalle proprie pareti domestiche.
Questo ideale di purezza cos tipico del crisfianesimo, tanto da meritare una beafitudine, sar sempre vivo nei cuori dei credenti se terranno davanti agli occhi la figura di abbagliante purezza della Vergine Maria. La Madre del Signore ha inaugurato sulla terra il tempo della verginit; ha elevato ad altezze divine il dono della maternit; ha nobilitato il vincolo dell'amore coniugale; ha reso fecondo nel servizio umile alla Chiesa il tempo della vedovanza. Se Maria sar viva nel cuore dei cristiani, il profumo celeste della sua purezza inonder la terra.


Capitolo 10. - Decimo comandamento: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI.

La concupiscenza degli occhi.

Il decimo comandamento completa il nono e insieme essi orientano la vita morale e spirituale verso il suo centro focale, che  la purificazione del cuore dai desideri malvagi. Finch, attraverso la crocifissione della carne, non saranno state estirpate le multiformi espressioni delle tendenze egoistiche e non saranno sostituite dai desideri e dai gemiti dello Spirito Santo, il cristiano non potr dire di essere entrato nella fase adulta della sua maturazione interiore.
Il decimo comandamento proibisce la cupidigia dei beni appartenenti al prossimo. Tale cupidigia  la radice di azioni abominevoli e violente, che colpiscono le persone, le famiglie e la sicurezza sociale, come sono i furti, le rapine, le frodi, i danneggiamenti e le sopraffazioni. Queste azioni, gi proibite dal settimo comandamento, sono ora colpite nella loro sorgente originaria, che  l'avidit del cuore. Nel medesimo tempo stigmatizza una delle passioni pi nascoste e pi pericolose, che  l'invidia, la quale non di rado  omicida e spinge gli uomini a compiere azioni malvagie persino contro i propri consanguinei.
Pi ampiamente il decimo comandamento, invitandoci a contrastare e ad estirpare la concupiscenza degli occhi, dichiara guerra a quell'infinita gamma di passioni disordinate che pullula nel cuore dell'uomo, in seguito alla caduta originale. Infatti la natura umana, inquinata dal male, patisce di un generale disordine di tutti i suoi desideri, anche di quelli che, in s e per s, nella giusta misura prevista da Dio creatore, sarebbero leciti e necessari.
Ad esempio l'appetito sensibile ci porta a desiderare le cose piacevoli che non abbiamo. Cos, quando si ha fame si desidera mangiare, quando si ha freddo si desidera scaldarsi. Tali desideri, in se stessi, sono buoni; ma spesso non restano nei limiti della ragione e ci spingono a bramare ingiustamente ci che non ci spetta e ci appartiene, o  dovuto ad altri (Catechismo C.C., 2535).
Anche il desiderio di disporre dei beni materiali necessari per condurre una vita dignitosa per s e per la propria famiglia  da considerarsi buono e costruttivo. Ma ecco che nel cuore cerca di farsi largo la brama di avere sempre di pi e di trovare nelle ricchezze quella sicurezza per la vita che in realt solo la divina Provvidenza pu garantire.
Allo stesso modo il desiderio di avere delle cariche e delle responsabilit nell'ambito del lavoro o in quello sociale e politico e persino nella Chiesa, in s e per s  un impulso buono, perch manifesta attenzione e dedizione ai problemi comuni. Ma, se non moderato, questo desiderio pu diventare quella fame del potere a tutti i costi che genera carrierismo e arrivismo, dove la vanagloria, la smania di eccellere e la pretesa di prevalere sugli altri con ogni mezzo finiscono per uccidere ogni spirito di servizio e di solidariet.
Il comandamento di Dio ci invita a dichiarare guerra a tutti i desideri egoistici della carne corrotta, facendo prevalere nel cuore i desideri dello Spirito. Queste passioni malvagie, senza la fatica di estirparle, divengono le padrone del nostro cuore e della nostra vita, portando a rovina noi stessi e la societ. C' un inferno dei desideri, che i peccatori conoscono molto bene. La persona, che  in loro balia, non  mai sazia, qualunque soddisfazione si voglia prendere. La mala bestia dalle molteplici fauci che  in noi, ci ricorda il sommo poeta Dante Alighieri, mai non sazia la bramosa voglia e dopo il pasto ha pi fame che pra.
La lotta contro la natura umana corrotta, fino a trasformarla in nuova creatura,  il culmine di tutti i comandamenti. Il decalogo conduce a quel rinnovamento morale e spirituale che  la vita nuova dei figli di Dio, condotti non pi dai desideri e dalle passioni della carne, ma dai desideri dello Spirito (cfr. Romani 8, 27).

Il vizio capitale dell'avarizia.

Il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni d origine al vizio capitale dell'avarizia. Quanto siano gravi le conseguenze di questo vizio sulla vita spirituale lo dimostra il fatto che i Padri della Chiesa hanno discusso se fosse la superbia o l'avarizia da considerarsi la radice degli altri vizi capitali. Infatti l'apostolo Paolo scrive a Timoteo dicendo che la cupidigia di denaro  la radice di tutti i mali (1 Timoteo 6, 10). La sua gravit  ribadita dall'apostolo quando afferma che n i cupidi, n gli avari avranno parte al regno di Dio (cfr. 1 Corinzi 6, 10).
Tuttavia  dalle stesse parole di Ges che gli apostoli e i discepoli hanno appreso la grande pericolosit delle ricchezze per la propria anima. Esse infatti tendono a conquistare il cuore e a possederlo, spegnendo ogni altro interesse. Poich dov' il tuo tesoro, quivi sar anche il tuo cuore (Matteo 6, 21). L'avaro  colui che ha fatto delle ricchezze il fine della sua vita. Tutta la sua preoccupazione  di ricercarle, di accumularle e di conservarle. La ricchezza diviene il tesoro del suo cuore e la sicurezza per il suo avvenire, in questa prospettiva i beni della terra divengono un idolo che prende il posto di Dio. Di qui il perentorio invito di Ges a scegliere fra Dio e mammona (cfr. Matteo 6, 24).
La denuncia della ricchezza come forma di idolatria  certamente uno dei pi ricorrenti insegnamenti di Ges. Si tratta di ammaestramenti e di ammonimenti che hanno un particolare significato per il mondo d'oggi, dominato dalla logica del denaro e del profitto. La tragica illusione che Ges denuncia  che il denaro possa riempire il cuore e rendere sicura la vita. Il denaro e i beni della terra non possono prendere il posto di Dio! Solo l'amore di Dio pu saziare il cuore dell'uomo e solo la fede in lui pu rendere sicura la vita. Attraverso le cose materiali  Dio stesso che viene sfrattato dal cuore dell'uomo. La loro pericolosit  innanzi tutto in rapporto a Dio. Non  un caso che le societ opulente sono quelle in cui gli uomini pi facilmente si illudono di poter bastare a se stessi.
L'avarizia chiude il cuore non soltanto a Dio, ma anche al prossimo. Essa colpisce il comandamento dell'amore sia nella sua dimensione verticale come in quella orizzontale. Ges ha dedicato a questo aspetto funesto dell'avarizia la parabola immortale del ricco epulone e del povero Lazzaro. I Padri della Chiesa hanno denunciato l'ingiustizia dell'avaro che tiene per s il superfluo, mentre gli altri non hanno neppure il necessario. Le loro parole veementi conservano una straordinaria attualit: Chi  l'avaro? Colui che non si accontenta di quanto gli basta... Viene chiamato con il nome di ladro colui che spoglia uno che  vestito, e meriter un nome diverso colui che non veste l'ignudo, pur quando potrebbe farlo? Il pane che tu trattieni per te appartiene a chi ha fame; il vestito che tu conservi nel guardaroba appartiene all'ignudo; le scarpe che ti marciscono in casa sono dello scalzo; l'argento che tu custodisci sotterra appartiene a chi  in bisogno. Tanti sono gli uomini a cui fai ingiuria, quanti sono quelli che potresti soccorrere (san Basilio il Grande).
Come vedi, la pericolosit dell'avarizia  grande. Chiude il cuore a Dio e lo indurisce nei confronti del prossimo. Ancora pi grande  il danno che fa a se stessi. Infatti l'avaro perde il tesoro prezioso e insostituibile dei beni spirituali che possono essere accolti solo in un cuore libero e aperto.

Il vizio capitale dell'invidia.

Il decimo comandamento esige anche che si bandisca dal cuore umano l'invidia. Si tratta di una perversione pericolosa dell'anima che pu condurre l'uomo a compiere i peggiori misfatti. La Scrittura sottolinea che  per invidia del diavolo che la morte  entrata nel mondo (cfr. Sapienza 2, 24). Il malvagio era invidioso dei beni spirituali di cui erano rivestiti i progenitori e li tent al fine di privarli e trascinarli con s nella rovina.  per invidia che Caino uccise Abele e che Giuseppe fu venduto dai fratelli. Mosso dall'avarizia e dall'invidia, Giuda vendette il Maestro per trenta denari.
Dall'invidia non di rado nascono guerre e rivoluzioni violente. Dal desiderio di avere la roba degli altri si sono spesso provocati dei disordini sociali: Noi ci facciamo guerra vicendevolmente, ed  l'invidia ad armarci gli uni contro gli altri... Se tutti si accaniscono cos a far vacillare il corpo di Cristo, dove si arriver? Siamo quasi in procinto di snervarlo... Ci diciamo membra di un medesimo organismo e ci divoriamo come farebbero delle belve (san Giovanni Crisostomo).
Giustamente l'invidia  considerata uno dei sette vizi capitali. Consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene, sia pure indebitamente. Quando arriva a volere un grave male per il prossimo, l'invidia diventa un peccato mortale (Catechismo C. C., 2539). La base di questo vizio risiede nella perversit della natura umana corrotta, che ci fa rattristare del bene toccato al prossimo.  diversa dalla gelosia. Infatti mentre l'invidioso  triste per il bene altrui, il geloso vuole solo conservare il proprio bene nei confronti di chi suppone lo voglia insidiare.
Le conseguenze dell'invidia sono molte e spesso gravi. L'invidioso  un superbo che non accetta che altri siano migliori di lui o abbiano pi di lui. Per questo si rode dentro di s e rode attorno a s.  un carnefice di se stesso (san Pier Crisologo) e di chi gli  vicino, fosse pure un familiare. San Tommaso d'Aquino osserva che l'invidioso, in quanto rattristato per il bene del prossimo, lo ritiene causa del proprio male e cerca con ogni mezzo di diminuire quel bene agli occhi degli altri. Nelle avversit del prossimo si rallegra e si affligge dei suoi progressi. Arriva cos all'odio e alla tristezza del bene altrui, che lo spinge non di rado alla maldicenza e alla calunnia. Ricorre al lavoro subdolo, lavorando dietro le spalle e aizzando gli animi; prende la posa ipocrita di affetto e fa buon viso suo malgrado alle lodi che toccano agli altri; cerca di diminuire i meriti del prossimo con sottili insinuazioni, ma  pronto a colpirlo con l'ironia o dietro le spalle; se il prossimo cade, non spende una parola per aiutarlo o sollevarlo, ma cerca di suo di dare il colpo di grazia.
Sant'Agostino vedeva nell'invidia il peccato diabolico per eccellenza, mentre san Gregorio Magno afferma che dall'invidia nascono l'odio, la maldicenza, la calunnia, la gioia causata dalla sventura del prossimo e il dispiacere causato dalla sua fortuna. San Giovanni Crisostomo a sua volta cos esorta i cristiani: Vorreste vedere Dio glorificato da voi? Ebbene, rallegratevi dei progressi del vostro fratello, ed ecco che Dio sar glorificato da voi. Dio sar lodato  si dir  dalla vittoria sull'invidia riportata dal suo servo, che ha saputo fare dei meriti altrui il motivo della propria gioia.
La responsabilit morale dell'invidia non  certo da sottovalutare e, anche quando non arriva a desiderare un grave male per il prossimo, provoca in ogni caso notevoli danni alla carit. Infatti l'invidia offende direttamente l'amore, il quale comanda di rallegrarsi del bene altrui. I moti non voluti di invidia non sono peccato, mentre il consenso ad atti invidiosi in cose di poca entit  colpa leggera. Essendo l'invidia spesso causata dall'orgoglio, la medicina per curarla sar l'impegno a vivere nell'umilt. Il cristiano riuscir vincitore del veleno dell'invidia con lo sforzo del cuore di rallegrarsi per il bene del prossimo. L'umilt e la benevolenza spengono le fiamme che divorano il cuore dell'invidioso.

Beati i poveri in spirito.

La povert materiale non  sufficiente per essere graditi a Dio. Anzi, serve a ben poco se il cuore  inquinato dal desiderio delle ricchezze ed  corroso dall'invidia nei confronti di coloro che le posseggono. La beatitudine proclamata da Ges: Beati i poveri in spirito (Matteo 5, 3), sta a indicare che il distacco dall'idolo della ricchezza e dalle sue false sicurezze  la condizione universalmente necessaria per fare parte del Regno di Dio. Si potrebbe persino affermare che si pu salvare un ricco, che per  distaccato dai beni e li d in elemosina, mentre si pu perdere un povero sul piano materiale, ma che nel suo cuore cova la cupidigia per le cose di questa terra. Mammona, per chi lo possiede o per chi lo desidera,  l'avversario di Dio. Dietro la sua potenza e la sua falsa sicurezza si nasconde l'inquietante presenza del maligno che domanda di essere adorato (cfn Luca 4, 8).
Il cristiano chiede a Dio il pane quotidiano. Operare per una vita dignitosa per s e per la propria famiglia fa parte della volont di Dio, che ha prescritto il lavoro perch gli uomini ne traggano il necessario per risolvere il problema del vivere. La ricerca del proprio miglioramento sul piano professionale e l'impegno onesto per migliorare la propria posizione economica fa parte di quel traffico dei propri talenti di cui parla la parabola. Quando per la ricchezza diviene una fame che fa perdere di vista il primato di Dio e i bisogni del prossimo, allora diventa una tentazione alla quale occorre opporre una resistenza decisa.
Nei confronti della tentazione della ricchezza tutti i cristiani devono vigilare. Il desiderio di avere sempre di pi diviene un ingranaggio che distrugge la vita spirituale. Se non frenata in tempo, la fame di denaro e di prestigio spinge sulle vie della disonest, della rapina, della durezza di cuore e del disprezzo dei poveri. Quante volte l'uomo per meno di trenta denari vende il tesoro prezioso del Regno di Dio! Tutti i fedeli, afferma il Concilio Vaticano II, devono sforzarsi di rettamente dirigere i propri affetti, affinch dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povert evangelica, non siano impediti di tendere alla carit perfetta (Lumen gentium, 42).
A volte il desiderio della ricchezza ha alla radice l'angoscia per il futuro e per le incerte prospettive dell'avvenire. Ci si illude che la disponibilit di denaro e di beni possa garantirci la serenit e la sicurezza.  una sottile illusione che Ges dissolve in diversi passaggi dei vangeli, quando afferma che la vita umana non pu in nessun modo essere resa sicura da quei beni che la ruggine corrode e che i ladri rubano (Luca 12, 15). L'unica vera garanzia che viene offerta all'uomo pellegrino sulla terra  la Provvidenza del Padre celeste, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo.  la benedizione divina, che non manca mai quando la vita  retta e piena di fede, a dare serenit al cammino quotidiano sui sentieri pieni di insidie della vita.
Il cristiano  povero in spirito e quindi  beato quando il suo cuore comprende che Dio  la sola ricchezza e che la sua benedizione ci offre la vera sicurezza. Egli usa dei beni di questo mondo con somma libert, senza mai farsene schiavo. Non demonizza i beni ma, valutandoli per quel che valgono, li domina. Egli sa che esistono dei beni infinitamente pi grandi, che sono concessi a ogni uomo di buona volont e che tutti coloro che li desiderano possono attingerli gratuitamente a piene mani. Sono i beni dello spirito. Anzi, si tratta del bene sommo dell'amore di Dio, il quale solo pu saziare il cuore dell'uomo.

Il desiderio dei beni spirituali.

La libert del cuore dai beni materiali  per disporlo a ricevere quei beni spirituali che Dio concede in misura infinita a tutti gli uomini. L'uomo  stato creato capace di Dio. Il suo cuore desidera un amore infinito ed eterno. Senza questo amore non  possibile conseguire la felicit. L'uomo peccatore, malato e accecato, si illude di placare nei beni finiti e materiali la sua fame di felicit. Chi beve di quest'acqua avr di nuovo sete, sentenzia Ges (Giovanni 4, 13). Molte persone trascorrono l'intera esistenza inseguendo le parvenze della felicit sulla via dei falsi amori e delle gioie ingannevoli. Prese dall'ingranaggio delle illusioni, a cui subentrano puntuali e beffarde le delusioni, cercano invano di afferrare una felicit che sfugge dalle loro mani, non appena si illudono di poterla stringere.
I puri di cuore, avendo estirpato il desiderio dei beni materiali ed essendosi liberati dall'inganno delle ricchezze, lasciano che dal profondo del loro essere si sprigioni forte e irresistibile il desiderio di Dio. Il cuore impuro fermenta di passioni e di brame mondane. Il cuore puro  illuminato e trasfigurato dal desiderio irresistibile di Dio. In questo cuore Dio riversa i fiumi di acqua viva del suo amore. Non si comprenderebbero la critica serrata di Ges alle ricchezze materiali e i suoi ammonimenti ai ricchi, se la posta in gioco non fosse altissima. Ed effettivamente lo , perch i beni di questa terra ostruiscono il cuore al bene supremo per eccellenza che  l'amore di Dio.
Quando un cristiano desidera Dio e il suo amore al di sopra di ogni cosa significa che, per grazia e buona volont,  pervenuto a quella purezza di cuore esaltata dalla beatitudine evangelica. Nel suo intimo gi pregusta quella felicit che gli verr concessa nella sua totalit quando giunger alla beatitudine del cielo. Gi fin da ora contempla Dio con gli occhi della fede e lo sperimenta nella pace e nella gioia che zampillano in lui come una sorgente divina inesauribile. La promessa di vedere Dio supera ogni felicit. Nella Scrittura, vedere equivale a possedere. Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possono concepire (san Gregorio di Nissa).


Capitolo 11. - LA LEGGE NUOVA DI GES CRISTO.

Il decalogo  una preparazione al vangelo.

Ges afferma che l'osservanza dei comandamenti  necessaria per entrare nella vita. Tuttavia l'esposizione che abbiamo fatto dei dieci comandamenti, sia pure arricchita anche da numerosi riferimenti al vangelo,  soltanto la base di quell'edificio della perfezione cristiana che ha il suo culmine nella legge nuova di Ges Cristo e nella grazia dello Spirito Santo.  quindi necessario indicare al cristiano, che si  posto con impegno sul cammino della salvezza, i nuovi orizzonti che si aprono a chi, osservando i comandamenti, vuole raggiungere quell'ideale di santit che viene proposto dal vangelo.
A questo riguardo va innanzi tutto sottolineato che l'itinerario della perfezione cristiana, dai primi passi fino all'unione mistica, ha sempre come presupposto fondamentale la pratica dei comandamenti. Senza la base della legge morale naturale, sintetizzata nel decalogo, non  possibile nessuna santit. Non c' santo che non si sia sentito vincolato da tutte le norme morali essenziali. Il decalogo offre al Discorso della montagna un fondamento preparato da Dio e in piena armonia con l'opera dello Spirito Santo. Per nessuna ragione, nel suo cammino di santit, il cristiano deve cedere all'illusione di poter essere dispensato da qualche precetto della legge morale naturale.
Infatti la legge morale naturale, la quale nei suoi principi fondamentali  esposta nel decalogo, in quanto presente nel cuore di ogni uomo e stabilita dalla ragione, ha una portata universale e vincola gli uomini di ogni luogo e di ogni tempo. Essa esprime la dignit della persona e pone la base dei suoi diritti e doveri universali (Catechismo C. C., 1956). Nessuno pu sentirsene dispensato, neppure in via eccezionale. Al riguardo cos si esprime lo scrittore romano Cicerone, prima ancora dell'avvento del cristianesimo: Certamente esiste una vera legge:  la retta ragione; essa  conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini;  immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore...  un delitto sostituirla con una legge contraria;  proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi ha la possibilit di abrogarla completamente (De republica, 3, 22).
Oltre ad essere universale, la legge morale naturale  immutabile, nel senso che, essendo scolpita nel cuore di ogni singolo uomo, permane inalterata attraverso i mutamenti della storia, rimane sotto l'evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso. Le norme che la esprimono rimangono sostanzialmente valide. Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si pu per distruggere, n strappare dal cuore dell'uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e della societ (Catechismo C. C., 1958). La tua legge. Signore, condanna chiaramente il furto, e cos la legge scritta nel cuore degli uomini, legge che nemmeno la loro malvagit pu cancellare (sant'Agostino).
Quest'opera mirabile di sapienza e di bont di Dio creatore sta alla base della nuova legge di Ges Cristo, promulgata nel vangelo, Ges infatti non esita a modificare gli aspetti caduchi della legge antica di Mos, riportando il decalogo alla sua purezza originaria. Il sublime edificio della santit cristiana, che culmina nella imitazione del Maestro divino, ha come base lo splendore originario della legge morale naturale, che il Verbo stesso ha scolpito nel cuore dell'uomo. Colui che, nel Discorso della montagna, indica le vette della perfezione morale voluta da Dio,  il medesimo che ha impresso i principi immortali del decalogo nell'anima di ogni uomo che viene in questo mondo.
Sul fondamento del decalogo Ges edifica la legge nuova del vangelo. Ges si presenta come il legislatore di una legge nuova, che egli promulga con autorit divina. Si tratta della legge evangelica, che ha come fondamento il decalogo, riportato al suo splendore originario, ma le cui esigenze morali vengono approfondite ed elevate a un piano soprannaturale. Si chiama legge nuova, perch rappresenta la perfezione definitiva sia della legge morale naturale come della legge mosaica. Ma si dice nuova soprattutto perch, sotto l'azione della grazia dello Spirito Santo, trasforma in nuova creatura l'uomo peccatore.
La legge nuova trova la sua formulazione concreta in modo speciale nel Discorso della montagna, che Ges rivolge ai poveri, agli umili, agli afflitti, ai puri di cuore, ai perseguitati a causa della fede, proclamandoli beati e indicando loro la via per entrare nel Regno di Dio. Seguendo sant'Agostino, chi vorr meditare con piet e perspicacia il Discorso che nostro Signore ha pronunciato sulla montagna, cos come lo si legge nel vangelo di san Matteo, indubbiamente vi trover la magna charta della vita cristiana... Questo discorso infatti comprende tutte le norme peculiari dell'esistenza cristiana.
Nel Discorso della montagna Ges non aggiunge nuovi precetti esteriori, ma, confermando le prescrizioni morali del decalogo, ne svela le virtualit nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze, mettendone in luce tutta la verit divina e umana. Il Maestro divino si preoccupa innanzi tutto di riformare la radice delle azioni, il cuore, l dove l'uomo sceglie fra il puro e l'impuro, dove si sviluppano la fede, la speranza e la carit e, con queste, le altre virt. Cos il vangelo porta la legge alla sua pienezza mediante l'imitazione della perfezione del Padre celeste, il perdono dei nemici e la preghiera per i persecutori, sull'esempio della magnanimit divina (Catechismo C. C., 1968).
Anche gli atti della religione, come l'elemosina, la preghiera e il digiuno, sono posti sotto una luce nuova, perch ordinati al Padre celeste che vede nel segreto, in opposizione al desiderio di essere visti e approvati dagli uomini. La regola d'oro del comportamento morale  cos formulata da Ges: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti  la Legge e i Profeti (Matteo 7, 12).
Alla sorgente della vita morale la legge evangelica mette la opzione fondamentale e decisiva fra le due vie, i cui sbocchi sono radicalmente diversi: Entrate per la porta stretta, perch larga  la porta e spaziosa  la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta  la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! (Matteo 7, 13-14). Si tratta in ultima istanza di fare una scelta per l'amore e di impostare la vita come dono. Infatti il comandamento nuovo, che riassume tutta la legge evangelica,  la decisione di amare sull'esempio di Ges stesso: Questo  il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati (Giovanni 15, 12).
Tuttavia, per portare l'amore alla stessa perfezione con cui Ges l'ha vissuto, oltre ai precetti egli ci d dei consigli, che fanno parte anch'essi della legge nuova del vangelo. I precetti mirano a rimuovere ci che impedisce alla carit di germogliare; i consigli mirano invece ad eliminare quegli ostacoli che le impediscono di crescere e di dare i frutti maturi della santit. Non c' dubbio infatti che l'imitazione di Ges Cristo povero, casto e obbediente, nella misura e nella forma in cui lui lo  stato, rappresenta una scelta pi spedita e pi diretta per conseguire l'ideale della santit, alla quale peraltro tutti gli uomini sono chiamati lungo vie pi ordinarie.
Dio non vuole che tutti osservino tutti i consigli, ma soltanto quelli appropriati, secondo la diversit delle persone, dei tempi, delle occasioni e delle forze, stando a quanto richiede la carit; perch  lei che, come regina di tutte le virt, di tutti i comandamenti, di tutti i consigli, in una parola, di tutta la legge e di tutte le azioni cristiane, assegna a tutti e a tutte il posto, l'ordine, il tempo e il valore (san Francesco di Sales).

La santit di Ges Cristo  la misura della moralit cristiana.
Una volta esposta la legge morale naturale del decalogo, sulle cui fondamenta Ges ha costruito l'edificio di sublime bellezza della legge evangelica, non si  per detta l'ultima parola sull'ideale della perfezione morale che Dio chiede agli uomini. La santit a cui il cristiano  chiamato non  un ideale astratto, che pu essere pienamente formulato con pensieri e parole, sia pure elevati, Ges stesso ci indica come modello vivo di perfezione il Padre celeste, che tuttavia noi possiamo vedere e toccare nella persona e nell'opera del suo Figlio prediletto, che ha inviato in questo mondo.
La legge nuova del vangelo  in un senso radicale Ges stesso. La persona del Verbo incarnato esprime l'ideale perfetto di santit a cui siamo chiamati. Come Ges  la via, la verit, la vita, cos  anche la legge e la santit, Ges Cristo  il vangelo vivo. Egli infatti vive ci che insegna. I precetti e i consigli evangelici sono affascinanti perch li possiamo vedere incarnati e vissuti nell'esistenza del Figlio di Dio. La pienezza della santit a cui gli uomini sono chiamati emana piena di fascino e di bellezza divina dalla vita del Salvatore. Il decalogo, i precetti e i consigli evangelici sono come rivestiti di carne ed ossa, resi visibili ai nostri occhi e palpabili alle nostre mani.
Questo significa, in ultima istanza, che la moralit cristiana si risolve nell'impegno quotidiano di seguire e di imitare Ges Cristo. Quella santit che  in Dio, come una sorgente inesauribile, quella santit a cui Dio ci richiama col decalogo e la legge nuova del vangelo, rifulge di luce abbagliante nella persona del Verbo incarnato, che  il modello, la regola e la misura di ogni moralit. Ges Cristo  quella luce nella quale non ci sono tenebre. Chi lo segue ha la certezza assoluta di seguire la via del bene. Chi lo ascolta ha la certezza di essere nella verit. Chi lo imita ha la sicurezza di camminare sulla via della santit.
Chi segue me non cammina nelle tenebre ( Giovanni 8, 12), dice il Signore. Sono parole di Cristo, le quali ci esortano a imitare la sua vita e la sua condotta, se vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecit interiore. Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare sulla vita di Ges Cristo. Gi l'insegnamento di Cristo  eccellente, e supera quello di tutti i santi; e chi fosse forte nello spirito vi troverebbe una manna nascosta. Ma accade che molta gente trae un ben scarso desiderio del vangelo dall'averlo pi volte ascoltato, perch priva del senso di Cristo. Invece, chi vuole comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve fare in modo che tutta la sua vita si modelli su Cristo (Imitazione di Cristo, 1, 1).

L'imitazione di Ges Cristo  resa possibile dalla grazia dello Spirito Santo.

 forse possibile all'uomo peccatore imitare l'eccelsa santit di Ges Cristo? Non  assolutamente possibile. Anzi, abbandonato alle sole sue forze, l'uomo carnale non  neppure in grado di mettere in pratica la legge morale naturale. Per questo motivo la legge nuova di Ges Cristo  anche chiamata la legge di grazia dello Spirito Santo. Infatti essa non  solo opera del Verbo incarnato, ma anche dello Spirito Santo, il quale opera nei cuori effondendo su di essi la grazia che purifica, la luce che li illumina e l'amore che li rende capaci di amare in un modo soprannaturale.
Lo Spirito Santo fa s che la legge evangelica divenga una legge interiore di carit, realizzando la promessa dei profeti: Io stipuler con la casa di Israele... un'alleanza nuova... Porr le mie leggi nella loro mente e le imprimer nei loro cuori; sar il loro Dio ed essi saranno il mio popolo (Eb 8,8; Geremia 31, 31-34). Per quanto sia eccelso l'ideale di santit che Ges Cristo ci propone, chiedendoci di seguirlo e di amare come lui ama, tuttavia  possibile mettersi in cammino col cuore pieno di speranza, perch l'amore di Dio opera incessantemente nel cuore degli uomini.

Ci che Ges Cristo ha promulgato nel Discorso della montagna, la grazia dello Spirito Santo ha reso possibile nel giorno della Pentecoste.
Quando sant'Agostino afferma audacemente: Ama e fa' quello che vuoi, intende alludere a qusta legge interiore della carit che  la presenza della grazia riversata nei nostri cuori fin dal momento del battesimo. Essa fa s che la legge nuova del vangelo sia chiamata una legge di amore, perch fa agire in virt dell'amore, pi che sotto la spinta del timore. E anche chiamata legge di grazia, perch, per mezzo della fede, dei sacramenti e della preghiera conferisce la forza per compiere il bene.  infine chiamata anche legge di libert, perch ci libera dalle osservanze rituali e giuridiche e ci porta ad agire sotto l'impulso della carit, facendoci passare dalla condizione di servi a quella di figli e di amici di Dio.
Il lungo cammino incominciato con la pratica dei comandamenti ha dunque questo sbocco meraviglioso che  la vita nella gioia, nella grazia e nella libert dei figli di Dio. Esso  reso possibile dall'effusione dello Spirito Santo, che  il frutto della redenzione. Tuttavia si tratta di un lungo cammino da portare avanti con fiducia e con perseveranza, nella consapevolezza che il combattimento spirituale accompagna il cristiano fino alla soglia dell'eternit.
...
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FINE.